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Etiopia, le tattiche di controllo delle ONG internazionali spiegate dall’interno del mondo umanitario

Nella precedente inchiesta di Focus On Africa abbiamo visto come il governo etiope ha messo sotto controllo le Agenzie Umanitarie ONU e le ONG internazionali. Il governo federale blocca gli aiuti umanitari in Tigray, cercando di indirizzarli nelle regioni “amiche”: Afar e Amhara. Vi sono sospetti che parte  delle derrate alimentari sia dirottate verso i miliziani e i soldati dell’esercito federale etiope.

L’opera di controllo del regime viene attuata anche tramite la collaborazione del personale etiope delle Agenzie ONU e ONG. Dal 2019 il Prosperity Party ha attuato un pesante lavoro di infiltramento delle organizzazioni umanitarie di personale Amhara che condivide la politica del regime o che ne è direttamente e attivamente affiliato. Questo personale viene coordinato dal Prosperity Party per influenzare le organizzazioni umanitarie, per impedire o boicottare gli aiuti umanitari in Tigray e Oromia.

Recentemente l’attivista Gedda Komma ha intervistato una persona di spicco nell’ambiente ONG che, (protetta per evidenti ragioni di sicurezza) ha rivelato che il settore umanitario è sistematicamente controllato dall’ala estremista Amhara e dal Partito della Prosperità. Controllo e boicottaggio degli aiuti si inseriscono perfettamente nella politica etnica indirizzata per la maggioranza contro il Tigray ma rivolta anche contro l’Oromia. Tramite i suoi infiltrati il regime tenta di creare un supporto politico da parte delle ONG o per lo meno un clima di omertà che permetta di occultare i crimini contro l’umanità commessi.

La politica rivolta al settore umanitario grazie al valido supporto degli infiltrati consente al regime di ottenere una sistematica connivenza su tutte le questioni del Tigray che include le agenzie delle Nazioni Unite, diverse ONG internazionali (italiane comprese) sia laiche che affiliate a congregazioni religiose che lavorano nei settori dell’emergenza, della pace, della riabilitazione e dello sviluppo

L’esperto umanitario spiega in dettaglio il meccanismo di controllo delle ONG e Agenzie ONU e gli scopi politici. In Italia questa intervista è stata pubblicata in inglese dall’attivista in difesa dei diritti umani Davide Tommasin sul suo blog  

Questo articolo tra le sue fonti da questa intervista e da informazioni ricevute da un espatriato italiano e da un attivista Oromo in difesa dei diritti umani. Entrambi protetti da anonimato in quanto tutt’ora operano nel paese.

Il controllo delle agenzie ONU e ONG è avvenuto in tre fasi.

Prima fase. L’infiltrazione. 2019 – 2020

La prima fase verte sulla sostituzione progressiva del personale tigrino impiegato e accapparamento di posti decisionali da parte degli infiltrati dal regime. Il Prosperity Party all’inizio del 2019 ha individuato tutti i dipendenti Amhara delle organizzazioni umanitarie che aderivano al partito o mostravano un orientamento politico volto verso il nazionalismo Amhara e l’odio etnico verso il Tigray. Una volta individuati sono stati contattati per inserirli nel network di controllo delle ONG e Agenzie ONU. Se qualche persona contattata rifiutava per qualsiasi ragione, la sua decisione veniva rispettata ma la si minacciava di gravi ripercussioni se avesse riferito ai suoi superiori  la proposta ricevuta.

Il primo nucleo di infiltrati creato tra il personale già in servizio ha ricevuto 4 compiti. Impedire nuove assunzioni di Tigrini. Costringere il personale tigrino a licenziarsi tramite mobbing fino al novembre 2020. Ora bastano aperte minacce di denunciarli come terroristi e farli arrestare. Assumere nuovo personale esclusivamente di etnia Amhara. Creare all’interno delle ONG un ambiente ostile verso il Tigray.

I dipendenti tigrini ancora presenti nelle organizzazioni internazionali hanno vita difficile se non accettano di essere conniventi con gli infiltrati Amhara e le forze di sicurezza o applichino l’omertà nel non dire nulla sulla situazione.

