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Etiopia, in Tigray la prima vittima della guerra è la verità

Nel 2018 uno dei primi atti politici fatti da Abiy Ahmed Ali, eletto a primo ministro, fu quello di diminuire la pressione sui media, cercando di aprire spazi a favore della libertà di stampa. Mi ricordo come se fosse oggi la gioia e il clima di libertà che si respirava all’epoca.

Non solo noi giornalisti stranieri potevamo lavorare senza timori, ma la gente comune poteva liberamente e pubblicamente criticare il governo. Nel 2017 le persone con cui parlavo ad Addis Ababa mi pregavano di non trattare argomenti politici. Un anno dopo erano loro stessi a parlarmene ad alta voce mentre gustavamo una buona tazza di bunna o mentre assaporavamo una paradisiaca birra Abesha alla spina. Abituato alla prudenza cercavo di cambiare discorso ricevendo il disappunto dei miei amici etiopi. “Fulvio ora c’è la democrazia. Possiamo parlare. È un nostro diritto” mi spiegavano.

All’epoca firmavo gli articoli sull’Etiopia con lo pseudonimo di Tonio Tamene. Mi sentii in dovere di contribuire a rafforzare il vento della democrazia scrivendo quanto Abiy Abinot (il figlio della rivoluzione) stava facendo per il suo, nostro Paese. Eravamo tutti elettrizzati, ubbriachi delle promesse di un radioso futuro nella continuità della coalizione di governoquadripartitico: il EPRDF che per quasi trent’anni aveva garantito sviluppo economico e stabilità oltre a rendere un vitale contributo alla lotta contro il terrorismo islamico nella regione del Corno d’Africa.

Un regime che, dopo aver fatto uscire l’Etiopia dall’oscuro medioevo dell’era imperiale Amarica e dal terrore rosso del DERG, trasformando il Paese in una success-story a livello mondiale e triplicando il tenore di vita della popolazione, era capace di rivedere la sua politica, avviando aperture democratiche. Abinot era parte integrante di questa Perestroika voluta dal EPRDF. Il legame tra Abiy e il TPLF era cementato da 10 anni di collaborazione militare e politica.

Una Perestroika necessaria per evitare una guerra civile che covava sotto le ceneri dal 2012. Era chiaro a tutti che lo scontro sociale con i principali gruppi etnici: Oromo e Amhara stava portando allo scontro militare. Il EPRDF, di cui il TPLF era il partito maggioritario, scelse la pace dando ad un giovane (Abiy Abinot) il posto di Primo Ministro con l’incarico di rendere irreversibile il processo democratico. Fu una scelta matura e concordata.

Giunse infine la pace con l’Eritrea che aumentò l’entusiasmo di oltre 100 milioni di etiopi e anche il mio. Poco importava se i dettagli dell’accordo non erano stati resi noti. C’era la pace! Il EPRDF avrebbe progressivamente imposto un cambiamento democratico anche in Eritrea perché la democrazia è più contagiosa del virus Covid19. Il dittatore Isaias Afwerki e la Corea del Nord in salsa africana sarebbero stati presto un orribile ma lontano ricordo. Anche i fratelli eritrei sarebbero stati liberi.

Purtroppo all’epoca nessuno comprese l’inganno di Abiy, della dirigenza nazionalista Amhara e del dittatore Afwerki. Un malefico trio che si riempiva la bocca di pace e democrazia per meglio preparare la guerra e la dittatura. Il primo segnale avvenne nel luglio 2020 quando centinaia di cittadini etiopi di nazionalità Oromo vennero trucidati come bestie solo perché protestavano contro l’omicidio del cantante e attivista HaacaaluuHundeessaa, accusando il governo di aver commissionato l’assassinio.

Dopo il massacro degli Oromo gli eventi precipitarono e le vere intenzioni dell’Imperatore divennero sempre più chiare fino ad essere confermate senza ombra di dubbio quando decise di muovere guerra contro una parte della sua popolazione in Tigray e Oromia associando all’impresa truppe straniere. Nessun aveva osato fare appello a truppe straniere per trucidare la propria popolazione. Né Haille Selaissè, né Mengistu.

