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Dal Senegal all’Italia, Pap Khouma: “Vivo qui da tanti anni, ma per me è un esame infinito”

Negli ultimi trent’anni, l’Italia ha subito quasi una rivoluzione. Da Paese di emigrazione ha invertito la rotta, diventando un Paese di immigrazione. La presenza dei nuovi arrivati sul territorio italiano non è sempre stata accolta con favore e il tema della migrazione appare tutt’oggi affrontato con risposte ancora monotono, e spesso allarmanti.

Per controbilanciare questa retorica inospitale del Paese, cosa pensano le persone di origine straniera presenti in Italia? Quanto si sentono rappresentati? Quanto possono farlo autonomamente? Il mondo della comunicazione, le organizzazioni della società civile e le istituzioni a livello nazionale sono a passo con i tempi e con la fisionomia delle società in cui viviamo?

Ne ho parlato in questa intervista con Pap Khouma, noto scrittore e giornalista di origine senegalese, che vive a Milano da circa quarant’anni. Iscritto all’Albo dei giornalisti dal 1994, è oggi membro del Consiglio di Italia Hello, un’organizzazione che si rivolge a persone con background migratorio per offrire loro informazioni di qualità e multilingue, utili e facilmente accessibili, in vista di una migliore conoscenza del nostro Paese e per meglio orientarsi nella loro vita quotidiana.

Scrittore e giornalista, senegalese di nascita e oggi cittadino italiano.
Chi è Pap Abdoulaye Khouma?
Sono ormai in Italia non so da quanti decenni, quasi quattro.
Come tanti migranti, come tante storie di migrazione, ero di passaggio dall’Italia. Sono arrivato qui negli anni ’80, quando ancora non esistevano leggi specifiche per gli arrivi.
Anzi, posso dirti che chi arrivava dall’Africa sub sahariana o dal Maghreb (tranne qualche eccezione) era automaticamente clandestino.
Nel momento in cui ho deciso di rimanere, ho preso coscienza che nessuno ci avrebbe regalato i nostri diritti e, per tale ragione, sapevo già che avrei dovuto combattere. Fondai, (insieme ad amici) quindi un’associazione di migranti con il supporto della società civile, del sindacato e di alcune comunità cattoliche.
Questa associazione riuniva principalmente senegalesi, ma non solo. Tante altre comunità straniere all’epoca in Italia non avevano dei rappresentanti né erano presenti (numericamente parlando) come noi senegalesi o come i marocchini e gli egiziani. In occasione delle nostre riunioni, tenute principalmente in wolof o in francese, ci incontravamo anche con qualcuno della Costa d’Avorio, del Gambia o della Guinea Conakry. Abbiamo da sempre tenuto conto delle difficoltà linguistiche e ricordo che fin dall’inizio ci siamo impegnati a garantire un servizio di traduzione, soprattutto negli incontri con i sindacalisti o nei momenti di confronto su normative e disposizioni che interessavano noi e l’Italia.
Eravamo quindi principalmente senegalesi ma eravamo coscienti che quello di cui parlavamo interessava tutti. Noi parlavamo del burkinabé non compreso, dell’ivoriano non ascoltato. I problemi erano comuni.
In tanti venivano a chiedermi suggerimenti per delle difficoltà a cui non sapevano rispondere. Alle volte nemmeno io sapevo come e cosa fare, ma ero il loro portavoce davanti al comune a nome di tutti noi. Guidare rivendicazioni in nome dei nostri diritti, noi che paradossalmente eravamo venditori ambulanti tra le strade e le piazze di Milano, voleva però dire pagare sulla propria pelle con le intimidazioni della polizia, che ci vedeva nelle piazze e aveva imparato a conoscerci e che, dopo le manifestazioni, veniva a casa per tenerci chiusi due-tre giorni in prigione. Era terribile.
Sono questi momenti qui, sono queste lotte e questi bisogni che mi hanno spinto a scrivere, a mettere nero su bianco quanto ho e abbiamo vissuto.

