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Burundi: si estende l’epidemia di Febbre della Valle del Rift tra bovini e ovini

Dalla fine di aprile in Burundi è stata dichiarata la Febbre della Valle del Rift (FVR), una febbre emorragica virale acuta che si osserva più comunemente in certi animali come bovini, bisonti, pecore, capre e cammelli, a che può anche causare malattie negli esseri umani. La situazione è ancora sotto controllo, ma dopo un mese si segnalano casi in otto province del Paese e, se l’epidemia dovesse estendersi ancora, le conseguenze sarebbero drammatiche. L’allevamento è un settore essenziale in Burundi, la cui crisi si ripercuote su tutti gli altri ambiti economici e sociali, perché incide sull’alimentazione e sulla fiducia generale. Come osserva l’economista Faustin Ndikumana, “in Burundi, paese rurale e densamente popolato, i margini di manovra sono ridotti in termini di diversificazione dell’economia, per cui se l’allevamento e l’alimentazione saranno fortemente colpiti, come temiamo, la situazione rischierà di essere drammatica, dal momento che già adesso l’inflazione dei prodotti alimentari è un incubo per le famiglie”.

La Febbre della Valle del Rift
La Febbre della Rift Valley fu segnalata per la prima volta nei bovini dai servizi veterinari della Rift Valley oltre un secolo fa, all’inizio degli anni 1910. Si trova soprattutto nelle aree dell’Africa orientale e meridionale, ma è diffusa nella maggior parte dell’Africa subsahariana, compresa l’Africa occidentale e il Madagascar. Da un paio di decenni è presente anche in Arabia Saudita e nello Yemen.



(La mappa è tratta dal sito del “Centers for Disease Control and Prevention)

Questa febbre emorragica virale acuta è causata dal virus RVF (RVFV), che fa parte del genere Phlebovirus, della famiglia Bunyaviridae. Alcune sue varianti, come gli hantavirus e il virus della febbre emorragica della Crimea-Congo (CCHF), possono causare malattie anche negli esseri umani. L’impatto più significativo, tuttavia, resta quello sugli animali, su cui causa gravi malattie e aborti. Ciò ha chiaramente gravi ripercussioni sociali ed economiche, perché gli animali coinvolti sono importanti fonti di reddito per molte persone.
La principale epizoozia, cioè epidemie tra gli animali, si verificò in Kenya tra il 1950 e il 1951, quando provocò la morte di circa 100.000 pecore, ma gravi focolai epizootici di RVF si ebbero anche nel 1977 in Egitto, con oltre 600 morti umane, e nel 1987 in Senegal, nelle aree del Senegal River Development Project, che causò inondazioni nella parte inferiore del fiume, alterando sia le condizioni ecologiche che le interazioni animale-uomo.
Come riporta l’Organizzazione Mondiale della Sanità, i principali focolai di RVF dal 2000 ad oggi si sono avuti in Arabia Saudita e Yemen nel 2000 (con 516 casi di RVF e 87 decessi di animali), in Egitto nel 2003 (con 148 casi di RVF e 27 decessi), in Kenya, Somalia e Tanzania nel 2006 e 2007 (con oltre mille casi di animali contagiati e circa 400 morti), in Sudan nel 2007 (con 738 casi e 230 decessi), in Madagascar nel 2008-2009 (con oltre 700 casi e circa 30 decessi), in Sud Africa nel 2010 (con 237 casi e 26 decessi), in Mauritania nel 2012 (con 36 casi e 18 decessi) e nel Niger nel 2016 (con 105 casi e 28 decessi).
L’infezione negli umani avviene, nella maggior parte dei casi, dal contatto diretto o indiretto con il sangue o con gli organi di animali contaminati: il virus può essere trasmesso all’uomo durante la manipolazione di tessuti animali, quindi durante la macellazione o il taglio, oppure durante il parto e le procedure veterinarie, nonché durante lo smaltimento delle carcasse. A questo proposito, sono più esposti al rischio di infezione alcuni gruppi professionali, come allevatori, macellai e veterinari.

L’attuale situazione in Burundi
Secondo quanto riportato dal quotidiano burundese “Iwacu”, al 24 maggio 8 province del Paese su 18 avevano registrato almeno un caso di Febbre della Rift Valley, soprattutto nel nord: Kirundo, Muyinga e Ngozi, rispettivamente con 194 casi, 83 casi e 164 casi. Complessivamente, già 113 bovini erano stati uccisi dalla malattia.

