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Il Mio Nome è Meriam. V Capitolo. L’incontro Di Daniel E Maya

Il mio nome è Meriam. V capitolo. L’incontro di Daniel e Maya

Aveva passato la notte a pregare e ringraziare Dio
per avere protetto le sue donne. Si era agitato, commosso
e tormentato. Poi, finalmente, si era mosso
e, prima ancora che il sole prendesse posto in cielo,
Daniel aveva raggiunto il carcere femminile di Omdurman,
situato alla periferia della capitale. Circondato
da un muro di cinta color sabbia alto circa
tre metri e protetto da torrette e uomini armati in
servizio ventiquattro ore su ventiquattro, era nato
per ospitare un centinaio di detenute, ma nel tempo
era stato ampliato per accoglierne il doppio. Peccato
che, nell’ultimo periodo, arrivava a ospitarne
quasi mille e quelle che scontavano le pene più
brevi erano stipate nello hoch, uno spazio comune
all’aperto attrezzato con stuoie o materassi sottili
come fogli di carta, in balia della polvere, del caldo
e dello sporco.
Daniel era accompagnato da due avvocati, con
i quali nel tempo aveva condiviso speranze e delusioni,
che ormai considerava come amici. Nella
sala d’attesa non fece che sbuffare e tormentare i co36
mandi della sedia a rotelle. Non vedeva l’ora di riabbracciare
Meriam e, soprattutto, conoscere la sua
bambina.
Passò un’ora. Poi, finalmente, la porta della stanza,
che nel frattempo si era riempita di famigliari delle
altre detenute, si aprì. C’erano una guardia e, al suo
fianco, Martin, che corse subito nella sua direzione.
Daniel lo strinse forte, ne ispirò l’odore e gli accarezzò
la testa. Era felice di vederlo, la sua dolcezza
e i suoi occhi provati eppure vivi e curiosi erano disarmanti,
tuttavia non riusciva a lasciarsi andare. Era
teso, preoccupato, temeva che qualcosa sarebbe andato
storto, che avrebbero trovato il modo per mandarlo
via senza permettergli di incontrare né Meriam
né Maya.
L’agente lasciò che desse da bere al piccolo, poi,
con un tono freddo e distaccato, gli comunicò che poteva
raggiungere la sala delle visite. Daniel si mosse
sulla sedia a rotelle seguendo l’uomo lungo il padiglione
carcerario che ormai conosceva a memoria.
Era emozionato, gli tremavano le mani.
Meriam era seduta su una panca, indossava un
abito nuovo, una veste azzurra che le avevano dato
in prigione. Guardandola pensò che, nonostante
gli occhi cerchiati e i capelli arruffati, fosse ancora
la donna più bella del mondo. Era evidente che
avesse dormito poco, ma non sembrava particolarmente
provata. Aveva in grembo Maya. Daniel
si avvicinò, le sfiorò la mano. Non poteva fare di
più, il contatto fisico era severamente proibito: per
la legge islamica lui e Meriam erano degli adulteri,
dei peccatori.
Lei allungò le braccia e sistemò Maya tra le sue.
Restò in silenzio, quasi stordito, mentre il volto si rigava
di lacrime.
Meriam raccontò di avere partorito in catene,
tra mille difficoltà, e di essere preoccupata per le
possibili ripercussioni sulla salute della piccola. In
più non capiva perché quella mattina le avessero
fatto indossare un tob, la tipica veste sudanese, una
lunga striscia di tessuto che la ricopriva dalla testa
ai piedi, e le avessero scattato diverse foto. O,
meglio, sospettava si trattasse di un’operazione di
propaganda, per mostrare una realtà edulcorata rispetto
a quella in cui era finita e questo le faceva
ancora più male.
Daniel e Mohaned le raccontarono che la sua storia
era finita al centro di una grande mobilitazione,
che i giornali e le televisioni di tutto il mondo parlavano
di lei e della sua bambina, e migliaia di persone
avevano manifestato in suo favore. Meriam
ascoltava con attenzione e i suoi occhi avevano ripreso
a brillare. Sentire che la sua battaglia era non
solo compresa ma anche sostenuta da tanta gente la
confortava, le dava pace, produceva dentro di lei una
sensazione simile a quella che provava quando abbracciava
Martin o cullava Maya, o quando pregava
e avvertiva la presenza del Signore anche in quella
squallida realtà nella quale era confinata.
Tuttavia era consapevole che il suo rilascio non
era imminente. Che l’opinione pubblica era una cosa,
il potere giudiziario un’altra, soprattutto in Sudan.
I suoi avvocati erano stati chiari: bisognava attendere
i successivi gradi di giudizio, prima in appello
poi, nel caso, quello dell’alta corte.