Da Io, venditore di elefanti a Noi Italiani Neri e agli ultimi lavori tra Senegal e Italia scrivi quindi per denunciare e lasciare una testimonianza di quello che una persona con background migratorio in Italia è costretta a vivere. Quali sono i cambiamenti che negli anni hai notato in termini di accoglienza nel nostro Paese?
Io, venditore di elefanti è il mio primo libro (scritto insieme al giornalista Oreste Pivetta). In questo lavoro racconto gli episodi appena accennati, ma non racconto tutto. All’epoca non ero ancora pronto a mettere su carta tutte le umiliazioni vissute da me o le umiliazioni dei miei amici. Non ce la facevo ancora a raccontare le parole che gli altri rivolgevano a noi, senza conoscerci. Senza chiedere permesso.
Da questo primo libro tante cose sono cambiate, nel bene e nel male, sotto diversi punti di vista.
Mentre nel periodo che ho condiviso in Io, venditore di elefanti su 100 senegalesi 98 erano clandestini, adesso è forse il contrario e su 100 senegalesi solo due sono clandestini. Questo è un cambiamento notevole, soprattutto sul piano dei diritti. Ma non è di certo tutto così semplice.
Quelli che oggi hanno ottenuto la cittadinanza italiana, sono persone che hanno risieduto in Italia per più di quarant’anni. Se le prime sanatorie nel Paese possiamo definirle chiare, oggi queste sono molto confuse. Ti faccio l’esempio della Bossi-Fini, una legge presente da vent’anni che rischia di riportare le persone in condizioni di clandestinità, persone che vivono da anni in Italia e che hanno qui famiglie, mutui o, più semplicemente dopo anni, una loro quotidianità.
Quando racconto le mie battaglie in Io, venditore di elefanti, non c’erano ancora i miei figli. Adesso bisogna guardare anche a loro e a quelli che allora erano bambini, oggi adulti. Bisogna pensare ai ricongiungimenti familiari, ai ragazzi venuti in Italia e qui cresciuti. È il caso di soffermarsi a riflettere anche sulle nuove logiche della migrazione, che sono diverse rispetto a quelle degli anni Ottanta.
Per farlo, sarebbe necessario ripensare alcune disposizioni e norme non ancora al passo con i tempi e con la fisionomia delle nostre società. E aggiungo ancora una cosa.
In questi ultimi venticinque anni, forse trenta, c’è molta più propaganda legata alla migrazione e ai migranti. Quando sono arrivato in Italia in condizioni di clandestinità, la comunicazione non era così interessata a noi. Forse neanche la politica. Oggi quest’ultima sfrutta la migrazione e le sue persone, stringe sempre più relazioni con i media mainstream per portare avanti una propaganda scorretta e, soprattutto, strategica e manipolatrice di contenuti e percezioni in cambio di voti.

Da giornalista, che contributo possono dare i tuoi colleghi per una comunicazione meno eurocentrica o comunque più reale?
Ti riporto una locuzione latina ripescandola dall’antica Roma. Hic sunt Leone. Ai tempi dei romani, questa espressione si riferiva alle persone provenienti dal continente africano e alle terre non conosciute del continente. Come se dall’altra parte ci fossero solo animali.
Quello che ieri era Roma, oggi è Italia. Direi l’Europa.
Esistono sicuramente delle voci fuori dal coro, professionisti e no, che si impegnano per una narrazione diversa. Tuttavia, come si è soliti dire, si tratta di singole gocce nell’oceano. Gocce che sicuramente fanno parte di un tutto e, per questo, giocano la loro parte.
Personalmente, dal 1989 e anche prima, ho cercato di dare parola a persone di origine straniera e ai migranti ma oggi più che mai ai media non conviene proporre una narrazione reale dell’Africa, aldilà di visioni pessimistiche, riduttive o allarmanti. Spesso, quando si parla di persone migranti o di origine straniera, c’è questa tendenza a mettere in risalto aspetti negativi, a puntare il dito, a generalizzare, dimenticandosi (forse intenzionalmente) che siamo singoli individui. Siamo persone e non masse. C’è tanto altro da raccontare.
Per farti un esempio. Alcuni anni fa, in occasione dell’Expo di Milano, con una scuola di fotografia della città, abbiamo presentato un servizio fotografico di un team tra cui ragazzi, figli della migrazione nati e cresciuti qui da genitori di origine straniera. Questi giovani hanno riportato scatti di vissuto e di singole storie di alcuni immigrati diverse da quelle che siamo abituati a vedere e sentire. In questi scatti si ritraevano medici, ballerini, coreografi e fotografi africani. Erano scatti di vissuto, scatti diversi. Oggi è più semplice, o più comodo, unire il migrante al pericolo, confondere l’extracomunitario con la persona di origine africana o afro discendente e lo straniero con la fede musulmana, e questa con il fanatismo. Oggi che tu sia del Senegal o del Gambia, potrai ritrovarti nei titoli di un giornale come “il nord africano”. La stampa non vuole specificare e non so se lo fa per ignoranza o con intenzioni ben specifiche. Andiamo avanti con generalizzazioni sbagliate che, se condivise, continueranno a creare luoghi comuni su questi temi.
Come scrittore e come giornalista, mi impegno da trent’ anni contro queste generalizzazioni, ma le domande che dovremmo farci sono “Quanti giornalisti e quanti scrittori di origine africana esistono oggi in Italia? Quanto spazio hanno? Quali voci senti di origine africana alla televisione?”
Spesso sono stato invitato in programmi televisivi ma ho smesso di frequentarli. Sono spazi pensati per alzare la voce, per litigare e per provocare. Alle volte sono stato invitato con la precisa intenzione di mettermi a confronto con questa o quella persona, ma io che interesse ho a fare questo?
L’Italia alimenta purtroppo questo tipo di narrazione. In più, non tutte le persone di origine africana tutelano le diaspore. Tante volte sono i primi che qui, dall’Italia, ripetono “Aiutiamoli a casa loro”.
Ma mi soffermo sul punto legato al giornalismo con una domanda che vuole essere uno spunto per riflettere. È vero che esistono un codice specifico e norme di deontologia proprie all’ordine dei giornalisti ma quale è il limite – a mio parere molto sottile- fra la deontologia e la libertà d’espressione?

