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L’attentato di Bandiagara in un Malo abbandonato dall’Occidente

Il 3 dicembre 2021, un commando di jihadisti ha attaccato un autobus pieno di contadini intenti a recarsi al mercato di Bandiagara, in territorio Dogon. Si è trattato di un attentato terroristico particolarmente efferato nelle sue modalità poiché, dopo aver colpito il mezzo con raffiche di mitra, gli attentatori gli hanno dato fuoco con all’interno i contadini intrappolati vivi. Il bilancio è stato di 31 morti e 17 feriti.

Questo e analoghi episodi mostrano come la popolazione sia alla mercè dei terroristi, privata quasi del tutto di protezione da parte delle autorità. Questo sentimento di sconforto, unitamente al risentimento verso le forze governative incapaci di proteggere i cittadini, era palpabile qualche giorno dopo l’attentato, allorquando gli abitanti di Bandiagara hanno protestato minacciando la disobbedienza civile.

La mancanza di assistenza delle istituzioni ha anche portato alla nascita di milizie autogestite, gli chasseurs dogon, con il compito di consentire ai contadini di lavorare più serenamente nei campi, senza temere attacchi armati. Purtroppo, la funzione deterrente è minima poiché il terrorismo jihadista continua a seminare terrore e devastazione, mentre le terre restano incolte e le uniche scuole aperte sono quelle coraniche. L’attuale dinamica finisce per esasperare anche i contrasti intercomunitari e riaccende dispute fra gli agricoltori dogon e i pastori peul, considerati potenziali alleati dei terroristi. Questa seconda etnia, a cui viene negato il fondamentale diritto di passaggio o di accesso ai pozzi, proprio in quanto vittima di ostilità, spesso vede i propri giovani aderire ai gruppi jihadisti come la Katiba Macina di Amadou Kouffa, affiliata al Gsim (Groupe de soutien à l’Islam et aux musulmans). Recentemente, milizie jihadiste legate ad Al Quaeda hanno raggiunto il Paese Dogon, cercando di imporre una forma di sharia radicale. L’infiltrazione dei jihadisti del nord ha, pertanto, riacceso l’attrito tra dogon e peul, le due storiche fazioni etniche. Questa “decadenza della tradizione”  viene ben descritta dallo studioso africanista Marcello Monteleone nel suo saggio “Diritti fondamentali e giovani in Africa”, edito da L’Harmattan, che avverte “un profondo rammarico per l’inerzia e l’insensibilità politica dimostrata nella ricerca dell’ordine e della pace nel Paese Dogon da parte del Governo maliano”.

Ma la situazione nell’intero Paese è caotica e l’uscita di scena della Francia ha aggravato il senso di abbandono in seno alla popolazione. Dal raggiungimento dell’indipendenza, nel 1960, il Mali ha subito ben cinque colpi di stato ad opera dei militari (Fama), talvolta giustificatisi con l’intenzione di accompagnare il Paese verso una transizione democratica, come è avvenuto quando, nel 1991, i golpisti sono intervenuti per deporre Moussa Traoré, dittatore per oltre venti anni. Anche in ragione di questo ruolo talvolta ambivalente, le forze armate sono spesso state sostenute dalla popolazione, così come avvenuto nei putsch dell’agosto 2020 e del maggio 2021. Entrambi i copli di stato sono riconducibili al col. Assimi Goȉta il quale, a suo dire, avrebbe agito con l’intento di combattere il radicalismo islamico, favorire lo sviluppo economico e riconquistare il controllo del territorio contro la presenza jihadista.

A questa instabilità contribuirà l’abbandono della Francia, che il 14 dicembre 2021 ha lasciato la città di Timbuktu. Parigi intende ridurre la propria presenza nel Mali dopo 9 anni durante i quali ben 5 100 uomini sono stati impegnati nell’operazione Barkhane. I francesi, in nome dei diritti umani, sono stati da sempre irremovibili nel rifiutare qualsiasi forma di dialogo con i terroristi. Tuttavia, bisogna registrare anche il fallimento della logica occidentale anti-islamista che, come hanno ben sottolineato gli studiosi B. Haidara e S.A. Traoré, è stata “tutta giocata sulla dimensione militare” (Le Point Afrique, 25 agosto 2021), apparentemente coadiuvata da un esercito governativo intriso di corruzione. Il generale francese Peyroux, nel consegnare il comando alle truppe maliane, ha dichiarato che la Francia rimarrà presente in Mali in modo diverso, consentendogli di prendere in mano il proprio destino. Si tratta di argomentazioni che rievocano quelle che hanno accompagnato la ritirata statunitense dall’Afghanistan, con le conseguenze rovinose a cui tutto il mondo ha assistito.

 

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