(La tabella è stata elaborata da “Iwacu” e fa riferimento ai casi di Febbre della Valle del Rift al 1° giugno 2022 in Burundi)

Le ripercussioni non sono solo nel settore dell’allevamento, ma coinvolgono intere comunità: i macellai non hanno più buoi da trattare, i commercianti di latte di Bujumbura non vendono più la stessa quantità e temono di non poter pagare gli affitti. Intanto il prezzo della carne sta aumentando velocemente e la sola carne in commercio è quella proveniente da allevamenti del sud del Paese.
Tra le aree più colpite dall’epidemia c’è la provincia di Ngozi, dove le autorità locali hanno ordinato di seppellire tutte le mucche morte a causa di questa malattia, in modo da proteggere la popolazione. Questo, però, è anche una enorme perdita economica per gli allevatori, per cui, in almeno due casi, si sono registrate delle “esumazioni” di mucche, di notte e di nascosto, in modo da recuperarne della carne da mettere in commercio. Secondo le cronache, tuttavia, gli autori sono stati scoperti e, assicura Martin Joseph Bucumi, amministratore di Ngozi, “Nessuno ha mangiato quella carne”.
In varie zone del Burundi si registrano effetti sempre più difficili a livello individuale e comunitario: nel mercato Siyoni di Bujumbura, dedicato alla vendita di carne, da giorni non ci sono clienti: “E’ un deserto; le bancarelle dei macellai sono quasi vuote”, scrive “Iwacu”. Un altro commerciante afferma che “Il nostro lavoro rischia di finire presto”, mentre un altro dice che “Le perdite sono enormi”. Una ulteriore osservazione molto significativa è che, con l’assenza di carne, solo i ricchi potranno assumere proteine, dal momento che sono gli unici a potersi permettere l’acquisto di pesce.
A cascata, gli effetti si fanno sentire fino ai bar, perché anche questi punti di ritrovo sono meno frequentati e, quindi, vi si consumano sempre meno spiedini di carne di capra e bevande.

Quali soluzioni
Il ministro dell’Ambiente, dell’agricoltura e dell’allevamento, Déo Guide Rurema, ha recentemente smorzato le preoccupazioni, affermando che: “Per il bestiame sano, il consumo della sua carne non è proibito, bisogna solo cuocere bene il latte e la carne”. Comprensibilmente, invece, è vietato consumare la carne di un animale contagiato e, continua il ministro, il suo dicastero sta operando per sradicare la malattia.
Secondo Désiré Ntakirutimana, direttore della salute animale presso il Ministero responsabile dell’allevamento, “il vaccino è l’unico mezzo efficace per combattere la FVR”, tuttavia non è un compito facile, dal momento che andrebbero vaccinati circa 1 milione di bovini e 3 milioni di pecore; quindi, il Paese ha bisogno di almeno 8 milioni di dosi, perché saranno necessarie più dosi di richiamo a distanza di alcuni mesi dalla prima somministrazione. Inoltre, considerando che ogni singola dose di vaccino ha un prezzo tra 1000 e 1200 Franchi burundesi, cioè tra 45 e 55 centesimi di euro, l’economia burundese rischia di non riuscire a lanciare e completare la campagna di vaccinazione, perché, moltiplicando il costo di ogni dose per l’intera popolazione animale, si raggiunge una spesa complessiva di alcuni milioni di euro, che nel Paese dal reddito pro-capite più basso del mondo è una cifra enorme.
Secondo l’epidemiologo Ntakarutimana, la strategia deve essere differenziata, mettendo in sicurezza innanzitutto i luoghi più esposti, come i macelli, dove deve diventare obbligatorio indossare guanti e scarpe protettive, oltre che pulire e lavarsi bene le mani. Altra pratica consigliata è quella di dormire in stanze protette da zanzariere ricoperte di insetticidi, perché questi insetti potrebbero essere vettori del virus, sebbene ad oggi non si registrino casi tra la popolazione umana. Il dottor Ntakarutimana, inoltre, invita a non dare credito ad alcune fake news sui social-media degli ultimi giorni, dove sono circolate delle foto piuttosto scioccanti, spacciate per immagini di veterinari contagiati: “Sono false, non c’è alcun veterinario che abbia preso questa febbre in Burundi”.
Negli esseri umani, la FVR è piuttosto lieve, tuttavia una piccola percentuale di pazienti sviluppa una patologia molto più grave che può assumere una forma oculare, meningoencefalite o, ancora più raramente, febbre emorragica. Il periodo di incubazione, ossia l’intervallo di tempo tra il contagio e la comparsa dei sintomi, varia da 2 a 6 giorni; le persone infette possono essere asintomatiche o presentare una forma lieve della malattia caratterizzata da una malattia simil-influenzale con insorgenza improvvisa di febbre, mialgie, artralgie e mal di testa. Generalmente, i sintomi durano da 4 a 7 giorni, dopodiché compaiono anticorpi e il virus scompare gradualmente dal flusso sanguigno.
L’auspicio è che le autorità burundesi reagiscano prontamente, altrimenti l’epidemia potrebbe diventare ingovernabile: il virus della Febbre della Rift Valley è più serio tra bovini, cammelli, pecore e capre, in particolare sugli ovini più giovani; infatti, spesso il primo segnale di allarme è dato dal crescente tasso di aborto tra le mandrie di pecore.
Proteggerli equivale a tutelare gli umani e l’intera società, perché si tratta di animali fondamentali per larga parte dei Paesi africani in cui circola il patogeno. Ma averne cura significa anche recuperare un rapporto più equilibrato con l’ecosistema: è stata osservata una stretta correlazione tra focolai di FVR e periodi di precipitazioni superiori alla media, causati dai mutamenti climatici degli ultimi decenni, dove l’umidità fa aumentare rapidamente le zanzare e la possibilità che queste trasmettano il virus.

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