La letteratura può essere una forma di rivendicazione? Lo è stata in passato? È forse più semplice rispetto al giornalismo?
Ci sono tantissime strade, culturali e non solo.
Nel 2002, quando il fenomeno della scrittura della migrazione prendeva più piede, noi abbiamo fondato una rivista letteraria (www.el-ghibli.org) per raccogliere i contributi di quanti scrivevano e non avevano la possibilità di pubblicare i loro testi. Allora non vi era il potenziale dei social di cui beneficiamo oggi.
Oggi possiamo muoverci più liberamente e ti faccio un esempio. Nel corso del lockdown nel 2020, quando il Covid ha chiuso in casa l’Italia, i media hanno fatto giustamente vedere i medici come eroi, tra i più esposti, ma mai medici o infermieri di origine straniera. So per certo che in Italia ci sono figure straniere nel mondo della medicina e della farmacologia e allora perché questa scelta?
Oggi, a distanza di parecchi mesi, ti dico che ho fatto un errore a domandarmi il perché. Avrei piuttosto dovuto raccontarlo io e, con gli strumenti che abbiamo oggi, avrei potuto tranquillamente.
È quello che fanno i più giovani, le nuove generazioni e quelle di mezzo.
È il caso dell’associazione Kirikù a Milano, animata da Jermay Michael Gabriel ed altri, artisti, pittori e scrittori nati, cresciuti qui o adottati da Africa, Brasile o India. È il caso di Djarah Kan, molto attiva. È anche il caso della scrittrice Igiaba Scego e del sindacalista Aboubacar Soumahoro. Sono alcuni esempi per dire che oggi ci sono tantissimi giovani, e non solo, molto in gamba e molto arrabbiati.
Noi cerchiamo di entrare in contatto con loro però giustamente facciamo un discorso diverso. Abbiamo fatto quarant’anni di lotta e, a un certo punto, diventi più saggio o forse solo più stanco. Già in Senegal ricordo di aver portato avanti le mie battaglie tra le strade di Dakar in un Paese che ha sempre riconosciuto la società civile. Oggi in Italia sono gli stessi giovani che, spesso non sentendosi giustamente rappresentati tanto socialmente quanto nel mercato del lavoro, vanno via.
Non voglio però parlare solo delle difficoltà. Ci sono anche tanti aspetti che stanno cambiando. Esistono realtà positive. Purtroppo siamo così tanto abituati a difenderci, che ci limitiamo a soffermarci su aspetti più complessi.

