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Senegal, la “négritude” di Papa Bouba Diop eroe del mondiale di calcio 2002

Papa Bouba Diop non era Maradona. Di lui ne parleranno in pochi, ne scriveranno in ancor meno e presto la sua storia si perderà nell’oblio. Del resto, nessuno può competere col Pibe de Oro, tanto meno un onesto centrocampista senegalese stroncato a soli quarantadue anni da un tumore al polmone che, tuttavia, il 31 maggio 2002, a Seoul, nella partita inaugurale dei Mondiali nippo-coreani, segnò un gol destinato a passare alla storia. L’avversaria del Senegal, infatti, era la Francia, nazione di antica tradizione coloniale, campione del mondo in carica, imbottita di fuoriclasse eredi di quel triste passato e immensamente superiore sul piano tecnico e tattico. Eppure quel Senegal divenne presto l’orgoglio del mondo intero, mentre l’arrogante Francia, giunta ormai a fine ciclo, se ne tornava mestamente in patria dopo il primo turno.

Ricordo bene l’emozione che provai agli Ottavi, quando proprio Bouba Diop eliminò l’Uruguay, un paese che da sempre vive di calcio e per il calcio, con una memorabile doppietta, prima che il sogno di andare il più avanti possibile venisse infranto ai Quarti dalla scorbutica Turchia di Şenol Güneş.
Ricordo bene i venditori ambulanti che per due ore si fermavano, la simpatia spontanea di molti italiani, la comunità senegalese in festa per un risultato comunque storico e la gioia bambina della mia generazione, appena nata ai tempi del Camerun che fece furore a Italia ’90 e pronta a scoprire, a sua volta, di avere l’Africa in casa nel senso migliore del termine, in una competizione globale che ne esaltava la bellezza e il talento.
Di quella compagine Bouba Diop fu il protagonista assoluto, colui che ci fece appassionare a un mito che mai avremmo creduto di poter ammirare e, proprio per questo, indimenticabile.
In quell’estate di tanti anni fa, è come se la “négritude” di Senghor, grandissimo poeta e uomo politico senegalese, si fosse trasferita sui campi di calcio, portata in trionfo dal più improbabile e inaspettato degli apostoli.
Ripensando al dramma silenzioso di un utopista che sognava con i piedi come Bouba Diop, mi viene dunque naturale dedicargli una poesia di Senghor, intitolata “Assassini”: “Sono là distesi lungo le strade conquistate, lungo le strade del disastro, / come snelli pioppi, statue di dèi drappeggiati nei lunghi martelli d’oro, / i prigionieri senegalesi tenebrosamente coricati sulla Terra di Francia. / Ma invano fu stroncato il riso tuo, il fiore più nero della tua carne, / tu sei il fiore della bellezza prima, in tutto questo vuoto deserto di fiori, / sei fiore nero dal sorriso grave, diamante d’un’epoca perduta. / Voi siete il limo e il plasma della primavera virente del mondo / la carne siete della coppia primigenia, il ventre fecondo, il seme / e la foresta irriducibile, vittoriosa di fuoco e folgore. / Il canto vasto del sangue vostro vincerà macchine e cannoni / la vostra parola palpitante, i sofismi e le menzogne / senz’odio voi che ignorate l’odio, senza astuzia voi che ignorate l’astuzia. / O martiri neri, razza immortale, lasciate che dica parole che perdonano”.
Ciao Bouba. La tua felicità, sincera e incredula, sarà per sempre anche la nostra.
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