Per attuare questa prima fase il regime ha aiutato i suoi infiltrati complicando il rilascio del permesso di lavoro per gli espatriati e triplicando le pressioni affinché le ONG e le Agenzie ONU favorissero il più possibile l’impiego di personale etiope (Amhara) limitando la presenza di espatriati.

In contemporanea gli infiltrati Amhara si sono guadagnati la fiducia dei loro superiori espatriati utilizzando la tattica del “compiacimento” ben nota nel settore umanitario in Africa ma, nonostante ciò, efficace.

Questa tattica consiste nel presentarsi agli espatriati come una persona profondamente attaccata ai valori democratici e civili occidentali: la promozione del Gender, le tematiche LGTB, la difesa dei diritti umani, la lotta contro le disuguaglianze e la corruzione, etc. Una volta conquistata la fiducia l’infiltrato diventa pressoché intoccabile in quanto assume il ruolo del “nostro uomo” ed è in grado di influenzare le decisioni dell’organizzazione.

La tattica del compiacimento funziona sempre in quanto agisce sulla psicologia dei “farengi” (stranieri) delle ONG. Spesso questi espatriati sono dei giovani con scarsa esperienza professionalità e conoscenza del paese che si trovano a gestire progetti importanti con il timore di fallire. Per evitare il fallimento questi espatriati sono alla spasmodica ricerca del “uomo di fiducia” locale che possa divenire il loro braccio destro e aiutarli a risolvere i vari problemi che sorgono durante la realizzazione di un progetto.

La scelta del loro uomo di fiducia si basa su criteri soggettivi. É facile da comprendere come un africano (malintenzionato ma scaltro) riessca a convincere di essere profondamente legato ai valori occidentali (spesso rifiutati in privato) e riesca ad ottenere senza particolari difficoltà lo statuto di fiducia cieca, incondizionata e assoluta. Raggiunto questo obiettivo l’infiltrato detiene un enorme potere all’interno della ONG.

Questi “uomini di fiducia” per quasi due anni (prima del conflitto) hanno attivamente lavorato per boicottare i progetti che si svolgevano in Tigray, mettere in cattiva luce i dipendenti tigrini, applicare qualsiasi forma di mobbing su di loro al fine di spingerli a cercare un altro impiego e presentare le dimissioni.

Nella selezione del personale da assumere gli infiltrati, durante lo screening delle candidature, tralasciano le applicazioni di cittadini di origine Tigrina preferendo i candidati Amhara. Una volta assunti passano a loro insaputa un periodo di osservazione per permettere al infiltrato di comprendere se sia possibile inglobare il nuovo assunto nel network governativo di controllo delle ONG. In caso contrario vi è la certezza di una assoluta omertà del nuovo personale qualora venga a conoscenza di dossier “delicati”. Una omertà strettamente legata alla appartenenza etnica che in Etiopia e in vari altri paesi africani è ancora forte e preferita all’appartenenza nazionale e senso del bene collettivo.

Attualmente sono le stesse ONG internazionali che evitano l’assunzione di tigrini per non mettere a repentaglio l’organizzazione e non creare problematiche con i funzionari statali e le autorità federali o regionali in Afar e Amhara. Si tratta di una cosciente e deliberata discriminazione etnica attuata esclusivamente per convenienze opportunistiche e finanziarie: evitare  di essere esplulse dal paese e partecipare alla torta degli aiuti umanitari.

Seconda fase. La demonizzazione del nemico. 2020

Agli inizi del 2020 l’infiltrazione nelle ONG internazionali di agenti o collaboratori del regime Amhara era pressoché completata. La fiducia degli espatriati e la possibilità di influenzare le decisioni delle ONG, assicurate. A questo punto inizia la seconda fase del piano.

