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Buon compleanno Samuel Eto’o, leone d’Africa

Quarant’anni e il trionfo di una vita esemplare. I migliori auguri a Samuel Eto’o, icona dei leoni del Camerun e degno erede della generazione che regalò emozioni inaspettate a Italia ’90, facendoci innamorare dell’Africa calcistica dopo molti anni di colpevole sottovalutazione. Va anche detto, per rispetto della verità, che Eto’o è pienamente figlio del Ventunesimo secolo, un perfetto esempio dell’emancipazione sportiva di quel grande continente, purtroppo ridotto a una polveriera, nonché un simbolo di quella decolonizzazione calcistica che ha schiuso al mondo globale e innervato le compagini più forti della vecchia Europa sfruttatrice. La verità, infatti, è che senza campioni africani, quanto meno di origine, oggi il calcio europeo sarebbe assai più povero, a dimostrazione che negli ultimi due decenni è maturata una rivoluzione le cui proporzioni potremo comprenderle, forse, solo fra qualche anno. Nulla è stato più come prima, nulla lo sarà mai più. Giocatori come Eto’o sono semplicemente immarcabili, specie se si pretende di affrontarli secondo i vecchi schemi e le modalità di contrasto che potevano andar bene con i dinamici campioni del Nord-Europa, con i furetti nostrani o con gli iper-tecnici fuoriclasse sudamericani, spesso geniali ma talvolta anche fastidiosamente incostanti. Per fermare un funambolo della statura e della classe di Ero’o, per arginarne la straripante forza fisica e per contestarlo nello scatto, nello stacco di testa e in tutte le altre caratteristiche di un attacante moderno e, sostanzialmente, invincibile, invece, il vecchio armamentario non basta. Il punto è questo, piaccia o non piaccia: la forza fisica dei fenomeni africani o afrodiscendenti è devastante, ha cambiato il volto del calcio e lo ha reso migliore, più aperto, autenticamente universale, un linguaggio unificante in grado di accomunare i popoli senza rinchiudersi in confini angusti e ormai anacronistici. Continuare a dar retta ai puristi, ai sostenitori delle quote, a quelli che vorrebbero maggiori tutele per i calciatori italiani e altre amenità significa, pertanto, vivere in un mondo che non esiste più, e aggiungerei: per fortuna! Non esistono più confini e barriere, competizioni sicure, partite dall’esito scontato o tornei nei quali si possa scendere in campo con la certezza di avere già in tasca il risultato. Samuel Eto’o è stato uno dei primi, i Salah e i Mané ne sono i degni eredi e il calcio europeo, ricco di soldi ma povero di talenti, passione, grinta e oratori nei quali offrire un terreno di rivincita a chi viene dal basso, ne ha beneficiato. Se i nostri arrancano, dunque, non è questione di talento: è che hanno meno fame, meno rabbia, meno ardore, meno voglia di riscatto, meno disperazione da sfogare, meno dedizione e abnegazione al lavoro. Non sono luoghi comuni: è la verità e sarebbe ora di prenderne atto. Ciò non significa che un ragazzo italiano di buona famiglia non possa essere un campione: significa che può anche avere i fondamentali, ma per arrivare in alto deve sudare, allenarsi e non sedersi mai sugli allori. La forza di Eto’o e dei suoi fratelli sta tutta qui: nel temperamento, nel coraggio, nell’insaziabile voglia di vincere, nel fatto di correre per un intero popolo, di crederci fino alla fine e di sentirsi protagonisti di una battaglia che va ben al di là del pallone, investendo la sfera affettiva e valoriale di un’intera comunità.
Eto’o ha vinto tutto ciò che c’era da vincere per il suo Camerun dolente, per dimostrare il mondo quanto possa essere straordinaria la sua terra, che non a caso lo venera. E così hanno fatto i suoi eredi, uniti da un legame indissolubile anche a migliaia di chilometri di distanza.
L’Inter mourinhana del triplete ha dominato perché, pur di alzare la Champions e gli altri trofei al cielo, un fenomeno ormai consacrato ha accettato di correre avanti e indietro sulla fascia come un terzinaccio qualsiasi, rinunciando a far gol per amore della collettività. Non è da tutti e vale più di mille aggettivi.
Auguroni Eto’o, campione di umiltà e gentilezza, giunto sul tetto del mondo senza mai considerarti un divo.
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