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Niger, storie di impegno e coraggio per aiutare a combattere miseria e morte

Ogni volta che parto perdo qualcosa di me, ma acquisto qualcosa dal mondo.
Anche questa missione in Niger, dove non sono mai stato, promette di rimettere in sesto il senso delle priorità, la riconciliazione con ciò che è veramente importante, almeno per me, oltre il cumulo di sciocchezze che ho attraversato nell’ultimo biennio: un calvario mediatico orchestrato dalla menzogna che ha creato una specie di mondo parallelo.

Adesso mi rimetto in viaggio, ancora una volta, con un convinto e prezioso spunto umano, prima ancora che professionale, per chiudere il cerchio della mia vita. Ho cominciato a vivere e lavorare da medico con il Cuamm e con il Cuamm mi avvio a concludere la mia storia grazie a Dante, medico e sacerdote, successore di Don Luigi. Lui, Anacleto Dal Lago, i molti amici che sono rimasti tali per quarant’anni, mi hanno insegnato tanto e mi hanno dato sicuramente molto più di quanto non sia stato in grado di restituire nel corso dei miei anni professionali.

Allora era la Tanzania, stavolta si tratta di un altro luogo dello stesso continente da cui ho faticosamente imparato l’essenza di un essere umano e dove ho allevato i miei primi due figli.

La vita non è molto strana alla fine e questa continuità me lo dice: quello che non è mai scomparso è l’amore per gli ultimi, il tentativo di comprenderne la sofferenza e, più di ogni cosa, la speranza che pervade tutto e non scompare mai, che nutre una terra intera, dove ci si aspetta che ognuno dia il proprio piccolo contributo, la classica goccia, per restituire quello che la casualità della nascita riesce sempre a regalare a pochi e negare a molti.

Partiamo verso Istanbul, per una pausa intermedia ricca dei soliti forti profumi della Turchia in marcia tumultuosa e contraddittoria verso un domani incerto, che chissà dove la porterà assieme a tutti noi che siamo cresciuti condividendo lo stesso mare e la stessa suaaria magica.

E poi verso Niamey, passando sopra quei paesi che sono stati la mia seconda patria per tanto tempo: la Palestina e la Giordania, coi miei amici più cari che ancora quel domani non riescono a vedere, e l’Egitto prima, la Libia poi. Quanti ricordi ormai. Quante cose fatte, quante persone incontrate e poi lasciate: quanto studio, quanto lavoro, quanti pericoli affrontati, anche incoscientemente, perché la causa valeva il rischio.

E quanti amici persi lungo la strada della vita.

L’incontro con le tre religioni non mi ha mai entusiasmato, forse perché ho sempre cercato di resistere al tentativo di capire l’incomprensibile. Ci si crede o non ci si crede. Magari ci si pensa meglio dopo, quando il grande momento si avvicina. C’è sempre un dopo per queste questioni. Adesso devo cercare di capire dove sarò domani e cosa dovrò guardare, cosa dovrò chiedere e cosa dovrò cercare di interpretare per contribuire a orientare un prossimo possibile intervento con (e non per) il Niger, secondo la migliore tradizione del Cuamm.

Atterriamo a Niamey: aeroporto nuovo, bello, funzionale, costruito dai Turchi come strumento della loro politica di (ri)espansione in questa parte del continente. Il personale preparato, rapido e gentile, l’auto dell’ambasciata pronta e la notte d’Africa intorno, viva anche se non c’è nessuno in giro in una città deserta, pulita e ben tenuta come poche altre, anche nella sua dignitosa povertà.

E poi ministeri, vescovi e ambasciate che ci aprono le porte degli ospedali e degli ambulatori, dove spunta la sofferenza di sempre,accompagnata dal senso di impotenza doloroso che mi fa compagnia da quando ho cominciato questo mestiere.

Donne sedute nei microscopici giardini della grande maternità di Niamey, appese a tubicini di fisiologica o glucosata, le due armi spuntate che usiamo ogni volta che si può. Donne che attendono la nuova nascita: non so mai se per dovere o con l’aspettativa di una nuova vita che apra un futuro molto spesso già segnato, con l’attesa del combattimento per la sopravvivenza, che qui, nella zona più devastata del mondo per mortalità materna, neonatale e infantile, con un indice di sviluppo umano adiacente all’inferno, viene persa con frequenza inferiore solo al numero di quanti ci provano ancora e ci riescono, con la testardaggine del clan degli umani. La popolazione cresce e anche troppo in fretta, rispetto all’acqua che non c’è, nonostante il grande fiume scorra a qualche metro, al cibo che si deteriora rapidamente ai 47 gradi estivi, al raccolto che sparisce nel vento bollente e arido del deserto o che gli attacchi di bande armate, mai così sciagurate e assassine come in questo ambiente estremo, impediscono di curare e usare per sopravvivere.

I bambini sono dolenti e silenziosi negli ospedali e nei reparti che visitiamo. Non è vero che i bambini africani sorridono sempre: soffrono, non capiscono dove sono, non comprendono chi sono queste facce bianche e questi camici ugualmente bianchi (spesso il colore del lutto), muoiono dopo agonie che sembrano brevi solo a chi ha un’altra età.