* * *

Comunicammo la notizia della nascita di Maya
attraverso una foto, che Mohaned mi aveva inviato
tramite WhatsApp, e un tweet, che recitava: «Maya è
nata ieri, sta bene, ma non è una bimba libera. Come
non lo è Martin, il fratellino che da febbraio è in carcere
con la mamma». Fu l’occasione per rilanciare
la petizione, che era già stata sottoscritta da più di
cinquantamila persone, e accentuare le pressioni sul
governo e, indirettamente, sulla magistratura sudanese
affinché concedesse la grazia.
Dopo l’Italia e gli Stati Uniti, anche la Gran Bretagna
aveva visto crescere l’attenzione dei media e
delle istituzioni sul caso della giovane condannata
a morte perché cristiana. Il «Times» di Londra, con
un titolo in prima pagina, rilanciò la campagna per
la sua liberazione: Salvate Meriam fu l’endorsement
dello storico quotidiano britannico, che definì la pena
«crudele e arcaica, una violazione della Dichiarazione
universale dei diritti dell’uomo, il cui rispetto deve essere
un prerequisito per concedere aiuto e sostegno
umanitario ai paesi in difficoltà».
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A suo modo, l’editoriale riprendeva i toni e i temi
della campagna lanciata da Italians for Darfur e Amnesty
International: «La condanna a morte per apostasia
e le condizioni per scongiurarla, ovvero abiurare la
fede cristiana e convertirsi all’islam, sono inaccettabili.
In un paese civilizzato la sua “colpa” non sarebbe un
reato, mentre la sua uccisione lo sarebbe di sicuro».
Il «Times» elogiava la campagna lanciata dalle
diverse associazioni e riconosceva che la pressione
esercitata sulle autorità sudanesi avrebbe potuto ottenere
diversi risultati. Peccato che non bastasse: era
il momento che le istituzioni facessero sentire la loro
voce, che dalle parole passassero ai fatti.
Il giorno seguente il premier britannico David Cameron
telefonò al presidente Bashir per chiedere la
revoca di una sentenza «barbara, che non ha posto
nel mondo». La Gran Bretagna, disse, si impegnerà
con ogni mezzo per tutelare la libertà religiosa e la
vita di un’innocente. Per quanto possibile le fornirà
assistenza medica e legale. E le starà accanto fino al
momento della liberazione.
Il leader liberaldemocratico, Nick Clegg, e quello
laburista, Edward Miliband, usarono parole altrettanto
nette, schierando l’intero paese accanto al primo
ministro.
Se da un lato le pressioni politiche e diplomatiche
sostenevano e rafforzavano la campagna di denuncia
delle organizzazioni, dall’altro rischiavano di generare
un pericoloso effetto boomerang sulle autorità
sudanesi, che tolleravano a fatica quell’“ingerenza”
e non si preoccupavano di mascherare la loro irritazione,
al punto che cominciammo a temere che anticipassero
l’esecuzione della pena accessoria prevista
dalla sentenza: cento frustate, che nelle condizioni di
Meriam, provata dalla prigionia e reduce dal parto,
sarebbero equivalse a una condanna a morte. I suoi
avvocati lanciarono un grido d’aiuto che gli attivisti
di tutto il pianeta colsero e tramutarono subito in
azione. Scrissi un post sulla pagina Facebook dell’associazione,
spiegai che se il tribunale non avesse
emesso un nuovo verdetto entro due settimane Meriam
sarebbe stata frustata a morte. In più, aggiunsi
senza usare giri di parole, avevamo bisogno di soldi.
Le spese legali erano elevate e i fondi raccolti tramite
le donazioni cominciavano a scarseggiare. Bisognava
darsi da fare e bisognava farlo presto. Anche
perché, in Sudan, la situazione non faceva che peggiorare.
Le condizioni igienico-sanitarie del carcere
erano insopportabili per una persona normale, figurarsi
per un ramoscello di donna che poteva contare
solo sulla forza interiore e l’amore per il suo uomo e
i suoi bambini. Meriam e Martin avevano contratto
diverse infezioni, e per Maya, che aveva solo pochi
giorni, i rischi erano ancora più elevati. La possibilità
che morisse, che si spegnesse prima ancora di avere
brillato, era concreta: la prigione di Omdurman vantava
decine di vittime tra i neonati.
All’inizio di giugno il sottosegretario agli Esteri
Abdullahi Alzareg fece una dichiarazione che ci sor41
prese e ci regalò una nuova, improvvisa fiducia. Non
solo, disse ai microfoni della bbc, era sicuro che Meriam
non sarebbe stata giustiziata, ma assicurava che
il governo sudanese era determinato a garantire la
libertà di culto e i diritti umani fondamentali.
Le sue parole, riprese dai canali e dai siti di tutto il
mondo, furono una boccata di ossigeno, la conferma