La demonizzazione del popolo Tegaru. Gli infiltrati iniziano a promuovere intense quanto subdole campagne di sensibilizzazione rivolte a creare tra gli espatriati un senso di solidarietà verso l’etnia Amhara (presentata nelle vesti di una etnia vittima di soprusi di potere) e un senso di alienazione non solo nei confronti della dirigenza del TPLF (che ha governato il paese dal 1991 al 2019) ma verso tutti i Tegaru.

La demonizzazione è stata attuata con le stesse tattiche di quella promossa nella regione dei Grandi Laghi per attirare simpatie e sostegno alla causa Hutu in Ruanda e Burundi. Entrambe si basano su cliché standard che fanno leva sui sentimenti occidentali di giustizia, democrazia e rispetto dei diritti civili e umani.

In entrambe due le politiche di demonizzazione del nemico, le etnie Amhara e Hutu vengono presentate come le vittime, mentre i Tegaru e i Tutsi come i carnefici. Si raccontano storie unilaterali di repressione e ingiustizie sociali dipingendo Tegaru e Tutsi come cinici oppressori, dediti alla difesa dei propri interessi etnici a scapito della Nazione e delle altre etnie del paese.

Questa politica è spesso basata su revisionismo storico e fakenews che fanno comunque presa sugli espatriati che, conoscendo appena la storia del paese, confondono questa propaganda politica con la realtà, immedesimandosi nel popolo da loro creduto “ingiustamente e crudelmente represso” da una minoranza etnica assetata di potere e sangue. In entrambi i casi vi è una precisa regia governativa e un intenso uso di infiltrati nelle ONG.

Terza fase. Rendere le ONG complici e indiretti sostenitori della politica etnica Amhara.

La terza fase è iniziata nel gennaio 2021 quando il regime aveva compreso che le sue aspettative di una facile vittoria sul TPLF stavano sfumando. Per piegare la dirigenza tigrina si era iniziato a ricorrere alla repressione popolare nella speranza che violenze e intimidazioni interrompessero il supporto popolare al TPLF. Nei mesi successivi si comprese che questa tattica non poteva funzionare. I dirigenti nazionalisti Amhara hanno di conseguenza identificato come nemici da abbattere tutto il popolo del Tigray.

Gli infiltrati Amhara lavorano per imporre alle ONG una sottovalutazione delle condizioni del Tigray e per equiparare o addirittura enfatizzare le condizioni umanitarie in Afar e Amhara come più terribili e atroci rispetto a quelle in Tigray al fine di deviare le risorse finanziarie, gli aiuti e l’attenzione internazionale.

Il regime supporta questa politica favorendo finanziariamente e politicamente partenariati tra Ong internazionali e Ong nazionali create su base etnica Amhara e su affiliazione recondita al Prosperity Party. Le ONG non Amhara (peggio ancora se del Tigray) vengono duramente contrastate. Il caso della ONG REST (Relief Society of Tigray) illustra bene questa politica. REST è osteggiato in tutti i modi al fine di non permettergli di assistere la popolazione Tegaru in Tigray e nelle zone della regione occupate dalle milizie Amhara e dall’esercito eritreo dove nessuna assistenza umanitaria è presente e vi è in atto una efficace pulizia etnica.

La terza fase è favorita dalla fiducia che gli espatriati pongono sui loro “uomini di fiducia” Amhara inconsapevoli della loro agenda politica. Gli infiltrati boicottano le azioni umanitarie in Tigray, rafforzano i sentimenti etnici pro Amhara all’interno delle ONG e controllano gli espatriati che non sono riusciti a manipolare, denunciandoli alle autorità nei casi estremi per farli allontanare dal paese.

Negli ambienti umanitari etiopi circola la convinzione che l’arresto del rappresentante paese della ONG italiana VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo), Alberto Livoni sia stato provocato da una delazione di qualche personale chiave Amhara operante all’interno. La polizia al momento dell’arresto sapeva dove cercare la valigetta contenente 1 milione di Birr in contanti (circa 20.000 Euro) che Livoni doveva portare alla sede VIS di Mekelle il giorno successivo per pagare affitto, stipendi dipendenti e finanziare qualche attività di emergenza.

