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Etiopia, intervento militare diretto o caschi blu? Il dilemma degli Usa

Da quando  è scoppiata la guerra civile in Etiopia con l’invasione del Tigray da parte dell’Eritrea e del regime Amhara di Addis Ababa, il coinvolgimento degli Stati Uniti si è progressivamente intensificato fino a sostenere politicamente e militarmente le forze democratiche dominate dal TPLF e dall’OLA. Sono state imposte diverse sanzioni ad personam a personaggi chiave sia etiopi che eritrei.

Determinante la campagna condotta dai media americani di denuncia delle pulizie etniche compiute dal regime Amhara e il genocidio in Tigray. La diplomazia americana ha influenzato gli alleati europei, tramite il Patto Atlantico, allineando vari paesi su linee anti regime o diminuendo il ruolo nefasto di paesi UE che dietro le quinte hanno sostenuto il Premier Abiy, tra cui l’Italia che ora sta pagando un alto prezzo per il suo “tradimento” al regime con la persecuzione diretta di importanti congregazioni religiose e Ong italiane che stanno mettendo a rischio anche la vita di nostri connazionali.

Tra essi il Rappresentante della ONG salesiana VIS: Alberto Livoni, arrestato sabato 6 novembre dalla polizia politica con l’accusa di favoreggiamento al terrorismo. I negoziati attivati per liberare Livoni dalla Farnesina e dal Villa Italia (l’ex residenza del Governatore e criminale di guerra fasciata Graziani divenuta Ambasciata nel dopo guerra) sembrano non dare al momento i frutti sperati. Livoni sarebbe stato deportato in una località segreta, secondo le informazioni ricevute da fonti diplomatiche africane.

Una settimana fa gli Stati Uniti hanno sospeso l’Etiopia dal African Growth and Opportunity Act (AGOA), “per gravi violazioni dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale“. L’AGOA consente ad alcuni paesi di esportare merci esenti da dazi negli Stati Uniti. Sospendere la partecipazione dell’Etiopia sarà un grave colpo economico; l’anno scorso, secondo Al Jazeera, l’Etiopia ha spedito merci per un valore di 245 milioni di dollari negli Stati Uniti sotto l’AGOA, quasi la metà di tutte le sue esportazioni negli Stati Uniti.

L’amministrazione del Presidente Joe Biden ha anche inviato un veterano della diplomazia: Jeffrey Feltman,  inviato per il Corno d’Africa, per cercare di negoziare una soluzione del conflitto dopo che Abiy ha dichiarato uno stato di emergenza di sei mesi all’inizio di novembre. Tuttavia, Feltman ha detto a Reuters: “Non stiamo ottenendo molte risposte, la logica militare è ancora prevalente“.

Biden ha minacciato ulteriori sanzioni contro la leadership etiope e un gruppo bipartisan di senatori ha presentato una legislazione specificamente mirata agli attori che prolungano e beneficiano del conflitto.

Il successo maggiore della politica americana in Etiopia è stato la creazione della coalizione politica destinata a sostituire il regime Amhara, il Prosperity Party e il Premier Abiy. Il Fronte Unito delle Forze Federaliste e Confederali Etiopi è stato creato proprio a Washington DC con l’intento di evitare guerre etniche dopo la caduta del regime e preservare l’unità nazionale tramite un rafforzamento del federalismo.

La coalizione politica e militare rappresenta un nuovo capitolo del conflitto. In precedenza, il TPLF, sebbene potente, è stato comunque una forza minoritaria che combatteva contro il governo federale, ma l’avanzata su Addis Abeba segna un potenziale cambiamento nello stato del conflitto. Ora, oltre al TPLF, ci sono altri otto gruppi nella nuova coalizione; di questi, l’OLA è tra i più importanti.

L’OLA rappresenta il gruppo etnico Oromo, di cui Abiy è membro. In precedenza, Abiy ha goduto del sostegno del popolo Oromo e Amhara; tuttavia, un’ondata di arresti e omicidi di leader e attivisti Oromo, oltre all’emarginazione economica e politica, ha rivolto molti Oromo contro Abiy. Le altre sette fazioni della coalizione di opposizione rappresentano altri gruppi etnici, di cui circa 80 in Etiopia. Alla sua elezione, Abiy dichiarò che il suo governo avrebbe distribuito equamente risorse e potere; tuttavia, la coalizione ha annunciato che l’alleanza “è una risposta alle decine di crisi che il paese deve affrontare.

Il governo americano sta orientando la coalizione delle forze democratiche verso lo smantellamento completo del regime, con la forza o con il negoziato per sostituirlo con un governo di coalizione destinata a diventare la maggiore forza politica nazionale tesa ad essere legittimata da libere e trasparenti elezioni previste dopo la fine del periodo di ricostruzione e riconciliazione nazionale.

