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Storie Di Cooperazione. La Mia Esperienza In Uganda, Una Morte Dolorosa

Storie di cooperazione. La mia esperienza in Uganda, una morte dolorosa

Come ho raccontato nella precedente puntata, dopo più di un mese e mezzo dal mio
arrivo a Kitgum, ho cominciato ad andare negli ambulatori generali.
Dopo il briefing mattutino delle 8 e aver fatto il giro dei pazienti, sia quelli che
potevano uscire e si accomodavano sulle panche all’esterno, sia quelli che
rimanevano nei cameroni perché più gravi o perché avevano una tubercolosi
polmonare aperta, verso le 11 del mattino mi recavo negli ambulatori generali, dove
generalmente, anche se non sempre, confluivano i pazienti che venivano dai vari
villaggi e che facevano una prima visita.
La mia scelta rimase quella che avevo preso all’inizio e che avevo concordato con la
mia responsabile: non visitavo mai i bambini, tranne qualche caso dubbio di allergia
o di malattia esantematica, perchè per loro erano disponibili medici più bravi e più
preparati di me in campo pediatrico.
Le visite negli ambulatori generali erano una sfida ulteriore che avevo
volontariamente assunto, sia perché i pazienti che vi si recavano potevano avere
qualunque tipo di patologia, sia perché il personale cambiava radicalmente rispetto
al mio “reparto” di attribuzione. Le mie mattinate passavano alla velocità della luce,
incontravo tante persone nuove e mi conquistati in fretta la fiducia e la stima del
personale degli ambulatori, particolarmente stupiti del fatto che mi fossi offerto
volontario, quando nessuno dei miei colleghi, invece, ci andava volentieri, se non
costretti.
Una tarda mattina in cui ero in questi ambulatori, mi venne di corsa a chiamare
un’infermiera perchè nel mio reparto c’era un paziente in condizioni gravissime.
Ricordavo benissimo quel paziente, che avevo visitato non più di un’ora prima. ​
Entrai nello stanzone. Il paziente si trovava nel letto più vicino all’ingresso, sulla
destra, in uno stanzone dove c’erano all’incirca una ventina di letti. Vicino a lui c’era
una donna. Il paziente, sulla quarantina, respirava a fatica ed era decisamente
peggiorato dal mattino. Aveva urgentemente bisogno di ossigeno.
Dopo averlo visitato e rassicurato, per quello che ci riuscii, andai a cercare una
bombola dell’ossigeno. Le bombole per l’ossigeno erano tre o quattro per tutto
l’ospedale e te le dovevi andare a cercare tu. Ben presto scoprii che tutte le bombole
dell’ossigeno erano occupate per pazienti molto gravi – sono passati 20 anni e non
ricordo bene i motivi – e non ci fu verso di convincere i miei colleghi di cedermene
temporaneamente una, anche solo per consentire al mio paziente di respirare
meglio e di morire dignitosamente.
La trattatiiva con i colleghi andò, perciò, male e per qualche minuto non trovai il
coraggio di rientare nello stanzone dove era ricoverato il mio paziente.
Poi mi feci coraggio e quando entrai, incontrai lo sguardo disperato del mio paziente,
che “aveva fame di aria”. Ero disperato pure io. Ho visto morire male molti pazienti
con AIDS in Italia, ma tutti avevano presidi e assistenza sanitaria garantiti. Non mi era
mai capitata una situazione del genere.
Gli presi la mano con la scusa di sentirgli il polso e, guardandolo, mi veniva da
piangere, ma mi trattenni. Mi feci ulteriormente coraggio e dissi a lui e alla donna,
che lo stava assistendo, che non ero riuscito a trovare una bombola dell’ossigeno
disponibile. Mi aspettavo una reazione di protesta ma, quando incontrai questa volta
lo sguardo della donna, mi guardò con una dolcezza che non dimenticherò mai nella
mia vita e mi disse, in un inglese stentatissimo, di non preoccuparmi perchè erano
abituati.
Un paziente terminale non “merita” troppe attenzioni da parte del personale
sanitario, non per cattiveria, certo, ma perchè non c’è più nulla da fare e sono
abituati nei villaggi a questo tipo di morte.
Rimasto solo, non potei fare altro che accompagnare il mio paziente al suo destino,
tra indicibili sofferenze sue e una grande inadeguatezza mia, confortata in parte dallo
sguardo dolce della donna.
Anche questo episodio rimarrà per sempre nel mio cuore come un’immagine
incancellabile e una lezione di vita umana e professionale.

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