skip to Main Content
Il Mio Nome è Meriam. Capitolo 2. La Forza Di Daniel, L’impegno Italiano

Il mio nome è Meriam. Capitolo 2. La forza di Daniel, l’impegno italiano

Daniel Wani era un uomo provato, con lo sguardo inquieto.
Poche ore prima un giudice aveva condannato
a morte sua moglie, in carcere da tre mesi insieme
al loro bimbo di un anno e mezzo, di cui non
aveva nemmeno ottenuto l’affido, visto che le autorità
consideravano il matrimonio tra lui e Meriam
nullo, privo di qualsiasi validità legale, e il piccolo
Martin un figlio illegittimo, esattamente come quello
che sarebbe nato meno di un mese più tardi.
Era seduto sulla sedia a rotelle in un angolo
dell’atrio del carcere di Omdurman, sobborgo della
capitale sudanese. Sperava che gli permettessero di
vederla prima di riportarla in cella. Nella mano destra
tormentava un vecchio cellulare che non smetteva
di squillare. L’altra, quasi inerte, la utilizzava
per gestire i comandi della sedia a rotelle, sulla quale
era inchiodato da qualche anno a causa della distrofia
muscolare. La pelle scura tradiva l’origine sudsudanese,
così diversa dal colorito tipico dell’etnia
araba che a Khartoum costituiva la maggioranza
della popolazione. Nel 1998, mentre la guerra civile
lacerava il paese, Daniel era fuggito da Giuba, la capitale
dell’attuale Sudan del Sud, insieme alla sorella
e al fratello minore, e si era rifugiato negli Stati
Uniti, nel New Hampshire, dove aveva ottenuto la
cittadinanza e aveva studiato, laureandosi in biochimica.
Nel 2011 era tornato in Sudan e aveva conosciuto
Meriam, che aveva sposato nel dicembre
dello stesso anno. E che rappresentava la cosa più
preziosa di tutta la sua vita. Anche se riusciva ancora
a muoversi, dipendeva da lei e dal suo carattere
a dir poco risoluto, in tutto e per tutto. Poi c’era
Martin, il frutto del loro amore, costretto a vivere in
una stanza di pochi metri sporca e piena di insetti a
neanche venti mesi.
«Da quando l’hanno rinchiuso si è ammalato non
so quante volte, ogni giorno che passa mi sembra più
spento» ripeteva con la voce graffiata dalla preoccupazione.
«Senza contare le ripercussioni a livello
psicologico. È un bambino sveglio, anche se non ha
nemmeno due anni si rende conto di ciò che sta succedendo,
che qualcosa non va, che lui e sua mamma
non sono liberi. Grazie a Dio, ha un carattere forte,
simile a quello di Meriam, e gli piace stare in mezzo
ai figli delle altre detenute, però…»
Daniel non si vergognava degli occhi lucidi, non
aveva paura di esprimere i propri sentimenti e le proprie
frustrazioni. Parlarne era un modo per esorcizzarle.
Una sorta di reazione. Per fortuna, anche se a
Khartoum non aveva parenti, non si sentiva solo. I
suoi amici, sia cristiani sia musulmani, lo sostene21
vano e gli stavano quanto più possibile vicino. La
loro presenza, che rendeva più tollerabile il vuoto
lasciato dalla sua sposa, era fondamentale.
Poi, certo, c’era la mobilitazione internazionale,
che non accennava a spegnersi o infiacchirsi. Al contrario:
le pressioni sul governo sudanese si facevano
ogni giorno più autorevoli e insistenti. Quella dimostrazione
di vicinanza e solidarietà lo riempiva di
orgoglio. Ma, al tempo stesso, sapeva che il clamore
e la risonanza mediatica avrebbero potuto rivelarsi
un’arma a doppio taglio, al punto da produrre effetti
opposti a quelli sperati.
L’aria, in Sudan, era tesa, carica di elettricità, e nessuno
si stupì quando, il giorno prima della sentenza,
l’avvocato Mohamed Abdelnabi ricevette una telefonata
anonima, che gli intimava di abbandonare la
difesa dell’infedele e lo minacciava di morte. Mohamed
non fece nessun passo indietro, ma, al contrario,
ne compì due in avanti, impegnandosi con ancora
più determinazione. Il caso di Meriam non lo coinvolgeva
solo dal punto di vista professionale. Chiamava
in causa la fede, la libertà, la giustizia più vera.
Non ci avrebbe rinunciato per nulla al mondo, non
avrebbe mai abbassato la testa.

