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Etiopia, stato di terrore per la popolazione tigrina mentre l’esercito avanza

In Etiopia è stato indetto lo stato di emergenza nazionale per i prossimi sei mesi.
La guerra dai risvolti genocidiari sempre più evidenti e con report che le attestano, è iniziata 1 anno fa in Tigray, novembre 2020, verso i membri del TPLF – Tigray People’s Liberation Front considerati inizialmente dissidenti dal governo etiope e successivamente, a maggio 2021 etichettati normativamente come terroristi e gruppo terroristico e quindi da perseguire per legge.
Le modalità per il perseguimento dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale non sono in linea con la salvaguardia dei diritti umani come aveva confutato già qualche mese fa in un suo report HRW – Human Rigths Watch. Attività di rastrellamenti avvenuti su singoli o gruppi di tigrini, messi in stato di fermo per profilazione etnica e deportazione in luoghi di concentramento non ben precisati. Di quei campi di prigionia non è dato sapere informazioni e tutto quel che riesce a trapelare giunge da diretti interessati, quei pochi tigrini liberati o dai familiari che riportano i loro timori e le loro paure per il fatto che non ricevono più notizie e non sanno dove sono stati portati.
Tale repressione si è palesata sempre più nel corso dei mesi di guerra genocida. Diversi analisti hanno messo in luce che i rastrellamenti più pesanti sono avvenuti successivamente ed in concomitanza all’avanzare ed al prevalere del TDF – Tigray Defence Forces sul campo di battaglia.
Ad oggi, mesi dopo quel rapporto e il giorno dopo la decretazione dello stato di emergenza nazionale, tali attività di rastrellamento e deportazione si sono gravemente intensificate nella capitale Finfinne (nome oromo di Addis Abeba)
Lo stato di emergenza prevede oltre la decretazione di coprifuoco, instaurazione di leadership militare, anche l’interruzione di servizi di trasporto, di viaggio e detenzione a tempo indeterminato di chiunque sia sospettato di avere legami o collusioni con il gruppo terroristico TPLF. Questo ultimo punto sicuramente potrebbe essere un’ulteriore arma legittimata normativamente di repressione verso i tigrini.
L’ APF ha riportato testimonianze sui rastrellamenti di massa. Peculiare è quello di luglio 2021 ad Addis Abeba: l’irruzione della polizia prima dell’ alba in una chiesa in un momento di preghiera, ha fermato ed ordinato ad una dozzina di sacerdoti e monaci a salire su un camion. Sono stati trattenuti per più di due settimane, accusati di raccolta fondi per il TPLF, di bruciare bandiere etiopi e persino di progettare attacchi terroristici. Uno dei monaci ha detto che non ha potuto fare a meno di ridere quando un investigatore ha chiesto dove nascondevano le loro pistole.
“Abbiamo detto loro che siamo uomini di fede, non politici”, ha detto ad AFP, parlando a condizione di anonimato per motivi di sicurezza.
“Non so da dove prendano queste informazioni. Ma le stanno usando per scalciare via le gambe dei tigrini da sotto di noi, per farci vivere nella paura.”
I leader delle forze dell’ordine descrivono le attività di rastrellamento, che proseguono da un anno costantemente ed incessantemente, come uno sforzo legittimo per debellare il TPLF, che considerano un’organizzazione terroristica. Eppure le interviste dell’AFP con dozzine di detenuti, avvocati, funzionari della giustizia e attivisti per i diritti umani rivelano un’operazione più indiscriminata ed arbitraria, che intrappola tutti i ceti sociali di etnia tigrina, dagli ufficiali militari di alto rango ai normali braccianti.
Tre notti dopo la riconquista di Mekelle da parte del TDF – Tigray Defence Forces e la ritirata dell’ ENDF, cinque agenti di polizia federale e tre agenti in borghese hanno bussato alla casa di Addis Abeba di Alula, un attivista del Tigray che stava usando la sua pagina Facebook per evidenziare massacri e stupri di gruppo nel Tigray.