che l’impegno dei politici, degli attivisti e della gente
comune stava dando i suoi frutti.
Dopo poche ore, però, il ministro degli Esteri sudanese,
Ali Karti, diramò una nota ufficiale con la
quale smentiva le dichiarazioni del sottosegretario
ed escludeva categoricamente che Meriam potesse
essere scarcerata.
Fu una doccia gelata. L’ennesima. La delusione
prese il posto della speranza, la frustrazione e il senso
di impotenza accomunò me e migliaia di altre persone.
Gli avvocati di Meriam fecero il resto: è inutile
che vi illudiate, spiegarono, lei e i bambini rimarranno
in prigione fino a quando non sarà emesso
un giudizio che annulli il precedente. Le dichiarazioni
del sottosegretario Alzareg erano di pura facciata,
servivano a rassicurare l’opinione pubblica e
calmare le proteste, allentando la pressione sul governo.
C’era solo un motivo per essere ottimisti e riguardava
i tempi del nuovo processo: erano convinti
che la corte d’appello si sarebbe pronunciata sul ricorso
entro fine giugno.
«Non vedo l’ora che il dibattimento cominci» diceva
Mohaned, che mi aggiornava costantemente
sulle condizioni di Meriam e su quanto avveniva
a Khartoum attraverso foto e messaggi. «Il giudice
di primo grado ha fatto un mucchio di errori, sono
così tanti e palesi che non ci vorrà molto per smontare
le sue argomentazioni. Poi ci sono le nuove testimonianze,
la corte non potrà non prenderle in
considerazione. Questa volta non si tratta di stabilire
se Meriam sia stata prima musulmana e poi
cristiana o sia sempre stata tale, non è compito nostro.
Dobbiamo solo appurare se, in base alla Costituzione,
abbia o meno il diritto di scegliersi la
religione. E noi crediamo che sia così. Vale per lei
e vale per tutti.»
Anche in questo caso, però, il problema rimaneva il
tempo: una volta iniziato, l’appello non aveva tempi
certi, il procedimento sarebbe potuto durare uno,
due o più mesi. E l’inizio del Ramadan, che si avvicinava
giorno dopo giorno, incombeva minaccioso.
A complicare la situazione e a fare salire ulteriormente
la tensione, avevamo avuto la conferma che
le foto scattate a Meriam in prigione nascondessero
una finalità a dir poco inquietante. Nelle immagini
stringeva Maya tra le braccia mentre Martin
le era accanto. Aveva il capo coperto da un velo,
l’hijab, segno evidente, per chi le aveva ideate, realizzate
e diffuse, della sua appartenenza alla tradizione
islamica. In più, Meriam, che al momento
delle foto ignorava a cosa sarebbero servite, sorrideva
intimidita: per il lettore e lo spettatore superficiale
era la prova evidente che la prigioniera ve43
nisse trattata con decoro e fosse in buone condizioni
fisiche e psicologiche.
Mohaned, l’avvocato che scoperchiò l’inganno,
non aveva dubbi: l’intento di quelle immagini era
chiaro, servivano a rassicurare la comunità internazionale
e a mostrare che il Sudan era un paese civile,
in grado di tutelare e prendersi cura dei propri detenuti.
Prova ne era il fatto che i giornalisti e i fotografi
che l’avevano incontrata il giorno successivo alla nascita
di Maya erano stati inviati in carcere dalle autorità
e collaboravano con alcune testate legate al regime,
da «Hikayat» ad «Al-Dar», da «Al-Sudani» ad
«Al-Intibaha», la più popolare, pubblicata dallo zio
del presidente Bashir.
Quella mattina Meriam non avrebbe voluto incontrarli,
ma non le avevano lasciato alternative. L’avevano
filmata e fotografata da sola e con i piccoli. Lei
non si era opposta, ma aveva provato un gran fastidio.
Si era sentita usata, trattata come un oggetto. Le
foto, poi, non le piacevano, c’era qualcosa di falso,
di impudico. Chiese che non le diffondessero, ma
i reporter risposero che erano stati autorizzati dal
ministero della Giustizia perciò non ci sarebbe stato
modo di fermarli.
Gli articoli pubblicati il giorno seguente erano
imbevuti di malizie e malignità, e contenevano una
sfilza di falsità, tipo che si fosse convertita, che pregasse
cinque volte al giorno, che leggesse il Corano
e via dicendo. Quando Meriam lesse gli articoli ne
fu sconvolta e gli avvocati si dissero preoccupati
perché quelle bugie avrebbero potuto influenzare
la corte d’appello.
«Abbiamo protestato con la direttrice della prigione
» raccontava Sherif affranto e al tempo stesso
arrabbiato «ma dice che non poteva farci niente,
che i giornalisti era stati mandati dal governo e non
avrebbe potuto opporsi…»
La propaganda di regime era iniziata.

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