* * *

La petizione online di Amnesty e Italians for Darfur
raccolse migliaia di firme in poche ore. Diverse
associazioni per i diritti umani, soprattutto cattoliche,
fecero sentire la loro voce e «Avvenire», il quotidiano
dei vescovi, rilanciò la campagna su Twitter con un
hashtag tanto semplice quanto efficace, #mariamdevevivere.
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi,
manifestò pubblicamente il suo appoggio all’iniziativa
e, poche ore dopo, il ministro degli Esteri, Federica
Mogherini, si mosse in modo ufficiale, ponendo
l’Italia in prima linea in questa battaglia di libertà.
«Continuo a pensare che sia una mamma, come
lo sono io» confidò il ministro ad Arturo Celletti, inviato
di «Avvenire», mentre lasciava il Palazzo di
Vetro, dove aveva incontrato il segretario generale
delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che si era detto
pronto a qualsiasi passo per risolvere il caso. «Continuo
a pensare al piccolo che porta in grembo e all’altro
bambino che è in carcere con lei. Continuo a pensare
a questa vicenda così atroce, a questa ragazza
così giovane, coraggiosa e determinata a difendere
la propria fede. La dignità con cui sta affrontando
la vicenda deve essere un insegnamento e uno stimolo
per tutti.»
Le sue parole furono di grande incoraggiamento.
Noi attivisti comprendemmo che non eravamo soli,
che i politici avevano capito che la battaglia per Meriam
non riguardava soltanto il suo, ma il nostro destino,
il nostro modo di essere oltre che i principi nei
quali credevamo e ai quali, come lei, non avremmo
mai rinunciato.
Alle parole seguirono i fatti, un impegno concreto
e un sostegno tutt’altro che aleatorio. Il viceministro
degli Esteri Lapo Pistelli, particolarmente sensibile
alla questione dei diritti umani, si mostrò presente e
determinato sin dal primo momento. Al suo fianco
l’ambasciatore italiano in Sudan, Armando Barucco,
che si era mosso prima ancora che fosse emessa la
sentenza e i media cominciassero a occuparsene. Era
in contatto con gli avvocati della difesa ed essendo
laureato in Giurisprudenza aveva seguito con cognizione
il percorso legale del caso. Con garbo e competenza
aveva indicato alla interfaccia sudanese una
possibile via d’uscita, auspicando una revisione della
sentenza e preparando, in modo prudente e riservato,
il terreno all’azione del governo italiano.
La mobilitazione, nel frattempo, si ampliava giorno
dopo giorno, come l’interesse dei media e la partecipazione
della società civile. La solidarietà e l’appoggio
di migliaia di persone ci davano la forza di
affrontare i momenti più difficili e duri, e di tenere
lontano ogni senso di frustrazione o, peggio ancora,
rassegnazione. D’altra parte, il caso di Meriam non
riguardava solo lei, ma tutti noi, cristiani, ebrei, musulmani
o atei che fossimo. E l’attacco di cui era vittima
era diretto alla nostra umanità, e all’umanità
in generale. A quel punto, tutti sapevamo e nessuno
avrebbe potuto voltarsi dall’altra parte. Noi attivisti
fungevamo da tramite, referente e termine di una
coscienza collettiva indignata da un uso aberrante e
distorto della religione. La nostra era una sfida a chi
fomentava l’oscurantismo, a chi negava valore all’essere
umano e al suo tratto più importante, il credo.
Le istituzioni erano al nostro fianco, sia dal punto
di vista ideale sia da quello materiale. In quel momento
era fondamentale fare quadrato, mettendo da
parte differenze, diffidenze e interessi di bottega. Di
lì a breve, l’Italia avrebbe assunto la presidenza del
Consiglio dell’Unione Europea e avrebbe potuto impiegare
quei sei mesi per lanciare una grande riflessione
sui diritti dell’uomo, sulla loro applicazione e,
soprattutto, sulla loro negazione.
Durante il discorso di inizio mandato, il premier
Renzi non usò giri di parole, disse che l’Europa poteva
e doveva fare di più, molto di più. Che era giunto
il momento di prendere una posizione forte e chiara:
«Se di fronte a un caso come quello di Meriam, condannata
a morte per non avere rinnegato la propria
fede e costretta a partorire in carcere, l’Europa restasse
in silenzio o, peggio ancora, si trincerasse dietro
a slogan vuoti o parole retoriche, e continuasse a
rinchiudersi nelle sue frontiere anziché riaffermare i
suoi valori, tradirebbe ciò per cui è nata, e perderebbe
per sempre la sua identità, il suo posto nel mondo. E
noi non saremmo degni di chiamarci Europa».

Back To Top