Si ritornò all’epoca buia degli imperatori Amhara e del DERG. Ritornarono le spie che ascoltavano i discorsi della gente e riferivano al potere. Ritornò il controllo su internet, WhatsApp, social network. Poco importava se si ledeva la privacy dei cittadini. L’importante era sapere chi era contro Abiy, Agegnehu Teshager, Temesgen Tiruneh. Le Ambasciate ritornarono a riferire sui comportamenti “non graditi” della diaspora. Invece di democratizzare l’Eritrea questi tre leader etiopi hanno permesso che Afwerki insegnasse loro come dominare e reprimere un popolo intero con il terrore e il sangue.

Dal 3 novembre 2020 non il Tigray ma l’intera Etiopia è sprofondata in un bagno di sangue, di crimini, di violenze sessuali, pulizie entiche. La libertà di stampa ed espressione terminarono come per incanto. Come in altri confitti generati da arcaiche e brutali dittature africane, anche quello etiope iniziò a individuare  nel giornalista il primo nemico da far tacere. La guerra civile ha trasformato il meraviglioso paese che è l’Etiopia nel posto più pericoloso per i giornalisti, dopo la Corea del Nord e l’Eritrea. L’Etiopia è al 101simo posto su 180 nell’indice annuale della libertà di stampa redatto da Reporter Senza Frontiere.

Abebe Bayu, Dessu Dulla, Simon Marks, Ethio Forum, AwloMedia Center, Addis Standard, Agence France Presse, BBC, CNN, New York Times, Washington Post, Financial Times. Tutti sono entrati nel mirino della censura, della repressione. Arresti arbitrari, chiusure di testate giornalistiche, oscuramento dei siti web delle testate internazionali. Pesanti controlli di spionaggioed espulsioni di corrispondenti o inviati stranieri.

La lista dei giornalisti e dei media vittime di persecuzioni, brutali attacchi fisici, arresti arbitrari, spionaggio ed espulsioni è incredibilmente lunga. Una politica repressiva e premeditata tesa a scoraggiare l’informazione indipendente sulla guerra in Tigray o quella in Oromia. Il figlio della rivoluzione voleva fare una guerra, uno sterminio contro il suo proprio popolo senza che il mondo lo sapesse.

Tutti questi giornalisti e media perseguitati sono stati accusati di essere collegati al “gruppo terroristico” TPLF e di diffondere (per scopo di lucro o per affinità ideologiche) la propaganda del nemico. La stessa accusa rivoltami dall’Ambasciata etiope a Roma nella sua missiva del 26 luglio 2021 che, evidentemente, risponde a direttive ricevute dal governo centrale di Addis Ababa in lingua amarica e mal tradotte in inglese.

La lettera, che la redazione di Focus On Africa ha ricevuto, è relativa al disappunto espresso dal corpo diplomatico etiope in Italia che la prestigiosa testata giornalistica italiana ospitasse un “propagandista”, il sottoscritto. Secondo la rappresentanza diplomatica a Roma i miei articoli, pieni di pregiudizi e false notizie sminuiscono e mancano di rispetto al pubblico italiano e al popolo etiope. La lettera contiene la stessa retorica e ridicole quanto assurde accuse utilizzate per arrestare i giornalisti etiopi, espellere quelli stranieri e accanirsi su qualsiasi media nazionale o internazionale che osi scrivere delle guerre civili in corso in Tigray e Oromia.

Un dovere di riportare i fatti originato non dallo schieramento a favore o contro una fazione politica ma per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di pace e di dialogo nazionale. Necessità impellenti per tentare di ricostruire un paese lacerato dall’odio etnico e dalla guerra, costantemente rifiutatedalla dirigenza Amhara, dal dittatore Afwerki e, di conseguenza,anche da chiunque occupa il ruolo di Meshrefet.

Non vi è molto da analizzare nella lettera ricevuta dall’Ambasciata etiope a Roma, se non sottolineare il grossolano tentativo di censura per far interrompere la mia collaborazione (gratuita) con Focus on Africa con il chiaro obiettivo di applicare la censura di Stato oltre i confini territoriali dell’Etiopia.  La censura è sempre stata uno strumento politico delle dittature in quanto la libera informazione costituisce l’elemento cruciale di una effettiva democrazia, temuta dai regimi dittatoriali.

