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Etiopia,. ceo Ethiopian Industrial PDC: la distruzione dell’apparato industriale

La Ethiopian Industrial Parks Development Corporation (IPDC) è stata fondata dalla dirigenza del TPLF nel 2014, come una delle imprese pubbliche. Ispirata dal pieno sostegno del governo tigrino e successivamente dal governo del Prosperity Pary, l’IPDC è diventata negli ultimi anni il motore della rapida industrializzazione che alimenta le industrie manifatturiere, accelerando la trasformazione economica attraverso la promozione e l’attrazione di investitori nazionali e internazionali.

In contemporanea ai danni economici e alla prodizione causati dalla pandemia da Covid 19  gli industriali etiopi sono stati costretti a fronteggiare sfide dovute all’attuale guerra civile voluta dalla classe dirigente etiope contro il Tigray e l’Oromia. Alcuni dei parchi situati in Oromia e Amhara ad affrontare danni e distruzioni significativi. Ulteriori difficoltà sono all’orrizonte dopo la decisione del Presidente americano Joe Biden di annullare gli accordi commericiali privilegiati con l’Etiopia sanciti dal AGOA – Africa Growth Opportunity Act.

La rivista economica etiope Capital Ethiopia ha intervistato l’amministratore delegato dell’Ethiopian Industrial Parks Development Corporation, Sandokan Debebe, per comprendere le attuali difficoltà della nascente industria etiope e le inziative che il IPDC sta portando avanti per garantire una ripresa regoalre delle attività produttive.

“L’instabilità e la guerra nella parte settentrionale delle paesehanno interrotto il funzionamento di 4 parchi industriali nella regione di cui 2 statali situati a Mekele e Kombolcha e 2privati ​​a Mekele. Nella prima fase della guerra, solo i due parchi industriali privati ​​hanno subito danni. (Tra essi industriale che ospitava gli stabilimenti della multinazionale italiana Calzedonia NDT). Dopo l’escalation della guerra nelle vicine regioni di Amhara e Afar, uno degli obiettivi della guerra fu il parco industriale di Kombolcha. I danni che il parco industriale di Kombolcha ha subito devono essere valutati a fondo da esperti che misureranno il livello di distruzione causata per comprenderne meglio l’impatto” informa Debebe.

L’amministratore delegato del IPDC avverte che è troppo presto per fare una stima esatta della gravità dei danni causati dalla guerra civile che si appresta a continuare nel 2022. Varie strutture e instrutture dei parchi industriali sono state quasi completamente saccheggiate. Diverse aziende che producono materie prime finite sono state completamente vandalizzate.  Un buon esempio di questi danni significativi è di Carvoco Company, un’azienda che investe più di 90 milioni di euro nell’industria tessile che ha subito gli ingenti danni e saccheggi a seguito di questi eventi. Dabebe afferma che oltre l’80% dei servizi è tornato operativo, il che ci consentirà di avviare le operazioni di base tacendo sulla mancata ripresa delle attività industriali in Tigray causata dai continui raid aerei del governo federale.

Dabebe si sofferma anche sulle diffocoltà a riprendere la piena operatività industriale. “Stiamo lavorando 34 ore su 24 per riprendere la piena operatività. Dabebe afferma che oltre l’80% dei servizi è tornato operativo, il che ci consentirà di avviare le operazioni di base tacendo sulla mancata ripresa delle attività industriali in Tigray causata dai continui raid aerei del governo federale.

Anche gli investitori stranieri sono ansiosi di riprendere la produzione com’era prima”. Il problema è che gli investitori stranieri hanno chiesto risarcimenti danni per i loro stabili bombardati o saccheggiati. Risarcimenti che Dabebe pudicamente definisce: “richieste di sostegno governativo”. Se gli investitori italiani, europei e americani sono ignorati, è difficile non accontentare gli investitori dei paesi che stanno militarmente aitutando il regime nazionalista Amhara: Cina, Emirati Arabi, Russia, Turchia. “Quando le aziende effettueranno la loro valutazione, lavoreremo per autenticare i risultati e valuteremo le migliori opzioni per supportarle” afferma Dabebe.

