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Etiopia, Twitter e Facebook intervengano contro la diffusione di odio etnico e incitamento al genocidio

Nonostante il primo ministro etiope Abiy Ahmed abbia ritirato le truppe federali da Mekelle e abbia dichiarato un cessate il fuoco unilaterale il 28 giugno, il Tigray è tecnicamente sotto assedio. Secondo le Nazioni Unite su un totale di 7 milioni di abitanti della regione nord dell’Etiopia, dalle 350mila alle 900mila persone sono a rischio di morte per fame e altri 2 milioni sono a un passo dalla malnutrizione grave. Circa 5,2 milioni di tigrini necessitano di immediata assistenza umanitaria.
Agricoltori, operatori umanitari e funzionari locali affermano che il cibo è stato trasformato in un’arma di guerra, con i soldati federali e le milizie Amhara che bloccano o rubano gli aiuti alimentari. Agenzie umanitarie ONU e ONG che stanno affrontando la carestia sono limitate a causa della mancanza di carburante, dell’interruzione delle telecomunicazioni e dell’elettricità e dall’embargo umanitario di fatto decretato dal governo etiope.
Dal novembre 2020, i tigrini nelle città etiopi, in particolare nella capitale Addis Abeba, sono stati arrestati a migliaia, hanno avuto conti bancari congelati, sono stati epurati dal loro lavoro e le loro imprese sono state chiuse. Ai tigrini, un gruppo etnico minoritario che costituisce circa il 6% della popolazione etiope, è stato impedito di viaggiare all’estero.
Ora, i residenti ad Addis Abeba provenienti dal Tigray affermano che la proliferazione dei messaggi razziali è aumentata a un livello allarmante da quando il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF) ha riguadagnato terreno, con molti tigrini troppo timorosi di lasciare le loro case. Gli arresti di massa sono ripresi, insieme a decine di attività commerciali tigrine chiuse con la forza dalle autorità etiopi. Le Nazioni Unite affermano di aver ricevute prove (attualmente all’esame) di esecuzioni extragiudiziarie di vari cittadini etiopi di origine tigrina recentemente arrestati.
I tigrini che vivono altrove in Etiopia, temono di diventare “The Next Rwanda”. L’incitamento all’odio e il targeting dei tigrini si stanno intensificando ad Addis Abeba, terrorizzando sia i cittadini etiopi originari del Tigray sia i le coppie miste.
L’incitamento all’odio e al genocidio contro 7 milioni di cittadini etiopi è una campagna promossa pricipalmente sui social media e orchestrata dal governo federale etiope e da due media nazionali, organi di stampa della dirigenza di estrema destra Amhara: Fana Coorporation Broadcasting TV e Borkena TV
Il governo Prosperity Party e il Premier Abiy Ahmed Ali basano la loro campagna di odio etnico su tre notizie belliche. Utilizzo da parte dell’esercito regolare tigrino di bambini soldato. Massacri di civili in Amhara e Afar perpetuati dai soldati tigrini. Attacco a convoglio umanitario (diretto in Tigray) del PAM avvenuto domenica 18 luglio in Afar. La comunità internazionale non sta prestando attenzione a queste accuse in quanto prive di prove e diffuse con testi di propaganda dallo stesso governo di Addis Ababa.
La dirigenza Amhara è consapevole che queste fakenews non fanno presa a livello internazionale e in effetti non sono state ideate per questo scopo. Il vero scopo è di creare un sentimento di puro odio e paura tra gli Amhara e le altre etnie che compongono la federazione etiope al fine di poter mettere in atto la “soluzione finale” contro il Tigray senza opposizione popolare.