Censura e libertà di stampa sono sempre state in lotta fra loro e continueranno ad esserlo. La censura è l’arma di chi esercita il potere con la forza e il terrore, di chi non vuole essere ostacolato nei suoi piani (anche di sterminio) e quindi mal tollera l’informazione, considerata come affronto verso coloro che, per legittimarsi dinnanzi al proprio popolo e al mondo esterno, non conoscono altro che l’imposizione della violenza che abborra il confronto e la critica.  In ultima analisi la censura è peggiore dell’omicidio, come ci ricorda Gustave Flaubert, in quanto è l’attentato al pensiero, un crimine di lesa-anima.

La censura è diventata per il regime guerrafondaio etiope una delle tante armi per tentare di vincere la guerra scatenata dall’incapacità di affrontare lo scontro con l’avversario sul piano politico, democratico e civile. Un’arma tra le tante, da associareal blocco umanitario, alla fame, alle violenze sessuali contro 7 milioni di propri cittadini e all’assurda crociata contro tutti gli operatori umanitari accusati di fornire armi ai “terroristi” tigrini.

Nel leggere questa missiva ho sorriso per le cliché di propaganda contenuti e nello stesso tempo ho compreso quanto questo regime, in cui noi tutti avevamo riposto le nostre speranze di vivere in un’Etiopia migliore, sia degenerato fino ad arrivare al punto di tentare di censurare giornalisti stranieri lontani migliaiadi km dall’Etiopia.

Ho anche compreso che fin quando questo regime rimane al potere, non potrò mai ritornare nella mia amata Etiopia dove ho passato molti anni della mia vita. Un esilio amaro e forzato. Non oso immaginare cosa mi succederebbe se osassi rientrare. Molti miei amici Amhara, Oromo, Tigrini sono già morti nei combattimenti voluti dal nuovo Imperatore, sorretto esclusivamente da sogni di potere, estremismo religioso tipico delle sette protestanti e vaticini della madre. Mi rimane il ricordo dei loro sorrisi, delle loro speranze, della loro voglia di vivere e il pianto di un lutto eterno perché nessuno potrà farli risuscitare.

Improvvisamente sto ricevendo minacce di morte da estremisti nazionalisti etiopi, alcune anche pubblicate su Twitter (vedi foto). Non era mai capitato prima. Non ho mai creduto alle coincidenze, quindi è lecito supporre che il sottoscritto sia rientrato nella lista di vittime della campagna in atto sui social media organizzata contro i giornalisti e media stranieri, ideata epromossa dai dirigenti nazionalisti Amhara.

Una campagna di puro odio contro noi giornalisti simile a quella promossa nel 2016 dal regime HutuPower della giunta militare al potere in Burundi. Una delle tante armi che i regimi totalitari usano nel tentativo di annientare ogni voce critica e indipendente che essa sia nazionale o straniera. In un clima di isteria bellica e propaganda razziale dalle minacce all’atto reale, spesso, il passo è breve.

Basta sola che l’occasione giusta si presenti. Vivendo e lavorando nella regione quella occasione potrebbe verificarsi. Un rischio che tengo in dovuta e seria considerazione ma che non mi spaventa in quanto chi scegli il giornalismo investigativo deve essere consapevole dei rischi e pronto a pagare le conseguenze, anche quelle più estreme.

Ringrazio Focus On Africa che, oltre a darmi la possibilità di rispondere alle insidiose calunnie lanciatemi, ha dimostrato con atti concreti tutta la solidarietà e il supporto al sottoscritto e allalibera e indipendente informazione.

Ringrazio anche il corpo diplomatico etiope in Italia per questa missiva in quanto essa rafforza il credo che è alla base del servizio di informazione che costantemente propongo.

Il dovere di un giornalista è quello di raccontare le verità che i potenti non vogliono sentir parlare. Tutto il resto è propaganda.

Fulvio Beltrami Giornalista indipendente e libero Africa Occidentale e Corno d’Africa.

Nota. Questo è un intervento personale non necessariamente legato alla linea editoriale della redazione di Focus On Africa a cui ho chiesto la pubblicazione appellandomi al diritto costituzionale di poter rispondere dalle insinuazioni rivoltemi da un governo straniero attualmente in stato di guerra civile. Ogni responsabilità del contenuto di questo articolo deve essere imputato esclusivamente al sottoscritto.

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