vai al contenuto principale

Libia, la situazione a Derna a due settimane dall’alluvione

Nella notte tra il 10 e l’11 settembre la tempesta Daniel si è abbattuta su Derna, una delle principali città costiere della Libia orientale, devastandola. Nei primi giorni le informazioni sono arrivate con difficoltà, perché l’entità del disastro debordava le capacità locali, poi sono giunti i primi soccorsi internazionali e, quindi, anche i primi bilanci che parlavano di migliaia di morti. Successivamente, però, le notizie sono tornate a farsi più rade e nell’ultima settimana la catastrofe di Derna è quasi sparita dalla stampa italiana ed europea, tranne alcune eccezioni. Proviamo a fare il punto basandoci su tre articoli recenti apparsi su “Le Monde”, “The Wall Street Journal” e “Al Jazeera”.

Su “Le Monde”, il corrispondente Madjid Zerrouky spiega che

“A due settimane dal passaggio del ciclone Daniel, Derna non è altro che dolore. La popolazione è lasciata a se stessa, fisicamente e psicologicamente, e si ritrova a lottare con istituzioni in bancarotta in un Paese diviso tra due governi che si assolvono da ogni responsabilità di fronte alla tragedia. Quello dell’Occidente, riconosciuto dalla comunità internazionale, e quello dell’Est, entrambi dotati di una propria amministrazione e di proprie milizie, rendono più complesso il coordinamento degli aiuti”.

La cifra ufficiale delle vittime è attualmente di 3.875 persone uccise, ma il numero (provvisorio e stimato) fornito dalle Nazioni Unite fa riferimento addirittura a 11.300 morti, più almeno 10.000 dispersi.

I soccorritori raccontano di un territorio apocalittico: un operatore sudafricano ha detto a “Le Monde” che “in trent’anni di interventi, non ho mai visto una cosa del genere”. Intanto sulle macerie della città va dipanandosi anche il confronto politico, infatti Elseddik Haftar, figlio maggiore del maresciallo Khalifa Haftar, l’uomo forte della Libia orientale, ha annunciato da Parigi che intende candidarsi alle prossime elezioni presidenziali, previste entro quest’anno sebbene rinviate più volte: “Penso di avere tutte le capacità per alleviare e stabilizzare la Libia”.

Sul “Wall Street Journal”, Chao Deng e Ghassan Adnan riferiscono che le inondazioni hanno spazzato via interi alberi genealogici: a Derna era possibile risalire indietro per secoli, seguendo le linee familiari, ma la tragedia di due settimane fa ha ucciso decine di parenti in ciascuna famiglia. È il caso di tre donne, Gaith Al Tashani, sua sorella e sua nipote, che, salvatesi dall’onda di acqua, hanno lasciato la città portuale libica: uniche sopravvissute di una famiglia che era composta di 22 persone: “non potevamo più sopportare altre notizie sui morti”.

Quello di Derna è un disastro dovuto innanzitutto a un grave fallimento infrastrutturale, con il crollo delle dighe costruite negli anni ’70, ma la zona era stata inondata almeno altre cinque volte, a partire dal 1942. Tuttavia, dal 2002 non c’era stata più manutenzione a causa del conflitto politico interno, poi quelle opere sono state completamente abbandonate dal 2011 con la caduta del regime di Gheddafi e la guerra civile tra est e ovest: una negligenza che ha avuto conseguenze disastrose.

Dai primi rilievi, almeno un quarto della zona urbana di Derna è stata completamente spazzata via: le infrastrutture, compresi i ponti, sono state distrutte e migliaia di edifici sono stati esposti alle inondazioni. L’alluvione ha sradicato alberi e distrutto centinaia di automobili, e gran parte della città è ora ricoperta di fango. Le forniture di energia elettrica e acqua sono interrotte, sebbene ci sia un parziale ripristino dell’elettricità e dei servizi internet. Gli aiuti internazionali sono ovviamente fondamentali e avranno un impatto significativo sul corso della ripresa della Libia, una nazione che da anni soffre una pesante instabilità politica e vari conflitti armati, che ora deve affrontare una delle crisi umanitarie più gravi del mondo.

Su “Al Jazeera”, infine, Ala Drissi scrive di una vera e propria “sentenza di Derna”, come in un Giorno del Giudizio. Il corrispondente ha incontrato Ahlam, una donna che ha vissuto sia la guerra civile che il terrorismo dell’ISIS, e che dice che vivere un’alluvione di questo tipo è stata la sua esperienza più straziante:

“L’unica cosa che potevo vedere era l’acqua, un mare enorme che spazzava via tutto nei dintorni. La nostra strada, i nostri vicini, la nostra casa, mia madre e mio padre, le voci della gente, i bambini che piangono, gli schermi dei cellulari che sbiadiscono con i loro proprietari che annegano. Sai cosa c’è di peggio che sentire le urla? Il silenzio che ne segue. È questa pace inquietante che mi perseguita oggi”.