Visito anche la casetta dei matti nell’ospedale nazionale: come al solito, poco personale, niente farmaci, la condanna di chi riesce a raggiungere l’unica struttura psichiatrica del Paese a vivere comunque emarginato da tutti ed escluso anche dalla possibilità di una conversazione, di quello scambio di parole che spesso è terapeutico in certe condizioni. Almeno non vedo le catene a terra di molti altri luoghi che ho visitato e con cui a queste persone si toglie l’ultimo residuo di dignità.

E’ un buon inizio: non c’è l’insensibilità ostentata con cui il personale sanitario tenta di superare il burnout minaccioso e evidente ad ogni latitudine in cui mi sono trovato a lavorare.

I medici sono bravi, gli infermieri ci sono e camminano incessantemente da un letto all’altro (letto? un suo affollato simulacro, ma anche qui niente di nuovo), come accade in ogni ospedale. Il punto, caso mai, è un altro, ed è lo stesso dei nostri ambiti di lavoro come si è visto in pandemia: un ospedale – può piacere o no – è il luogo dove si cura la malattia, ma non quello dove si costruisce e si difende la salute, dove la comunità deve essere protetta contro rischi che conosciamo benissimo, ma che troppo di frequente non abbiamo gli strumenti e le risorse per combattere.

Cosa c’è là, fuori dalle case, dalla cintura urbana, dalle aggregazioni di mutuo aiuto con cui in una città si spera nel domani? Cosa succede, per esempio, ai migranti in terra ostile che spariscono in direzioni che nessuno sa bene identificare, se non i gestori della tratta moderna che, dopo secoli, si replica, con strumenti aggiornati per gestire una schiavitù antica? Chi vaccina, chi protegge le sorgenti di acqua, chi impedisce al cambiamento climatico di distruggere il raccolto, chi distrugge i rifiuti e le nuvole di zanzare e mosche che li abitano, chi previene gli attacchi delle grandi patologie i cui danni vengono amplificati dagli attacchi veri a colpi di arma da fuoco?

Entro nell’ospedale privato più grande della regione, costruito da una nazione amica, pronta a scambiare anche qui un bene edificato con la materia prima e la risorsa energetica che diventa più preziosa della moneta. Si sa, la cooperazione internazionale è animata da interessi: si tratta solo di diagnosticarli e bilanciarli nella ricerca costante di un equilibrio tra il dare e l’avere, accantonato durante i secoli della rapina anche delle straordinarie risorse umane dell’Africa, e rivitalizzato dall’etica dello sviluppo spesso unilaterale in una visione a cavallo tra il neocolonialismo e l’interesse nazionale, con in mezzo i professionisti della cooperazione che ci provano e qualche volta ci riescono pure.

Mi ha sempre sorpreso come spesso basti veramente crederci e andare dritti, resistendo a chimere e progetti ricchi solo di denaro: il Cuamm è uno degli agenti di questo cambiamento, assieme a un concerto di amici e colleghi, a tante altre organizzazioni, volontari, missionari (quanto li ho rivalutati nel corso degli anni), esponenti di una società civile che qualche volta trova gli strumenti della solidarietà vera, quella dei microprogetti che hanno l’unica ambizione di migliorare le condizioni di vita di coloro che ci circondano. Non credo più alle opere faraoniche e ambiziose dei grandi progetti che hanno promesso cambiamenti epocali che non ci sono mai stati: un fiume di denaro, grande molte volte il fiume meraviglioso su cui transitiamo e che continua a fluire per motivi e verso direzioni di cui non si parla più.

E poi ecco gli incontri con chi comanda: persone sorprendentemente qualificate, di grande visione, con una rara chiarezza di orizzonti e la coscienza di rischiare di essere ostaggi nel loro Paese e ingranaggi di una grande macchina globale che minaccia sempre di stritolarne le aspettative di progresso e benessere. Ma ci credono e si vede. Hanno quella luce e quell’entusiasmo che ricordo di avere visto solo nei grandi del passato con cui ho condiviso qualche momento di discussione, prima che scomparissero, e non sempre per cause naturali.

Ma qui c’è quell’energia e traspare quella volontà, e questo basta.

Rientriamo dopo aver visto ambasciata e personale italiano di cooperazione, militare e di sicurezza: non posso levarmi dagli occhi l’ultima volta che ho incontrato l’ambasciatore Attanasio in Congo, prima che venisse ucciso: aveva la stessa luce e la stessa energia che osservo oggi. Questo fa sperare e incrina lo scetticismo naturale in cui ci si rifugia ogni volta che si parla di programmi di lavoro con persone che ancora non si conoscono bene. Andrà bene: stiamo leggendo e decodificando una situazione dove ci sono tre direttrici di intervento che il Cuammdovrà valutare se percorrere o meno. Difficile in una terra difficile: ma il Cuamm ha sempre raccolto la sfida e l’ha vinta, con la dedizione, la volontà, l’etica e la capacità professionale a cui sono contento di aver dato un piccolo contributo.

Si rientra. Stessa rotta, con un’alba sontuosa che ci saluta dal deserto al momento del decollo, che nasconde la povertà, la miseria e la morte che speriamo di poter aiutare assieme a combattere. Ci vorranno anni e molta fatica, perseveranza e fiducia: ma i ragazzi del Cuamm ce la faranno ancora. La storia continua.

 

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