Quali sono i motivi di questo assiduo e costante impegno degli Stati Uniti contro il regime di Abiy, precedentemente sostenuto dalla Casa Bianca?

James Stavridis, editorialista di Bloomberg, ce lo spiega nei dettagli su un articolo pubblicato lo scorso 11 novembre. Stavridis è un ammiraglio in pensione della Marina americana, ex comandante supremo della NATO e decano emerito della Fletcher School of Law and Diplomacy presso la Tufts University. È un uomo estremamente potente e influente grazie al suo passato militare e le attuali posizioni presso la Rockfeller Foundation (presidente del consiglio di amministrazione) e della Global Affair del Carlyle Group dove ricopre la carica di vicepresidente.

Innanzitutto, l’Etiopia è importante per le sue dimensioni e il suo potenziale. Occupa un’enorme massa continentale – più di 1,5 volte la dimensione del Texas – nel cuore del Corno d’Africa. Pur senza sbocco sul mare, è il centro economico e politico della costa nord-orientale strategicamente importante. Addis Abeba è la capitale diplomatica dell’Africa, ospita la Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite, l’Unione Africana e grandi missioni di altre nazioni del continente.

In secondo luogo, l’Etiopia è centrale per la politica e la sicurezza complessive del continente. La stabilità dell’Etiopia influisce sull’intera regione, dal Sud Sudan ricco di petrolio al centro commerciale del Kenya. L’instabilità in Etiopia avrà un impatto su una miriade di interessi degli Stati Uniti nella regione e oltre, dall’antiterrorismo e dal commercio alla lotta alla Cina e alla promozione della democrazia.

Infine, c’è una grande popolazione etiope attivista negli Stati Uniti. Molti di questi immigrati rimangono strettamente legati alla famiglia e agli amici nella loro patria. Da qui le grandi manifestazioni di recente nell’area metropolitana di Washington, che ospita una popolazione etiope stimata tra le 75.000 e le 200.000 persone, ci spiega James Stavridis.

Un altro aspetto, forze volutamente trascurato da Stavridis, influenza la politica estera americana in Etiopia e nel Corno d’Africa. Il rischio che l’intera regione cada sotto l’influenza dei nemici degli Stati Uniti: Cina, Iran, Russia  e di alleati “scomodi” come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia di cui la Casa Bianca cerca di limitare il loro espansionismo pur mantenendo accordi economici, cooperazione militare e alleanza politiche.

Stavridis, esperto militare, nel suo editoriale pubblicato su Bloomberg, pone sul tavolo la questione dell’intervento militare per chiudere l’orribile capitolo della guerra civile e assicurare agli Stati Uniti un controllo permanente dell’Etiopia e, di conseguenza della regione.

L’opzione militare è ora seriamente discussa alla Casa Bianca e al Pentagono in quanto si è constatato che il regime si dimostra inamovibile e non disposto a negoziare un passaggio di potere “soft” in cambio di garanzie e impunità. Vari esperti del Dipartimento di Stato e del Pentagono dubitano che gli attuali sforzi americani e dell’Unione Africana possano costringere il regime a maggior flessibilità, facendosi indirizzare verso un cambiamento politico che tuteli gli interessi americani in Etiopia.

Una soluzione politica basata su compromessi sembra ormai irrealizzabile. La direzione nazionalista Amhara sta lottando per la sua sopravvivenza politica e fisica. Anche se Agegenehu Teschager e  Temesgen Tiruneh nutrissero la remota intenzione di negoziare una uscita “indolore” sarebbero impossibilitati dalle milizie paramilitari da loro stesse create, tra le quali la milizia genocidaria FANO, che di fatto hanno preso il sopravento della linea politica e militare del nazionalismo Amhara dopo che l’esercito federale si è disintegrato a causa delle sconfitte inflitte dal TPLF e dall’OLA. Qualsiasi accordo di pace promosso dai due principali leader Amhara, non sarebbe riconosciuto dalle loro milizie. Vi sono grandi probabilità che i leader di queste milizie destituiscano Agegenehu e Temesgen, accusandoli di alto tradimento ed eliminandoli fisicamente.

Il Premio Nobel per la Pace: Abiy Ahmed Ali, è entrato in una situazione di psicosi e fanatismo religioso che gli impedisce di accettare qualsiasi negoziato. Tramite il portavoce del Ministero degli Esteri, Abiy è addirittura arrivato a chiedere al TPLF di riconoscere la legittimità del Prosperity Party come condizione per un cessate il fuoco, senza capire che tale richiesta è rivolta ad una organizzazione politica da lui definita “terroristica”.