Dopo essere stato trattenuto la prima notte in una caserma di polizia della capitale, Alula è stato deportato in un campo di prigionia a 200km di distanza ad est, nella regione di Afar, vivendo per le successive tre settimane con un pezzo di pane e due tazze d’acqua al giorno. La sua storia è a lieto fine perché è stato rilasciato. In quel campo presenti più di 1000 prigionieri, tra cui giornalisti e politici che, come Alula, prigionieri e deportati perché volevano condividere gli orrori della guerra genocida in Tigray che ha ucciso migliaia di persone ed ha spinto centinaia di migliaia di persone sulla soglia di carestia, come segnalano e confermano i report dell’ ONU.
Alula anche se libero, ha affermato ad AFP che non si sente al sicuro soprattutto a commentare e condividere opinioni e notizie sulla guerra: “Se lo faccio, verrò arrestato di nuovo o forse ucciso”.
In un unico isolato ad Addis Abeba, sette bar e due hotel sono stati chiusi a luglio 2021 a causa dell’ “inquinamento acustico”, un’affermazione che i loro proprietari respingono come infondata.
“Fondamentalmente stanno immaginando che i tigrini stessero celebrando [festeggiando] l’avanzata del TPLF”, ha detto Michael, il proprietario del bar.
Le chiusure di tali attività, ha aggiunto, sono un’ulteriore prova che i funzionari stanno prendendo di mira tutti i tigrini, non solo i sostenitori attivi del TPLF.
Fisseha Tekle, una ricercatrice di Amnesty International che ha indagato sugli arresti arbitrari di persone di etnia tigrina, ha dichiarato che la portata di rastrellamenti e repressione è difficile da stimare, in quanto la natura stessa di tali attività è segreta. Al contempo ha ricevuto più di 1000 segnalazioni di persone detenute in un solo campo di concentramento che sopravvivevano in condizioni “squallide”.
Molti detenuti rimangono dispersi: la loro ubicazione ignota.
“I familiari hanno percorso centinaia di chilometri alla ricerca di parenti detenuti. Altri hanno fatto il giro delle stazioni di polizia di Addis alla ricerca di parenti”, ha detto all’AFP.
Alla fine di settembre, Abraha Desta, un alto funzionario dell’amministrazione provvisoria del Tigray nominato da Abiy, ha scritto su Facebook che le autorità avevano creato un ambiente in cui parlare il tigrino, la lingua tigraia, “è considerato un crimine”. Il giorno dopo anche Abraha è stato arrestato, accusato di detenzione di armi da fuoco e istigazione alla violenza.
Durante un ritiro a settembre nella città di Adama, il procuratore generale Gedion Timothewos ha rimproverato i membri della direzione per il recupero dei beni del suo ufficio, di essere troppo zelanti nel perseguire gli imprenditori del Tigray. Gedion, ora ministro della giustizia, non ha risposto a una richiesta di commento all’ AFP.
“E’ ovvio che ogni persona è incerta… non sa cosa accadrà domani”, ha detto un avvocato tigrino che attualmente rappresenta 90 compagni tigrini che sono detenuti. “Anche per me stesso, non sono sicuro. In qualsiasi momento possono trattenermi”.
Ad oggi, instaurato lo stato di emergenza nazionale per i sei mesi a seguire, ma lo stato di terrore per ogni tigrino si è intensificato come anche i rastrellamenti e le detenzioni nella capitale etiope, mentre il Tigray rimane ancora isolato e con la catastrofe umanitaria che avanza e le morti silenziose che aumentano per mancanza di cibo, medicinali, carburante.
Gli sforzi diplomatici per le mediazioni da parte di USA ed Europa col governo etiope sono falliti. La scorsa settimana un collaboratore del Congresso Europeo ha dichiarato all’Associated Press che “Si sono parlati di colloqui con i funzionari, ma quando si arriva al livello di Abiy e al livello senior (le forze del Tigray), le richieste sono ampie e Abiy non vuole parlare”. Mentre il Primo Ministro Abyi Ahmed Ali avrebbe contattato i dirigenti del Tigray e della Oromia per negoziare la sua fuga e l’esilio: dichiarazione da fonti diplomatiche dell’ Unione Africana riportata dal giornalista indipendente Fulvio Beltrami: negoziazione che sarebbe avvenuta la mattina del 3 novembre per la quale il Premier avrebbe ricevuto risposta negativa in quanto i dirigenti tigrini ed oromo lo vorrebbero in stato di arresto per portarlo a giudizio per i crimini di guerra e contro l’umanità inseriti nel genocidio in Tigray.

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