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Etiopia, su Tigray inutile e ipocrita diplomazia dell’ultimo momento

Oggi, 5 novembre siamo al 367simo giorno della guerra civile che ha sconvolto l’intero paese, inserita all’interno di un premeditato genocidio in Tigray. Il martedì 3 novembre del 2020 è frutto di un’attenta pianificazione attuata nel lontano 2018 quando vi fu la storica pace tra Isaias Afweri (Eritrea) e Abiy Ahmed Ali (Etiopia). Una pace che preparava una guerra in quanto entrambi i leader politici erano ossessionati da una necessità impellente: distruggere il loro principale avversario politico: il Tigray People’s Liberation Front (TPLF) seguendo una logica insita nella primitiva mentalità del regime eritreo e della leadership nazionalista Amhara: l’annientamento fisico.
Il TPLF, al potere dal 1991, era (e rimane) il principale ostacolo per il progetto imperiale congiunto delle due dittature fasciste, quella del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (FPDG) in Asmara e del Prosperity Party in Addis Ababa. La sconfitta dell’oppositore politico (TPLF) doveva necessariamente essere militare. Vista la popolarità che i dirigenti tigrini godono tra la loro etnia era necessario lo sterminio dei Tegaru (7 milioni di persone) per evitare che il TPLF si riformasse con il tempo nonostante la decapitazione della leadership. Da qui la scelta di attuare il genocidio.
Il piano doveva andare liscio come l’olio ma nella sua applicazione tutto è andato storto. Talmente storto che ora i soldati dell’Oromo Liberation Army e le milizie di Gambella Region (confini con il Sud Sudan) e Benishangul-Gumuz Region (dove sorge la mega-diga GERD), hanno accerchiato la capitale, Addis Ababa pronti a sferrare l’attacco finale. Sono comandati dal generale Oromo Jaal Gammachiis Aboye che sta aspettando l’arrivo delle truppe tigrine per sferrare l’attacco finale. Secondo accordi presi tra la dirigenza Tegaru e quella Oromo, sarà il generale Aboye ad entrare in Addis Ababa e ad instaurare il governo di transizione dove gli Oromo avranno la maggioranza della coalizione con il Tigray, Gambella e Gumuz.
L’esercito federale, ENDF, praticamente non esiste più, ecco perché il Premio Nobel per la Pace ha lanciato l’appello alla popolazione di Addis di prendere le armi per difendere la loro città. La ridicola propaganda del Prosperity Party afferma che centinaia di migliaia di cittadini di Addis Ababa si stanno arruolando per difendere i loro quartieri.
Fonti di civili Amhara, contattati di persona, affermano il contrario. Chi si starebbe unendo a quello che resta dell’esercito federale sarebbero un pugno di estremisti nazionalisti, non oltre 4000 persone sugli oltre 3 milioni di cittadini del “Nuovo Fiore”, la traduzione dall’amharico di Addis Ababa. Il resto della popolazione è terrorizzata e spera che i nuovi padroni del Paese (Oromo e Tigrini) si comportino come durante questo lungo anno di conflitto: cercando di risparmiare il più possibile i civili, evitando vendette e pulizie etniche.
Il portavoce del TPLF, Getachew Reda, si è impegnato a ridurre al minimo le vittime nel tentativo di conquistare Addis Abeba. “Non intendiamo sparare ai civili e non vogliamo spargimenti di sangue. Se possibile vorremmo che il processo fosse pacifico”, ha detto. Gli fa eco il generale oromo Aboye. Però sia il TPLF che l’OLA stanno facendo circolare l’informazione tra la popolazione della capitale che non vi sarà nessuna pietà per i civili che impugneranno le armi per difendere la dittatura amhara.
La caduta del regime è questione di settimane, forse di giorni. Un analista regionale ha riferito alla Reuters (su condizione di anonimato) che il TPLF starebbe rinviando la liberazione di Addis Ababa fino a quando le divisioni del TDF e dell’OLA, che ancora combattono nell’Amahara contro le ultime divisioni federali decimate e le milizie genocidarie Fano, non riescano a securizzare l’autostrada che collegava il vicino Gibuti alla capitale. Ciò richiede la conquista della città di Mille. Getachew ha detto martedì che le forze del Tigray si stavano avvicinando a Mille. Altre fonti informano che unità di soldati tigrini sarebbero già giunte alla periferia di Addis Ababa, raggruppandosi con le unità Oromo.
