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Ruanda, diario di viaggio. Il ruolo della radio nel genocidio ruandese

Il beechcraft delle Nazioni Unite era atterrato all’aeroporto di Kigali, proveniente dalla Tanzania. Era forse il volo peggiore mai affrontato fino ad allora. Sei passeggeri circa, compresi pilota e copilota, in un interminabile basculare nel cielo africano. Ho visitato il Ruanda a 12 anni dai massacri dell’aprile 1994 ed ancora si respirava nell’aria la paura. Prima tappa, una notte all’Hotel des Milles Collines, oggi ritornato magicamente agli antichi splendori come meta turistica di lusso, per lo più frequentato da uomini d’affari di passaggio a Kigali. Quell’albergo è stato teatro di uno dei più barbari massacri della Storia. Le sue stanze lussuose, le sue toilettes eleganti, la sua piscina, trasformata in fossa comune ai tempi del genocidio e dove oggi sono tornate a nuotare le famigliole dei turisti facoltosi. Per non parlare della terrazza per la prima colazione, che domina le mille colline dell’inquietante, nebbioso e straordinario paesaggio ruandese.

Quell’hotel è un luogo di pellegrinaggio a Kigali, esattamente come il museo del genocidio o il memoriale dei caschi blu trucidati dalla furia genocidaria del mostro. E pensare che le mura di quello splendido albergo e quel paesaggio collinare incantato sono stati teatro di tanta brutalità e che tantissime vite umane inermi sono state sottoposte a sevizie e poi finite come bestie da macello, mentre l’Occidente lontano sminuiva la portata della violenza, giungendo solo tardivamente a riconoscerne i caratteri del genocidio, quando ormai troppe vite erano state sacrificate. Alloggiare in quell’albergo con lo spirito del turista è una profanazione, farlo con l’animo di chi vuole conoscere e cercare di comprendere è cosa diversa e rispettosa verso la memoria delle vittime. E’ con tale animo che ho intrapreso tale viaggio della memoria, nel tentativo di giungere ad una ricostruzione che, a partire dalla visita dei principali siti dei massacri e dai resoconti dei traumatizzati superstiti, potesse cogliere certe sensazioni utili alla rievocazione e dunque, ad una più umana ricostruzione degli eventi. Un viaggio che potesse rappresentare un onere etico, accompagnato da un personale interesse intellettuale. Un viaggio capace di fornire una ricostruzione che fosse avulsa dalle cautele della diplomazia internazionale e dagli schematismi asettici delle giurisdizioni penali internazionali che, nelle loro ricostruzioni squisitamente giuridiche, presentano il limite di dover circoscrivere il giudizio ai soli fatti di rilievo penale.

Il 6 aprile del 1994 l’aereo che trasportava il presidente ruandes, Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, fu colpito da due razzi quando era in fase di atterraggio a Kigali. Non si salvò nessuno. Subito dopo l’attentato il Paese precipitò ne caos: quell’attentato diede infatti inizio al genocidio del Ruanda e ai massacri sanguinosi e indiscriminati da parte dei membri dell’etnia hutu che coinvolsero anche il Burundi nei confronti della minoranza dei tutsi, ritenuta responsabile dell’attentato; ma furono uccisi e perseguitati anche gli hutu considerati “moderati” o tolleranti. Nel giro di 100 giorni, dal 7 aprile alla metà di luglio del 1994, furono uccise almeno 800 mila persone, ma molti stimano che le vittime siano state un milione, ci furono decine di migliaia di stupri e di bambini arruolati come soldati. Il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (TPIR) ha statuito che nel 1994 gli hutu hanno commesso un genocidio, poiché, oggettivamente, i tutsi erano un gruppo etnico caratterizzato da stabilità e permanenza, determinata dalla trasmissione ereditaria. Inoltre, i tutsi erano considerati un gruppo etnico proprio dagli autori del genocidio.

Secondo la Convenzione di New York per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, adottata il 9 dicembre 1948 ed entrata in vigore il 12 gennaio 1951, “le Parti Contraenti confermano che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra, è un crimine di diritto internazionale che esse si impegnano a prevenire e punire”. L’art. II della Convenzione offre una definizione del genocidio come uno dei cinque atti indicati, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale. I cinque atti indicati sono: 1) l’uccisione dei membri del gruppo; 2) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale dei membri del gruppo; 3) la sottoposizione deliberata del gruppo a condizioni di vita miranti alla sua distruzione fisica, totale o parziale; 4) le misure miranti ad impedire le nascite all’interno del gruppo; 5) il trasferimento forzato di bambini da un gruppo ad un altro gruppo.

Il divieto di genocidio è una norma imperativa del diritto internazionale e come tale, non ammette deroghe in nessuna circostanza. Secondo il TPIR, il genocidio è the crime of crimes ed è un crimine contro le droit des gens, che può essere commesso tanto in tempo di pace che in tempo di guerra.

Anche l’incitamento a commettere genocidio è punibile, laddove diretto e pubblico. Esso consiste nell’azione per la quale un soggetto induce un altro a commettere atti di genocidio. Questa condotta è stata oggetto di un’innovativa giurisprudenza del TPIR in processi che hanno avuto ad oggetto l’uso della radio come veicolo per diffondere i messaggi che incitavano a commettere atti di genocidio, la famigerata Radio des Milles Collines, o la composizione e la messa in onda di canzoni miranti a promuovere lo sterminio dei tutsi, come quelle del compositore Simon Bikindi.