Morire per l’Etiopia è un dovere per tutti noi“, ha detto Abiy la scorsa settimana. Nei successivi giorni si è addirittura paragonato a Gesù Cristo affermando di aver ricevuto poteri divini per salvare l’Etiopia. La degenerazione mentale subita dal Premier, sconvolto dalle vittorie dei suoi nemici etnici che era convinto di poter  facilmente annientare, impedisce una soluzione alla Mengistu, che scelse l’esilio dopo aver realizzato la sconfitta.

Abiy sta vivendo la stessa situazione psicologica di Adolf Hitler nelle ultime settimane della caduta del III Reich nel 1945. Una condizione che spiega l’insensato tentativo di resistere alle forze democratiche inviando altre decine di migliaia di uomini a farsi macellare, l’organizzazione delle milizie urbane con il compito di massacrare più tigrini e oromo possibili nella capitale e nei territori ancora sotto controllo del regime e l’escalation del genocidio contro i tigrini, diffuso ora su scala nazionale.

Il terzo fattore che impedisce una uscita di scena negoziata del regime è rappresentato dal dittatore eritreo Isaias Afwerki. Fallito il tentativo di annientare il suo principale nemico: il TPLF che negli anni Ottanta era il suo alleato politico e militare nella guerra contro il DERG di Mengistu, Isaias ora sta puntando a creare maggior caos in Etiopia. È ben cosciente del rischio che le forze democratiche etiopi provochino la sua caduta dopo quella della dirigenza Amhara e di Abiy. Di conseguenza ha tutto l’interesse che la guerra civile etiope continui, anzi, che si intensifichi.

Per queste ragioni la Casa Bianca e il Pentagono stanno orientandosi verso l’opzione militare. Le forze democratiche stanno marciando sulla capitale. Vari rapporti della intelligence americana confermano che il TPLF e l’OLA sono a meno di 100 km da Addis Ababa. Alcune unità Oromo addirittura a meno di 40 km. Oggi le unità OLA hanno liberato la città di Berayu che dista 15 km dalla capitale, senza incontrare particolare resistenza. Nonostante ciò il Pentagono constata la difficoltà per le forze democratiche di prendere Addis.

Una difficoltà generata dall’opposizione armata in Afar, dalle milizie Amhara e dal nuovo esercito di disperati estremisti che Abiy è riuscito a mettere sul campo. Se il TPLF e l’OLA non saranno in grado di prendere la capitale entro due settimane, corrono il rischio di invischiarsi in una situazione di stallo che permetterebbe al Premier Abiy di riorganizzare l’esercito e continuare il conflitto.

L’opzione militare migliore è un intervento diretto degli Stati Uniti come quello fatto nei Balcani negli anni Novanta. Un intervento che vedrebbe l’utilizzo della aviazione americana per annientare quella etiope e sterminare il grosso della soldataglia delle milizie che si stanno opponendo al TPLF e all’OLA. Questo permetterebbe alle forze democratiche di ottenere una vittoria fulminea e agli Stati Uniti di risparmiare le truppe di terra, limitandosi all’utilizzo di qualche reparto delle unità speciali.

La seconda opzione è quella di promuovere una forza internazionale per imporre la pace, tramite l’utilizzo dei Caschi Blu delle Nazioni Unite. Questa opzione è sostenuta dagli alleati europei, estremamente restii a partecipare ad azioni militari dirette sotto la bandiera americana. L’amministrazione Biden è restia a questa seconda opzione in quanto è consapevole che danneggerebbe gli interessi americani facendo entrare nella scena altri attori internazionali di certo non desiderati.

Una missione di pace ONU in Etiopia rischierebbe di congelare e prolungare il conflitto in corso aprendo così lo spazio per Cina, Russia, Iran, Turchia e monarchie feudali arabe di riattivare il loro sostegno al regime e promuovere le loro agende in chiave anti americana, trasformando l’Etiopia in una Siria africana.

Una terza opzione considerata dal Pentagono è di aumentare l’attuale supporto militare al TPLF e all’OLA per loro permettere di ottenere la vittoria senza che gli Stati Uniti siano costretti ad intervenire direttamente. La dotazione di missili tattici anti aerei portatili che sono comparsi tra le unità del TPLF in queste ultime settimane, evidenzia lo sforzo americano in questa direzione. Negli ultimi giorni 2 caccia MIG e un elicottero da combattimento sono stati abbattuti grazie a queste armi offerte dagli Stati Uniti e consegnate tramite l’Egitto. Questa opzione prevederebbe il coinvolgimento dell’aviazione egiziana al posto di quella americana se i soldati tigrini e oromo dovessero continuare a riscontrare ostacoli verso la loro marcia su Addis Ababa.

Qualsiasi sia la soluzione che verrà scelta dalla Casa Bianca, l’interferenza americana è destinata ad aumentare in quanto nessuno, a cominciare dalle potenti lobbies industriali e finanziarie americane, si può permettere un altro anno di guerra civile in Etiopia con il rischio che la situazione sfugga di mano.

 

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