In attesa che le forze democratiche abbiano il pieno controllo delle autostrade A1 e A2 che portano ad Addis Ababa e possano lanciare l’assalto finale alla capitale, assistiamo ad un patetico quanto falso teatrino diplomatico, che cerca di evitare l’attacco alla capitale.
L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman, si è recato ad Addis Ababa nel corso della giornata per sollecitare l’interruzione delle operazioni militari e l’inizio dei colloqui per il cessate il fuoco. Un nobile intento da parte della più grande democrazia occidentale, offuscato però dal supporto militare offerto dalla Casa Bianca al TPLF in termini di rifornimento di armi e munizioni, intelligence e comunicazioni satellitari, che hanno contribuito alla vittoria contro i nazionalisti amhara. Un impegno da milioni di dollari dettato dalla necessità di impedire che l’Etiopia cadesse nella sfera di influenza di Cina, Iran, Russia e Turchia, come era negli intenti della dirigenza amhara, di cui il premier Abyi Ahmed Ali è un mero portavoce.
Il Dipartimento di Stato ha autorizzato l’Ambasciata americana ad Addis Ababa a organizzare la partenza di vari membri del personale diplomatico e dei loro familiari a causa dell’intensificarsi delle ostilità. È previsto l’invio di un contingente tattico di marine nel caso in cui l’evacuazione diventasse difficile o impossibile. Tra i dipendenti dell’Ambasciata che nei prossimi giorni lasceranno l’Etiopia non figura il team di intelligence, che dai sotterranei dell’Ambasciata coordina le informazioni a favore del TPLF e dell’OLA.
Il presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni ha convocato un incontro dei leader della Comunità Economica dell’Africa Orientale il 16 novembre per discutere del conflitto, che contrappone il governo centrale al TPLF e all’OLA. L’Uganda ha sempre appoggiato la dirigenza Amhara. Fonti diplomatiche affermano che il vecchio Museveni (al potere dal 1986) avrebbe avuto l’intenzione di inviare reparti dell’esercito in soccorso di Abyi. Proposta nettamente scartata dall’UPDF (Uganda People’s Defence Forces), che non ha alcuna intenzione di entrare in un conflitto già perso di partenza.
Separatamente, l’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD) e l’Unione Africana hanno lanciato appelli per un cessate il fuoco immediato, esortando le parti a mostrare moderazione, ridurre le tensioni e risolvere le loro divergenze attraverso il dialogo. Sia l’IGAD che l’UA (la cui sede è proprio ad Addis Ababa) sono state famose per il loro complice silenzio dinnanzi ai crimini contro l’umanità commessi dalla truppe eritree e dal regime federale e hanno volutamente ignorato il genocidio in Tigray.
Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta ha rilasciato una dichiarazione mercoledì dicendo: “I combattimenti devono finire!” Ha invitato le parti rivali “a deporre le armi e a cessare i combattimenti, a parlare e a trovare una via per una pace sostenibile”. Come per il caso degli Stati Uniti, anche il Kenya in questi mesi ha supportato il TPLF e l’OLA. L’esercito keniota si è appostato ai confini con l’Etiopia per impedire che reparti dell’esercito federale in fuga potessero attraversare la frontiera per poi riorganizzarsi contro la coalizione delle forze democratiche di Mekelle, Finfinee, Gabella e Assosa.
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha dichiarato di aver parlato mercoledì con il primo ministro etiope Abiy Ahmed “per offrire i miei buoni uffici per creare le condizioni per un dialogo in modo che i combattimenti cessino”. In queste ore sta circolando una copia parziale del famoso rapporto congiunto ONU e governo etiope, sui crimini commessi durante la guerra civile. Un rapporto che tenta di addossare la maggioranza delle colpe all’Eritrea e di spalmare le responsabilità su tutte le parti coinvolte nel conflitto, quando nella realtà l’80% delle vittime di questi crimini sono cittadini etiopi delle regioni del Tigray e dell’Oromia. Il rapporto è considerato dalle diplomazie occidentali parziale e politicamente motivato.
