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Rd Congo: violenze locali e tensioni internazionali. Uccisi un ranger e un peacekeeper

Dopo aver partecipato al summit straordinario dei Capi di Stato dell’East African Community a Bujumbura, in Burundi, il presidente della RDCongo, Félix Tshisekedi, ha avuto una settimana intensa a livello internazionale, perché è volato prima in Angola, poi in Sud Africa, infine alle Comore.

A Luanda, il presidente congolese ha incontrato il suo omologo angolato João Lourenço, che il 7 febbraio hanno discusso della situazione politico-militare nella RDC orientale. Entrambi i Paesi sono membri della Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe (SADC) e della Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (ICGLR), per cui da tempo hanno relazioni non solo bilaterali per la cooperazione, ma anche per questioni relative alla pace, alla stabilità e alla sicurezza nella regione. Nel comunicato finale, i due Capi di Stato hanno detto che “se l’M23 non si ritirerà, l’EAC potrà autorizzare l’uso della forza”, aggiungendo che è ugualmente necessario che i gruppi ribelli non ricevano più alcun supporto politico-militare da parte di Paesi terzi, alludendo al Rwanda.

Il giorno seguente, Tshisekedi ha raggiunto Cape Town, in Sud Africa, dove ha incontrato il presidente Cyril Ramaphosa e dove ha partecipato all’International Mining Forum MiningIndaba2023, durante il quale il leader congolese ha presentato la sua visione della trasformazione del settore minerario in RDCongo e in Africa.

Il 10 febbraio, invece, è stata la volta di Moroni, capitale delle Comore, dove Tshisekedi ha incontrato il presidente Azali Assoumani, nonché prossimo presidente in carica dell’Unione Africana, al quale il congolese ha assicurato il suo pieno sostegno durante tale mandato.

In ciascuna delle tappe del suo viaggio, Tshisekedi ha denunciato la “guerra barbara” che si combatte nell’est della RDC: “Ovunque sono andato, ho parlato del mio Paese e di questa barbara guerra che il Rwanda ci sta imponendo”.

Particolarmente forte è stato il discorso in Sud Africa, dove la platea internazionale era certamente più ampia, quando Tshisekedi ha nuovamente parlato della “aggressione rwandese nella RDC tramite l’M23”:

Dal canto suo, il presidente rwandese Paul Kagame ha risposto in maniera allusiva alla corruzione e all’inefficienza congolese, dal palco di un incontro pubblico: “Ultimamente a Kinshasa spero che chi era [seduto] vicino al Papa abbia capito bene il suo messaggio. Non parlo della parte del messaggio che ad alcuni è piaciuta sullo sfruttamento dell’Africa […], quella è una storia che sento ripetere da molto tempo, ma mi riferisco ad altre cose: [il Pontefice] ha parlato di governance, ha parlato di incitamento all’odio, della sofferenza delle persone, ecc… Spero che questo messaggio faccia qualcosa alle orecchie di alcuni che hanno bisogno di essere chiamati leader”:

I toni, dunque, non si abbassano tra i presidenti dei due Paesi, nonostante il loro incontro de visu a Bujumbura, pochi giorni prima. Intanto, però, nelle province orientali congolesi la violenza non si ferma e in una sola settimana gli episodi di sangue sono stati particolarmente diffusi e cruenti.

Il 6 febbraio il governo della RDCongo ha accusato i ribelli dell’M23 di aver attaccato un elicottero nei pressi di Goma, uccidendo un peacekeeper delle Nazioni Unite. Dal canto loro, i miliziani hanno risposto di non essere responsabili del lancio, il quale invece sarebbe da attribuire all’esercito congolese e, comunque, “al di fuori delle zone controllate dall’M23”:

Nella stessa giornata, sempre nel Nord Kivu, a Kabasha, una guardia naturalistica è stata uccisa nel Parco dei Virunga e altre due sono state ferite in un attacco attribuito a Mai-Mai. Contemporaneamente, la chiesa pentecostale Rama di Nyabushongo, frequentata principalmente dalla comunità Tutsi di Goma, è stata completamente saccheggiata e il sospetto è che l’atto sia dovuto ad “odio etnico”, ormai sempre più sdoganato:

Il 7 febbraio c’è stata l’esplosione di una bomba nel villaggio di Bushadra, Nord Kivu, che ha causato il ferimento di 6 persone. Probabilmente si è trattato di una mina, in un territorio che fino a poco tempo fa era occupato dai ribelli dell’M23.

L’8 febbraio sono state uccise almeno 11 persone, di cui 7 donne, più altre gravemente ferite e molte disperse, nel villaggio di Konge, nel territorio di Beni (Nord Kivu). L’eccidio è stato attribuito ai combattenti dell’ADF (di origine ugandese) che, secondo i testimoni, avrebbero preso di mira gli agricoltori nei campi, ammazzati sia a colpi d’arma da fuoco che con il machete.

Al contempo, durante un corteo contro la MONUSCO, la Missione di Pace dell’ONU, sono esplosi degli scontri tra manifestanti e caschi blu, che hanno causato la morte di almeno 8 civili e il ferimento di altri 28. Le vittime sono profughi dei territori di Rutshuru e Nyiragongo, attualmente nel campo di Kanyaruchinya, scappati dalla guerra con l’M23.

Due giorni prima c’era stato un altro morto durante una manifestazione di protesta contro la Forza regionale dell’EAC a Goma. Invece, il 10 febbraio sono stati uccisi 5 civili alla periferia di Kibirizi, sempre nel Nord Kivu, a causa di un razzo lanciato da soldati delle Forze Armate della RDC verso dei sospetti militanti dell’M23.

Come se non bastasse, la violenza persiste anche per vie “legali”: l’11 febbraio il tribunale militare della guarnigione di Goma ha condannato alla pena di morte 7 soldati congolesi accusati di “codardia, omicidio, aggressione aggravata e percosse, dissipazione di munizioni di guerra” e di aver abbandonato il fronte il 9 febbraio mentre erano chiamati ad affrontare i ribelli dell’M23 nel territorio di Masisi.

Intanto viene segnalata ancora una volta la presenza di mercenari europei (si parla del gruppo russo Wagner): i nuovi arrivati sarebbero almeno 130, originari di Bucarest, in Bulgaria, e alloggerebbero presso l’hotel “La Joie Plazza” di Goma, aggiungendosi ad altri mercenari già presenti nella zona, per un totale di circa 340 combattenti:

Più a nord, invece, nei dintorni di Beni, 7 bambini – tra cui due bambine – ritenuti combattenti dell’ADF ugandese sono stati consegnati dalle FARDC alla MONUSCO. Come ha dichiarato il capitano Anthony Mualushayi, portavoce della missione, “sono stati tutti rapiti nel loro villaggio e poi costretti a stare con i terroristi; hanno condotto una vita crudele”.

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