Secondo l’esperto umanitario intervistato il lavoro di infiltrazione e il controllo esercitato dal governo ha creato un clima all’interno delle ONG politicamente favorevole al Partito della Prosperità e sentimentalmente sfavorevole al Tigray. Vi è in atto un incredibile sforzo del regime per nascondere i crimini commessi (e accertati) nel Tigray dalle forze eritree il ENDF (esercito federale) e le milizie Amhara, sottolineando con enfasi sui presunti crimini commessi dal TPLF e dal OLA. Per rafforzare questa politica il regime tende a soggiogare il settore delle ONG al fine che direttamente o indirettamente supportino il governo federale.

Dal novembre 2020 solo due ONG internazionali hanno illustrato chiaramente la situazione in Tigray e le responsabilità del regime: Medici Senza Frontiere e il Comitato Norvegese per i Rifugiati. Entrambe sono state espulse dal paese. Il regime si è particolarmente accanito contro MSF uccidendo prima dell’espulsione tre suoi dipendenti tra cui una espatriata.

La maggioranza delle ONG rimane silenziosa nella speranza di non entrare nel mirino del regime. Questo silenzio, che nella drammatica situazione umanitaria e politica nel paeserischia di diventare connivenza e complicità, è adottata anche da ONG italiane compreso il VIS (affiliato ai Salesiani del Don Bosco) nonostante le recenti persecuzioni adottate dal regime. Repressioni che hanno rafforzato alla sede della ONG in Italia, la necessità del silenzio nella speranza che gli atti ostili del regime cessino.

Rari sono gli esempi in cui le ONG internazionali hanno tentato di chiarire la situazione in Tigray. Lo scorso 2 novembre le reti delle ONG italiane AOI, CINI(Coordinamento Italiano Ngo Internazionali) e Link 2007Cooperazione in Rete (@link2007) hanno lanciato un appello urgente  al governo italiano promuovesse un’azione diplomatica insieme alla comunità internazionale nella direzione di un immediato cessate il fuoco, per permettere l’accesso agli aiuti umanitari in Tigray e nelle zone limitrofe e l’avvio di un dialogo orientato alla pacificazione.

Un’azione lodevole ma monca. Nell’appello si evita accuratamente di denunciare i palesi crimini contro l’umanità commessi dal regime in Oromia e il genocidio in corso in Tigray. Denunciare la precaria situazione umanitaria in Etiopia senza chiarire gli autori e le cause, offre indirettamente supporto al regime e impedisce che il necessario sostengo umanitario sia associato dalla giustizia e dalla comprensione della cause della guerra etnica per poterle superare.

Il regime Amhara è cosciente che prima o poi deve cedere alle pressioni internazionali e allentare il blocco umanitario imposto al Tigray. Questa consapevolezza li porta a prepararsi per gestire al meglio le future situazioni.

Prima di tutto il regime di Arak Kilo limita al massimo l’impiego di dipendenti tigrini nella loro regione. Una direttiva seguita dalle ONG. Questa adesione è a volte comprensibile perché uno staff tigrino potrebbe non essere in grado di trasferirsi in tutti i siti dei progetti nelle regioni a causa del profilo etnico nell’aria contro i tigrini. È probabile che questi dipendenti siano soggetti ad arresti, omicidi e molestie in ogni momento. Nonostante ciò le ONG internazionali non associano alle loro rare richieste di fine del blocco  umanitario al Tigray il diritto di agire in modo indipendente dal governo federale.

Nel caso che l’assedio alla regione “ribelle” venga revocato l’azione umanitaria verrà controllata dal regime tramite i suoi infiltrati che ricoprono cariche decisionali e detengono la gestione a livello nazionale dei programmi decidendo lamodalità di assistenza umanitaria. La maggior parte dei infiltrati divenuti uomini di fiducia nutrono un profondo, quanto illogico, odio per i tigrini e disprezzo per gli Oromo e controllano pesantemente gli espatriati.

Il tornaconto degli infiltrati.