Gli unici capi di Stato che si sono dissociati da questo teatrino diplomatico sono: il generale sudanese Abdel Fattah al-Burhan, autore del golpe di Khartoum dello scorso 25 ottobre, il generale e dittatore egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il premier italiano Mario Draghi. I primi due hanno e continuano a sostenere le forze democratiche. Si parla di vari mercenari sudanesi che avrebbero combattuto al fianco del TPLF dallo scorso giugno e di un quantitativo impressionante di armi inviate dall’Egitto, che si sono aggiunte a quelle fornite da Washington e Londra, secondo fonti diplomatiche africane.
Il silenzio di Draghi è dovuto dal sostegno che il governo italiano, dopo il premier Giuseppe Conte, ha dato al regime fascista amhara. Un sostegno politico e non militare, che potrebbe costare molto caro al nostro paese quando le forze democratiche si insedieranno al potere in Etiopia. Sul sito “Viaggiare Sicuri” dell’Unità di Crisi della Farnesina si sconsiglia fortemente ai connazionali di recarsi in Etiopia.
Purtroppo gli appelli risultano anche vergognosi, in quanto proprio in questi ultimi due giorni, dopo la dichiarazione dello stato di emergenza di martedì scorso, dai 3000 ai 4000 cittadini tigrini sono stati arrestati ad Addis Ababa in una caccia all’uomo porta a porta. Una notizia confermata oggi dal portavoce della polizia Fasika Fanta. Vari residenti anche amhara hanno riferito alla Reuters che molti tigrini sono stati arrestati e non si conosce la loro sorte. Fonti diplomatiche affermano che molti di essi sono stati “liquidati”. Fasika Fanta nega l’evidenza. “Stiamo arrestando solo coloro che sostengono direttamente o indirettamente il gruppo terroristico illegale. Ciò include il supporto morale, finanziario e propagandistico”, ha affermato. L’eccidio dei Tegaru è stato firmato dal premier Abiy che, ieri, ha avuto anche il coraggio di chiedere al TPLF e all’OLA il via libera per lasciare il paese per intraprendere l’esilio. Richiesta ovviamente rifiutata.
“Per orwelliana ironia la pulizia etnica e le sparizioni stanno avvenendo ad Addis Ababa che ospita i quartieri generali dell’Unione Africana e del Coordinamento regionale delle Nazioni Unite, di decine di ONG internazionali e altri istituti mondiali. Provate ad immaginare se questo massacro fosse avvenuto a Ginevra o a New York”, afferma l’attivista etiope per i diritti umani Mukesh Kapila.
Infine ricordiamoci che questi Signori della Pace della comunità internazionale non hanno voluto applicare la necessaria No Fly Zone sul Tigray per fermare i bombardamenti indiscriminati di innocenti civili avvenuti in queste ultime due settimane. Come non hanno mai fatto reali ed efficaci pressioni contro il regime fascista amhara per cancellare l’assedio del Tigray e il blocco degli aiuti umanitari che è durato 12 mesi. Quanti etiopi si potevano salvare in Tigray se la comunità internazionale, in primis ONU e Unione Africana, avessero agito con determinazione in difesa dei diritti umani e del soccorso umanitario?
Oggi le strade e i negozi di Addis Ababa erano affollati come al solito, anche se tutti i residenti contattati affermano che c’è una sensazione di calma apparente e molto terrore tra la popolazione, consapevole che il sogno imperiale amhara è terminato. Fonti fidate informano che l’OLA e il TPLF hanno redatto una lunga lista di persone da arrestare e processare per crimini contro l’umanità e genocidio.
Tra esse compaiono: Abyi Ahmed Ali, Agegenhu Teshager (ex presidente della regione Amhara); Dr. Yilkal Kefale (attuale presidente dell’Amhara); il generale Demelash Gebremichea, capo della polizia federale; il suo portavoce Fasika Fanta; il generale Birhanu Julla, capo dello Stato Maggiore del ENDF; il brigadiere generale Yilma Merdas, capo dell’aviazione militare; Temesgen Tiruneh, capo della polizia politica NISS, Shimelis Abdisa, presidente della Oromia; Billene Seyoum, portavoce del Primo Ministro e Daniel Kibret, pastore protestante e consigliere spirituale di Abyi, teologo del genocidio in Tigray. Molti di loro stanno preparandosi alla fuga per sfuggire alla giustizia ed evitare il processo per crimini contro l’umanità.

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