Nel genocidio in Ruanda, la propaganda messa in atto attraverso il mezzo radiofonico era volta a diffondere panico, paura e odio attraverso una distorsione narrativa, studiata abilmente a tal punto da scatenare una reazione collettiva e orientare condotte illecite e violente. La popolazione ruandese era diventata dipendente dall’informazione radiofonica, sopratutto quella proveniente dalla emittente radiofonica Radio des Milles Collines, controllata dal partito hutu al potere, quello dell’allora Presidente Habyrimana, a capo di uno tra i governi più oppressivi dell’Africa, caratterizzato da corruzione e propaganda ideologica divisiva. Il Presidente era accusato, tra l’altro, di incoraggiare l’attività del c.d. Réseau Zéro, una organizzazione composta da squadroni della morte in seguito implicati nel genocidio. La propaganda della Radio des Milles Collines aveva largamente influito sul consolidamento del monopolio del potere nelle mani del Presidente. La sede dell’emittente era situata nelle vicinanze del palazzo presidenziale.

L’appartenenza etnica su cui il governo aveva strutturato la società era enfatizzata dalla propaganda radiofonica pro hutu, che giocò un ruolo fondamentale nel genocidio. La Radio des Milles Collines divenne il megafono della propaganda politica filo-governativa, anche perché la popolazione ruandese, specie i giovani, era col tempo diventata dipendente dall’informazione radiofonica, specie l’informazione politica, per via della scarsa alfabetizzazione e della mancanza di fonti di informazione alternative. Già negli anni immediatamente precedenti al genocidio venivano diffusi messaggi radiofonici basati sull’odio razziale, dove le accuse reciproche scatenavano episodi violenti. I giornalisti indipendenti furono i primi bersagli del genocidio, poiché essi si sottraevano alla propaganda e offrivano un messaggio diverso, ne fu ucciso un numero impressionante.

Erano continue le “hot news” trasmesse, così venivano chiamate le notizie spesso inventate che imputavano varie accuse agli oppositori politici in maggioranza tutsi. Erano messaggi che infiammavano gli animi. Ovunque si ascoltava Radio des Milles Collines, nei bar, ai checkpoint dei militari, nelle case, essa aveva completamente preso il posto di Radio Rwanda, l’emittente nazionale.

A partire dal giorno della morte del Presidente la Radio des Milles Collines cominciò a diffondere messaggi che incitavano alla violenza attraverso una retorica che faceva perno sull’inversione della realtà, in cui i tutsi venivano accusati di odiare gli hutu, con una narrazione che richiamava simbologie e riferimenti biblici (il Presidente era presentato come Cristo), storici (come la rivoluzione del 1959 durante la quale migliaia di tutsi furono sterminati) e propri della cultura popolare, cui si ricorreva con il fine di irrobustire di credibilità il messaggio trasmesso. Ogni voce che potesse offrire una narrazione alternativa era stata silenziata. Le informazioni vere non trapelavano all’esterno, poiché le linee telefoniche erano state interrotte durante i massacri e i giornalisti stranieri erano stati espulsi. Avvocati, attivisti, giornalisti e oppositori erano stati eliminati. L’uccisione del nemico, apostrofato come scarafaggio, era indicata alla radio con il termine “lavoro”, che veniva portato a termine anche ad opera di squadre della morte come gli Interahamwe, un’organizzazione di giovani indottrinati tramite i media, che ebbe un ruolo di primo piano nel genocidio.

Attraverso la Radio venivano persino impartite istruzioni su chi e su come uccidere secondo le modalità più efferate e crudeli, come l’uccisione di donne incinte in modi particolarmente cruenti o l’incendio di chiese o scuole in cui erano state intrappolate centinaia di persone. La Radio des Milles Collines aveva acquisito enorme credibilità e importanza da parte della popolazione, che ne dipendeva intellettualmente.

Molti sopravvissuti hanno affermato che le proporzioni del genocidio e l’esodo che si è accompagnato a questo non sarebbero state le stesse senza il contributo della Radio des Milles Collines.

Quella posta in essere dalla Radio des Milles Collines è stata un’opera di disumanizzazione dell’avversario. La disumanizzazione è insita nel genocidio, dove all’altro viene negata la classificazione di umano, operazione mentale che agevola l’azione distruttrice. Il processo di disumanizzazione separa tra loro gli esseri umani in noi e voi, dove l’altro è visto come estraneo e temibile. Ma la violenza genocidaria non si ferma alla disumanizzazione, poiché questa necessita di un supporto probatorio su cui fondare l’intento distruttivo del gruppo. Questo supporto probatorio è dato dalla minaccia che l’altro rappresenta secondo un meccanismo di proiezione che vede l’altro responsabile delle debolezze del carnefice e causa della messa in pericolo di quest’ultimo. Il meccanismo di disumanizzazione in quest’ottica mette in moto l’autotutela, la legittima difesa. Il movente inconscio del genocidio è la minaccia immaginaria percepita come reale proveniente da un soggetto che, in realtà, non è che una vittima inerme. Qui la vittima è il gruppo, che è giudicato colpevole collettivamente e per questo, ritenuto meritevole di una punizione.

La disumanizzazione porta all’identificazione della vittima come essere malato o animale infimo e disgustoso, come il ratto nella retorica nazista o la blatta in quella del genocidio ruandese. L’uso offensivo di pesticidi, battericidi, gas asfissianti e velenosi, medicamenti e veleni si colloca in quest’ottica purificatrice che vede spesso il mondo animale o quello della patologia medica come metafora della disumanizzazione. La propaganda e la macchina burocratica trasformano, attraverso un gioco semantico, il genocidio in intervento disinfestatore o terapeutico-chirurgico indispensabile per purificare e liberare la società. Si accusa, inoltre, la vittima di essere carnefice attraverso la disinformazione, la manipolazione e la falsificazione dei dati, viste come operazioni necessarie per predisporre l’autodifesa. Questa è stata l’operazione propagandistica portata a termine dalla Radio des Milles Collines in Ruanda, i cui effetti furono disastrosi e brutali.

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