Dabebe è fiducioso che gli impatti causati dalla cancellazione degli accordi commericiali AGOS saranno mitigati. Forse per eccesso di ottimismo o forse per ragioni di propaganda di regime. “AGOA è un rischio che ci assumiamo volontariamente. Abbiamo 13 parchi industriali nel paese e 10 di loro sono specializzati nel settore tessile e dell’abbigliamento. Attraverso il tempo siamo stati in grado di ottenere miglioramenti dall’utilizzo della possibilità di libero scambio. Come si vede nei dati del 2016, l’esportazione dell’Etiopia attraverso AGOA è stata inferiore al 13%.”

Sta sorgendo anche un altro problema legato agli investitori dei paesi “amici” del regime etiope. La maggioranza di essi esportava prima della guerra il 80% dei loro prodotti nel mercato statuinitense. Le ditte turche, arabe e cinesi delocalizzando la loro produzione nel paese e creando un virtuale “Made in Ethiopia” hanno ampiamente sfruttato i vantaggi offerti dagli accordi AGOA di cui cessazione avrà un effetto negativo su di loro.

Dabebe propone due soluzioni stile Ponzio Pilato. Trovare mercati alternativi o rimanere competitivi nel mercato statunitense concordando individualmente tariffe e vantaggi doganali. Il regime si è impegnato a identificare alcune opzioni per far rimanere conpetitivi gli investitori. Tra essi leggi meno severe, miglioramenti strutturali della produzione (tramite il permesso di aumentare lo sfruttamento degli operai e comprimente i loro salari), accordari ulteriori sgravi fiscali e semplificare il sistema burocratico. Si sta addirittura pensando ad elargire dei sussidi se il regime riesce ad ottenere nuovi crediti dalla Russia e dalla Cina.

Debebe ammette che la reazione degli investitori stranieri a seguito della cessasione degli accordi AGOA è stata di panico, poichè sono altamente dipendenti a questi accordi, ma l’instabilità del paese infastidirebbe maggiormente gli investitori rispetto alla fine degli accordi privilegiati con gli Stati Uniti.

Negli ultimi due anni il regime non è stato in grado di rafforzare la produzione dei parchi industriali esistenti e di crearne di nuovi. Quelli esistenti soffrono dalla incapacità di diversificare la produzione. Nel settore agroindustriale si sta tentando di indirizzare la produzione per soddisfare il fabbisogno alimentare dei “paesi amici” soprattutto quelli della Penisola Araba a scapito dell’autosufficienza alimentare del paese già messa a dura prova dalla pandemia, da eventi climantici catastrofici, cavallette e dalla guerra civile. Anche il trasferimento di tecnologia subisce un brusco rallentamento. Ora la tecnologia disponibile verrà fornita solo dalle potenze non occidentali che, seppur emergenti e promettenti, non possiedono ancora lo sviluppo tecnologico pari a quello dei paesi occidentali.

Dei 700.000 nuovi posti di lavoro promessi dal Premier Abiy nel 2019 grazie ai parchi industriali, solo 80.000 sono stati realmente creati su una popolazione di disoccupati pari a circa 48 milioni di persone tra i 18 e i 30 anni. Un cinico sollievo giunge a rafforzare la lotta contro la dissoccupazione: le centinaia di migliaia di giovani morti sui vari campi di battaglia dal novembre 2020 ad oggi…

L’intervista rilasciata a Capital Ethiopia dall’amministratore delegato del Ethiopian Industrial Parks Development Corporation è evidentemente limitata dalla censura di regime. Sandokan Debebe (coscientemente o costretto) ha adossato tutta la colpa della distruzione dell’apparato industriale etiope ai “terroristi” del TPLF offrendo al governo federale un’assoluzione in pieno e occultando l’opera di distruzione compiuta dai mercenari dell’eserito eritreo inviati dal dittatore Isaias Afwerki.

Tuttavia le sue dichiarazioni rappresentano un raro esempio di onestà inelettuale. É difficile che un funzionari del regime nazionalista Amhara si esprima in modo chiaro illustrando null’altro che la cruda realtà.

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