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Rwanda, confermata in appello la pena a 25 anni di prigione per Paul Rusesabagina

La Corte d’Appello del Rwanda ha confermato la condanna a 25 anni di prigione per Paul Rusesabagina, oppositore del governo e divenuto celebre a livello mondiale grazie al film “Hotel Rwanda”, che ne racconta la storia durante il genocidio dei tutsi nel 1994.

Respingendo il ricorso dell’accusa che voleva una pena più lunga e pesante, il giudice d’appello, François Regis Rukundakuvuga, ha ribadito la reclusione per “terrorismo” del famoso detenuto, spiegando che «La corte ritiene che la sua pena non debba essere aumentata perché i 25 anni che ha ottenuto sono in linea con il peso dei suoi crimini e la corte mantiene la sua condanna».

L’arresto, il processo e la condanna di Rusesabagina hanno fatto il giro del mondo, suscitando ampio scalpore il 20 settembre 2021, quando è stato ritenuto colpevole di cospirazione contro la sicurezza nazionale attraverso un gruppo terroristico che tra il 2018 e il 2019 aveva compiuto vari omicidi.

Su “Focus on Africa” ne scrisse più volte Riccardo Noury, sia durante il processo, che a sentenza emessa.

Come già accennato, Rusesabagina è internazionalmente conosciuto per aver ispirato il ruolo del protagonista di un celebre film americano, “Hotel Rwanda”, in cui il regista Terry George narra come l’allora direttore dell’“Hotel des Mille Collines” di Kigali abbia salvato oltre 1200 persone dalla furia omicida del 1994. Da allora Rusesabagina è diventato una celebrità mondiale, ha acquisito la cittadinanza belga ed è andato a risiedere negli USA, dove nel 2005 è stato insignito della “Medal of Freedom”, la più alta onorificenza civile statunitense, per mano del presidente George W. Bush.

Un vero e proprio eroe, dunque, ma che negli anni è diventato sempre più critico nei confronti di Paul Kagame, denunciando il suo potere come brutale e repressivo, in una parola: dittatoriale. Secondo la famiglia Rusesabagina, questa sarebbe l’origine della persecuzione che ha subito dal regime rwandese, prima arrestandolo in condizioni controverse nell’agosto 2020 a Dubai, poi con un “processo farsa” a Kigali nel settembre scorso, in cui l’accusa non avrebbe fornito prove concrete per dimostrare le sue tesi.

Da due anni, la reazione internazionale è stata di stupore e riprovazione, ma sostanzialmente timida: il ministro degli Esteri belga Sophie Wilmes ha dichiarato all’indomani della prima sentenza che «è chiaro che il signor Rusesabagina non ha beneficiato di un processo giusto ed equo»; il suo omologo americano ha affermato che «l’assenza di garanzie di un processo equo mette in discussione l’imparzialità del verdetto». Paul Rusesabagina, che ha 67 anni, non cessa di proclamare la propria innocenza, mentre i suoi congiunti denunciano sulla stampa che sia la prima, sia la seconda sentenza sono la prova di quanto il governo rwandese sia effettivamente un regime dispotico e intollerante.

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