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Ruanda: perché sono convinto che Kagame sia un crudele dittatore

Il 7 aprile 2022, come ogni anno, iniziano a Kigali le commemorazioni del genocidio del Ruanda, avvenuto nel 1994. Prima di parlare della situazione politica del paese, voglio fare una precisazione di ordine metodologico e partire dall’articolo 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Io scrivo volentieri su Focus on Africa proprio perché ogni collaboratore ha il diritto di esprimere le proprie idee senza pericolo d’essere censurato. Alla libertà, però, deve aggiungersi la responsabilità e il dovere di dire la verità o, quantomeno, di non dire cose che sono palesemente false. Ogni giornalista ha inoltre il dovere di separare i fatti dalle proprie opinioni: è quello che ho sempre cercato di fare e che cercherò di fare in questo articolo.

            Dal 2000 il presidente del Ruanda è il generale Paul Kagame, che in realtà gestisce il potere dal 1994, quando era vice-presidente e ministro della difesa. Alcuni lo considerano un grande presidente, io invece lo considero un dittatore, nella definizione del dizionario Zingarelli: “Chi governa secondo i principi della dittatura”, che è la “forma di governo autoritario che accentra tutto il potere nella sola persona di un dittatore”. In Ruanda non esiste la separazione dei poteri e non si muove foglia che Kagame non voglia. I giudici e i parlamentari non possono prendere nessuna decisione autonoma e se osano andare contro i desideri del dittatore sono puniti con il carcere o con la morte. Tanto per fare un esempio, il 4 aprile scorso Paul Rusasebagina, noto oppositore di Kagame, è stato condannato in appello per terrorismo a 25 anni di carcere, nonostante non ci fossero prove concrete a suo carico. Le elezioni presidenziali, inoltre, sono sempre state truccate, come è dimostrato anche dalle percentuali “bulgare” raggiunte da Paul Kagame (oltre il 90% dei voti).

Che il generale ruandese sia un dittatore è un fatto indiscutibile, mentre è una mia opinione che Kagame sia un tiranno sanguinario. Ecco la definizione di tiranno che ci dà il vocabolario Zingarelli: “Chi raggiunge il potere con la violenza e lo esercita con dispotismo”. Non mi riferisco tanto al 1994, quando il Fronte patriottico ruandese (FPR) prese sì il potere con la violenza, ma lo fece per mettere fine ad un genocidio che in 100 giorni aveva provocato oltre 800.000 morti. Mi riferisco invece a ciò che accadde nel 2000, quando era presidente della Repubblica Pasteur Bizimungu, hutu, anche lui membro del FPR. Paul Kagame, uomo di non grande cultura, ben sapeva che in elezioni libere e democratiche avrebbe perso contro il capo dello stato, laureato in economia all’Università di Strasburgo. Ecco allora che il vice-presidente, che ha in realtà tutto il potere poiché controlla l’esercito, minaccia il capo dello stato e lo costringe a dimettersi il 23 marzo del 2000, diventando presidente della Repubblica ad interim. Poiché Bizumungu costituisce un pericolo per Kagame, in quanto in grado di sconfiggerlo alle elezioni presidenziali del 2003, il 19 aprile 2002 il governo lo accusa di mettere in pericolo la sicurezza dello stato e Pasteur Bizimungu è arrestato e poi condannato a 15 anni di carcere per associazione a delinquere, appropriazione di denaro pubblico ed invito alla disobbedienza civile. Amnesty international lo definisce un “prigioniero di coscienza”. Nel luglio del 2003 Paul Kagame, dopo essersi così sbarazzato di un rivale insidioso, vince le elezioni presidenziali con il 94,3%.

Questi sono i fatti: Kagame è un tiranno, perché ha raggiunto il potere con la violenza e lo esercita con dispotismo. È anche un sanguinario? Io penso di sì, perché sono i fatti a dimostrarlo. Nel 1996 a Nairobi Seth Sendashonga, ministro nel 1994 e poi oppositore di Kagame, scampa miracolosamente ad un attentato; due anni dopo, però, il 19 maggio 1998, viene assassinato insieme al suo autista da due uomini armati di mitra. Secondo Wikipedia, “Il governo del Ruanda è da molti ritenuto responsabile dell’omicidio” (https://en.wikipedia.org/wiki/Seth_Sendashonga#Assassination).

Il primo gennaio 2014, all’hotel Michelangelo di Johannesburg viene ritrovato il cadavere di Patrick Karegeya, per tanti anni amico e collaboratore di Kagame, che, dopo essere diventato un oppositore del dittatore ruandese, si era rifugiato in Sudafrica. La scrittrice e giornalista inglese Michela Wrong, nel suo bellissimo libro “Do not disturb”, pubblicato nel 2021, spiega in maniera chiara ed esaustiva perché non possono esserci dubbi sul fatto che il mandante dell’omicidio sia Paul Kagame.

In conclusione, dopo oltre 2.400 anni resta vero quello che scrisse il grande filosofo Platone: i soldati non sono adatti a governare e devono dunque esseri i saggi (come Mandela o Senghor, aggiungo io) a gestire il potere.

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