Come se fosse in trance, Ahlam descrive un vero e proprio “dies irae”, un “giudizio universale”:

“I canali locali e i social media avevano notizia del temporale, ma noi non prestavamo molta attenzione. Continuavamo a dire che era un temporale, che sarebbe passato. La cosa peggiore che pensavamo potesse accadere erano i tappeti bagnati o i mobili danneggiati. Non abbiamo mai pensavo che le cose sarebbero state più serie. […] Circa mezz’ora prima di andare a letto, abbiamo sentito le sirene, quindi abbiamo pensato che ci fosse un’emergenza. Guardando fuori dal balcone, abbiamo visto le forze di sicurezza arrestare un gruppo di giovani che avevano litigato con gli agenti. Era piuttosto buio, di tanto in tanto apparivano lampi tra le nuvole, ma non sembrava nulla di sinistro, quindi andammo nelle nostre stanze. […] Sembrava una notte come tutte le altre, eppure non lo era. Circa mezz’ora dopo, è rimbombato il rumore di un’esplosione, facendomi sobbalzare giù dal letto. […] Anche allora, pensavo ancora che fosse solo un’alluvione ed ero più preoccupato per i nostri mobili che per le nostre vite”.

Il racconto di Ahlam diventa sempre più drammatico, perché a questo punto l’acqua comincia a riversarsi in casa, dove i membri della sua famiglia “sono stati sballottati qua e là come bambole”:

“Non potevamo uscire, le stanze si riempivano di acqua fredda e quello che ricordo è che l’acqua era dolce, non di mare. Al telegiornale avevano detto che il pericolo veniva dal mare e hanno evacuato le persone che vivevano nelle sue vicinanze. Nessuno si rendeva conto che la morte sarebbe venuta dal sud, non dal nord, che sarebbero state le dighe a gettare tutti in mare”.

Quando l’acqua ha completamente inondato la loro abitazione, Ahlam ha cominciato a pregare:

“Ho detto la preghiera tashahhud [l’orazione della dichiarazione di fede islamica], e l’ha fatto anche mio fratello Mounir. Poi abbiamo visto nostro fratello galleggiare, ma aveva solo perso i sensi e siamo riusciti a metterlo su uno dei divani che galleggiavano intorno a noi. […] Poi mi sono resa conto all’improvviso che mio figlio stava ancora dormendo nella mia stanza al piano di sopra. Ho iniziato a picchiare istericamente sul soffitto, cercando di svegliarlo. Non c’era risposta. Le mie mani erano congelate e il mio corpo si sentiva più leggero. Era la fine, ne ero certa, quindi ho recitato di nuovo il tashahud e ho presentato il mio corpo in obbedienza a ciò che il diluvio voleva. Era come un sogno”.

Ahlam racconta di aver pensato che fosse la fine, ma non lo era, perché dopo circa un’ora l’acqua ha cominciato a ritirarsi un po’, così da permetterle di nuotare intorno alla casa per controllare se il resto della famiglia fosse nelle altre stanze: “in una camera ho trovato mio figlio sopra l’armadio, che tremava e piangeva. Ha detto: ‘Mamma, perché mi hai lasciato qui?’”. I genitori di Ahlam sono attualmente dispersi, trascinati via dall’acqua chissà dove, così come altre decine di persone del loro quartiere.

La situazione odierna, a Derna, è ancora estremamente precaria e difficile, come si deduce da un tweet del Dipartimento di Protezione Civile italiana che ieri, 26 settembre, ha ospitato nel suo campo base in città la coordinatrice Onu in Libia, Georgette Gagnon, con la quale è stato fatto il punto della situazione sugli aiuti:

Intanto, le autorità della Libia orientale hanno annunciato che il 10 ottobre si terrà a Derna una conferenza internazionale per sostenere gli sforzi di ricostruzione. La partecipazione a questa conferenza, tuttavia, potrebbe rappresentare una questione diplomatica per molti Paesi, dato che le autorità orientali non sono riconosciute dalle Nazioni Unite. In ogni caso, dalle prime informazioni fornite da Ali Sidi, ministro delle infrastrutture del governo di Mohamad Hamad con sede nella Libia orientale, la Cina sarà la prima a cominciare i lavori di ricostruzione di ponti, infrastrutture e strade “in brevissimo tempo”, con un progetto da 30 miliardi di dollari (28 miliardi di euro).

Infine, sul piano amministrativo e della giustizia, lunedì 25 settembre la magistratura libica ha ordinato l’arresto di diversi funzionari, ritenuti responsabili dei crolli infrastrutturali che hanno causato la violenta inondazione della città portuale libica. In un comunicato la Procura ha dichiarato che è stato deciso di arrestare 16 funzionari responsabili della gestione delle dighe del Paese, 6 funzionari dell’Autorità per le risorse idriche e il sindaco di Derna “per aver violato gli obblighi del mandato di gestione dei fondi stanziati per il ricostruzione e sviluppo della città”.

Torna su