Cosa mi dici della tua presenza nel team di Italia Hello?
Faccio parte del Consiglio di amministrazione di Italia Hello, realtà che ho conosciuto durante un convegno alla New York University di Firenze. Da allora, ormai qualche anno fa, ha preso piede la mia collaborazione e ho avuto la possibilità di valorizzare quel che facevo prima singolarmente, unendomi a un team di persone esperte e competenti. Ero un battitore libero. Tuttavia, se sei da solo a suonare un tamburo fai sicuramente ascoltare la tua musica, ma se suoni dentro un’orchestra la musica è più forte, oltre che armoniosa.
Con Italia Hello, ho quindi avuto questa possibilità. Nel corso della mia vita sono entrato più volte in organismi ed enti nazionali da nobili intenti, accorgendomi con il tempo di protagonismi e problemi che me ne hanno fatto allontanare. Di Italia Hello ammiro la continuità e la concretezza. Ha una struttura che unisce alla competenza, la volontà e la passione.
Quello che è nato da Italia Hello è un supporto a misura di persona per le comunità straniere sul territorio. L’indipendenza e l’inclusione si raggiungono attraverso scelte informate e consapevoli. Se non conosci come funziona la nuova società in cui vivi, non sei in grado di essere pienamente autonomo, ma ci sarà sempre qualcuno che deciderà per te.
Ti faccio anche l’esempio dei progetti che ci impegnano con le comunità straniere in Italia sul tema del lavoro. Sembra banale ma il digitale può essere un alleato valido aiutare nella creazione di un curriculum completo, nella preparazione ai colloqui e, ancora, nella ricerca di offerte di lavoro adatte alle competenze di ciascuno. Ritengo che i progetti e le iniziative promosse da Italia Hello in tal senso siano un importante strumento per garantire loro maggiore autonomia, tenendo conto dell’importanza che oggi il lavoro assume nella vita di ciascuno di noi. Tanto da un punto di vista di potere economico quanto relazionale e di scambio.
Altrettanto fondamentale è il team alla base di Italia Hello, che raccoglie persone con profili e competenze diversi e provenienti da Paesi tra loro differenti. Questa scelta ha permesso fin dall’inizio, e permette tutt’ora, di avere nuove visioni d’insieme a cui spesso un italiano non pensa quando si rivolge a una persona di un altro Paese. Non per cattiveria, ma siamo abituati a non entrare nella sfera culturale e tradizionale delle persone con le quali/per le quali lavoriamo. Conoscere e avere propria la mentalità occidentale ma godere anche di un background di un altro Paese o di uno scambio costante con i colleghi provenienti da altre realtà è ciò che fa la differenza Io nato in Senegal e cresciuto in Italia, vanto una mentalità ibrida. Ho colleghi italiani, ma anche albanesi, cinesi e del Messico. Questa mentalità ibrida è un tratto tipico di Italia Hello. Queste sono soluzioni oggettive e, ripeto, a portata concreta per ciascuno e pronte a dare una rappresentanza diretta alle persone. Senza calare tutto dall’alto e stando piuttosto ad ascoltare in un rapporto che nasce e si sviluppa sullo stesso piano.

Alla luce del tuo passato e davanti a queste risposte, quali sono le tue sensazioni oggi? Stiamo muovendo i giusti passi per avere la giusta rappresentanza delle diaspore e delle comunità straniere in Italia?
Ti faccio l’esempio del mio ultimo lavoro, la traduzione di un canto dell’inferno di Dante. Oltre le difficoltà di traduzione e di metrica, di contesti differenti e di parole tra le due lingue- italiano e wolof-, questo mio impegno è stato una sfida ma anche un modo per costruire un ponte tra Italia e Senegal. Per anni qui in Italia ho portato avanti battaglie per far conoscere e raccontare tanti aspetti della mia cultura, del mio Paese e del continente africano. Questa volta ho fatto altro. Ho voluto trovare un modo per raccontare una parte dell’Italia in Senegal. Per me era un’attività di conciliazione e l’ho fatto per i bambini, per i più giovani, per mia figlia che in Africa non è mai andata.
Dobbiamo anche fare e lasciare delle cose per loro e per domani. Come ti ho detto, vivo qui da tanti anni. È per me ancora un esame infinito. È un dover dar sempre conferme. È un continuo dover dimostrare. Sempre, ancora oggi a distanza di anni, un qualcosa. Sono cittadino italiano e mi sento dire “sì cittadino italiano ma non di nazionalità italiana”.
C’è un peso addosso. Lo stesso peso che spinge tanti ragazzi e ragazze ad andare via dopo gli studi. Ci si arrende a questo sistema, forse. Ci sono tante persone di buona volontà, tantissime. Credo la maggioranza. Conosco l’Italia in profondità, dal Tirolo a Palermo e ci sono tantissime persone, giornalisti, professionisti e cittadini di buona volontà. Tuttavia, sono d’accordo con Martin Luther King che sosteneva che si sente di più l’urlo dei cattivi, anche se in minoranza, rispetto al silenzio della buona maggioranza. E ha ragione. Per me oggi è questa l’Italia.

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