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Rwanda, oppositore condannato a 7 anni di carcere per i suoi video su Youtube

Si fa più grave il giro di vite sui dissidenti in Rwanda: un tribunale di Kigali ha condannato a sette anni di carcere per falso e furto di identità, la star rwandese di YouTube, Dieudonné Niyosenga. Giornalista indipendente e dissidente, Niyosenga ha aperto nel 2015 il suo canale “Ishema TV”, i cui contenuti, fortemente critici contro il regime, hanno raggiunto quasi 15 milioni di visualizzazioni.
Secondo il verdetto pronunciato dal giudice, giovedì 11 novembre, “il tribunale ritiene che i crimini di cui Niyosenga è accusato siano stati commessi intenzionalmente [e che abbiano avuto] conseguenze negative sulla società rwandese”. Tra i vari capi d’imputazione, anche quella di aver “umiliato dei funzionari statali”, per cui l’imputato ha ricevuto pure una multa di 5 milioni di franchi rwandesi (4.280 euro). Dal canto suo, l’avvocato difensore, Gatera Gashabana, ha annunciato appello, perché tutto ciò “semplicemente non è legale”. Siccome la sentenza ha effetto immediato e Niyosenga non si era presentato in tribunale, il giornalista è stato arrestato a casa sua e portato via per scontare la sua pena detentiva.
Niyonsenga era già stato arrestato nell’aprile 2020, insieme all’operatore Fidèle Komezusenge, dopo aver trasmesso una serie di video in cui accusava i soldati di gravi abusi contro gli abitanti delle baraccopoli durante le settimane del primo rigido confinamento anti-pandemico. Poco dopo, lui stesso era stato accusato di aver violato il lockdown, spacciandosi per giornalista, per cui fu incarcerato. 11 mesi dopo, nel marzo 2021, era stato infine assolto e rilasciato, tuttavia i procuratori avevano fatto appello a un tribunale superiore, che ieri ha emesso la nuova sentenza di condanna a 7 anni di reclusione.
Che il processo potesse avere questo esito era tra le preoccupazioni del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, il cui rappresentante per l’Africa subsahariana, Muthoki Mumo, tempo prima aveva rilasciato una dichiarazione in cui denunciava che la detenzione di Niyosenga e Komezusenge era “una grave ingiustizia” e che “non avrebbero mai dovuto essere stati arrestati”.
Niyonsenga, che sul web è conosciuto con il nickname “Cyuma”, cioè “Ferro”, si è costruito una notorietà soprattutto denunciando gli abusi dei diritti umani attraverso il suo canale “Ishema TV”, spesso rilanciati dalla ong “Human Rights Watch”, che da tempo esprime preoccupazione per l’atteggiamento delle autorità nei confronti di chi utilizza YouTube o i blog per parlare di questioni a volte controverse. Anzi, secondo HRW almeno otto persone sono state minacciate, arrestate o perseguite nell’ultimo anno perché hanno segnalato o commentato la notizia su come le severe misure anti-Covid abbiano colpito duramente i più poveri: è il caso di Yvonne Idamange, madre di quattro figli, che a ottobre è stata condannata a 15 anni di carcere per incitamento alla violenza online, o di Aimable Karasira, professore universitario noto per un altro canale YouTube, che a giugno è stato arrestato con l’accusa di negazione del genocidio e di aver indicato il Fronte patriottico rwandese, il partito del presidente Paul Kagame, di violare i diritti umani.
La nazione dell’Africa orientale è governata con il pugno di ferro e i media indipendenti sono stati progressivamente soppressi, così come sono fortemente controllate altre forme di libera espressione. Le critiche contro la classe dirigente sono presenti da anni, ma negli ultimi mesi hanno avuto un forte aumento, anche a livello internazionale, in particolare dalla condanna dell’oppositore Paul Rusesabagina, globalmente famoso come l’eroe rappresentato dal film “Hotel Rwanda”.

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