Fana TV e Borkena TV hanno ricevuto il compito di diffondere odio etnico e incitamento al genocidio all’opinione pubblica nazionale, mentre esperti governativi della comunicazione stanno organizzando identiche campagne sui social media. Campagne così diffuse che coinvolgono in prima persona il Premio Nobel per la Pace Abiy Ahmed Ali, che in diverse occasioni ufficiali ha usato chiara retorica genocidaria contro 7 milioni di suoi cittadini definendoli: Cancro della Nazione, Satanisti, erbaccia invasiva che deve essere annientata ad ogni costo. Martedì 20 luglio Abiy in un discorso indirizzato all’esercito federale ha incitato i soldati a trattare tutti i tigrini come dei nemici. L’orrendo incitamento è stato pubblicato anche su Youtube con sottotitoli in inglese. https://www.youtube.com/watch?v=BcRkc0anvI8
I ricercatori Muluken Asegidew Chekol,Mulatu Alemayehu Moges e Biset Ayalew Nigatu lo scorso gennaio hanno pubblicato sulla piattaforma d’informazione Taylor & Francis Group, una sintesi di uno studio sul Social dell’Odio in Etiopia che passò inosservato. Purtroppo questo studio è diventato di attualità. I tre ricercatori etiopi affermano che il fenomeno di incitamento all’odio sui social media è precedente allo scoppio del conflitto in Tigray e promosso dal Prosperity Party.
La sfera dei social media è stata a lungo fortemente controllata dal governo di coalizione guidato dal TPLF con due obiettivi: impedire la libertà di espressione contro il governo e la diffusione di odio etnico che compromettesse la struttura federale, unico vaccino per evitare guerre civili e/o etniche. Con l’avvento al potere di Abiy Ahmed Ali (voluto ironicamente dalla dirigenza TPLF per cercare di calmare la crescente opposizione popolare Amhara e Oromo) e l’inizio delle riforme politiche i social media sono stati sdoganati. Si è garantito una relativa libertà di espressione nonostante che la INSA (agenzia di spionaggio telematico fondata da Abiy) continuasse a spiare la vita privata di milioni di cittadini in cerca di “teste calde” antigovernative o giornalisti e attivisti “scomodi”.
Secondo gli autori dello studio dal 2019 il Prosperity Party ha iniziato a promuovere l’emergere dell’incitamento all’odio politico, etnico e religioso in previsione di creare il clima sociale favorevole al ripristino del partito unico e della dittatura etnica Amhara. Fin dall’inizio i principali gruppi presi di mira sono stati Tigrini e Oromo.
Lo studio ha analizzato gli interventi di singole persone sui social media, le nuove piattaforme digitali informative che erano nate, e i canali televisivi su Facebook e YouTube. Utilizzando un’analisi binaria, si riscontra una strana omogeneità dei commenti di odio offensivi, compresi commenti sull’incitamento alla violenza e al genocidio.
Lo studio ha inoltre rilevato una tattica comunicativa identica a migliaia di account. Contestare la memoria del passato, associare l’etnia con la religione, la cultura e le questioni linguistiche, senza mai dichiarare di essere sostenitori del Prosperity Party. Il tutto doveva apparire come liberi pensieri e opinioni di gente comune che si intrecciassero con i discorsi di odio etnico che il governo diffondeva via orale tra la popolazione per creare un tandem d’identità tra il mondo reale e quello dei social.
La conclusione che sono giunti i tre ricercatori che il fenomeno dei social dell’odio in Etiopia non sia spontaneo ma una premeditata politica di comunicazione studiata e promossa dal governo che, purtroppo, dopo la sconfitta militare subita a fine giugno in Tigray è stata portata all’estremo assumendo connotati assai preoccupanti. I social dell’odio sono di fatto una arma di guerra come le violenze sessuali, esecuzioni extragiudiziarie, arresti arbitrari, rapimenti, distruzione delle infrastrutture, diniego dell’assistenza umanitaria, la carestia e la fame.
Questa campagna organizzata dal governo etiope deve essere seriamente presa in considerazione come crimine contro l’umanità e i vari provider dei social network non possono rimanere indifferenti, tollerando sulle loro piattaforme messaggi, video e fake foto inneggianti all’odio etnico e al genocidio.
Non è solo un obbligo morale (in quanto i messaggi possono infrangere le regole di condotta di questi social) ma un obbligo giuridico. Dal 2016 Facebook, YouTube-Google, Twitter e Microsoft hanno aderito al Codice di condotta dell’Unione Europea per combattere razzismo, xenofobia e messaggi inneggianti all’odio etnico e alla discriminazione: Digital Service Act.
Nel 2020 i 4 big della comunicazione telematica hanno dichiarato di aver passato al vaglio il 90% dei contenuti segnalati come sospetti entro le 24 ore dalla segnalazione e rimosso il 71% dei contenuti bollati come illegali, contro il 28% del 2016.
Tuttavia le piattaforme social online devono migliorare il loro servizio di moderazione secondo l’Unione Europea e devono anche assicurare che i contenuti segnalati come possibili “Hate Speec” siano valutati sempre con la stessa attenzione posta dalla Commissione Europea nelle sue attività di monitoraggio online.
I messaggi di odio etnico, sorti nel 2019 sui social in Etiopia e tra la diaspora hanno avuto un aumento esponenziale dall’inizio del conflitto in Tigray. Dopo la sconfitta militare subito in giugno dagli eserciti etiope ed eritreo il fenomeno è esploso trasformando Twitter, Facebook, e gli altri social in veicoli di fakenews ma, soprattutto di odio e promozione del genocidio. Una tattica ben conosciuta fin dal genocidio ruandese del 1994 anche se allora si usavano giornali, radio, TV e il passaparola “al bar”.
Dinnanzi alle gravi violazioni dei diritti umani, stupri collettivi, fame prodotta dall’uomo (tutti crimini contro l’umanità) e, ora ai chiari propositi di genocidio espressi senza vergogna anche dal Premier e dal governo etiopi, Facebook, YouTube, Google, Twitter e Microsoft devono aumentare i loro controllo non solo attendendo segnalazioni di utenti ma vagliando i messaggi con sistemi robotizzati, compresi anche quelli in lingua amarica. Questo controllo non è da confondere con il rispetto di libertà di espressione. Non vi è alcuna libertà nel incitare ad uccidere un gruppo etnico! I magnati dei social devono prestare fede al Digital Service Act dell’Unione Europea, che è un documento vincolante.

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