I dipendenti Amhara che hanno accettato di agire per conto del regime all’interno delle ONG usufruiscono di chiari vantaggi elargiti dal Prosperity Party e di immunità che gli permette di attuare senza problemi malversazioni, corruzione e truffe ai fini dell’arricchimento personale.

È diventata prassi comune chiedere soldi ai candidati (anche Amhara) per assumerli. Gli acquisti sono controllati da questi infiltrati che artificialmente aumentano i prezzi dei lavori, beni e servizi per ricevere la loro parte dai fornitori. Infiltrati con zero scrupoli attuano anche frodi finanziarie ai danni delle ONG sicuri che il loro lavoro di orientamento politico, delazione e controllo delle ONG per conto del regime gli assicura la totale impunità.

Noto il caso di frode finanziaria avvenuto durante le festività natalizie del 2019 a danno di una ONG italiana. I responsabili della truffa (operanti nel dipartimento amministrativo) non hanno subito conseguenze nonostante le prove in possesso della polizia, in quanto Amhara. Avevano falsificato la firma del rappresentante paese emettendo una serie di assegni riscossi in diverse banche. La seconda firma necessaria per riscuotere era originaria e appartenente ad un responsabile amministrativo Amhara che la polizia non ha ritenuto il caso di considerarlo come probabile indiziato.

Il caso di questa Ong Italiana non è isolato. Varie Ong Internazionali sono state vittime di ingenti frodi finanziarie compiute dagli infiltrati e costrette a subire a causa della affiliazione politica dei colpevoli. Spesso gli autori conservano i posti di prestigio e di dirigenza occupati prima del crimine finanziario, senza alcun rischio di venir rimossi.

È anche corretto menzionare che ci sono alcune I/ONG equilibrate e responsabili che non sono ancora completamente politicizzate contro nessun gruppo”, sottolinea l’esperto umanitario intervistato. “Tuttavia, nell’attuale Etiopia, la comunità internazionale e i partner del paese dovrebbero capire che quasi tutte le parti etiopi, siano esse ONG, istituzioni religiose, media, governo e alcune ONG internazionali influenzate da esperti etiopi, non possono MAI trattare le questioni del Tigray nel modo in cui quelle i problemi meritano di essere gestiti”.

Lo stesso discorso vale per l’assistenza umanitaria alle popolazioni dell’Oromia, che attualmente sembra assente dall’agenda internazionale nonostante che gli Oromo subiscano la stessa intensità di repressione etnica e raid aeri con droni che quella in atto nel Tigray.

I dati Onu indicano che circa 7 milioni di persone sono bisognose di assistenza in Afar, Amhara, Oromia and Tigray. La regione più bisognosa rimane il Tigray dove oltre 400mila versano in condizioni di carestia e rischiano di morire di fame a causa del blocco degli aiuti umanitari. Solo il 1% della popolazione civile che si trova nelle zone degli scontri ha avuto accesso agli aiuti alimentari.

Se ciò non bastasse il governo etiope tenta in tutti i modi possibili di deviare gli aiuti e le risorse finanziarie internazionali a favore delle regioni Afar e Amhara. Il regime anche in queste regioni “amiche” applica discriminanti etniche e politiche. I cittadini in estrema difficoltà ricevono assistenza umanitaria solo se Amhara o se politicamente affiliati al Prosperity Party o alle milizie fasciste Amhara e Afarine.

Questa è la triste realtà che scaturisce dalle testimonianze degli attori umanitari e attivisti in difesa dei diritti umani. Alcuni di essi stanno pesando di sottomettere le loro dimissioni per indirizzare la loro sincera opera umanitaria in altri paesi, evitando il rischio di diventare corresponsabili involontari dei cimini commessi tramite omertà.

Sarebbe interessante ricevere il punto di vista sulla situazione dalle ONG internazionali che operano in Etiopia. Saremo lieti di dare il dovuto spazio e la dovuta diffusione dei loro interventi in quanto fermamente crediamo che la pace si costruisce anche rompendo il muro del silenzio sui crimini contro l’umanità e tramite la ricerca di una giustizia equa e imparziale.

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