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Sudafrica, addio a Desmond Tutu ultima icona mondiale della lotta all’apartheid

Il suo posto nella storia Desmond Tutu se l’era già guadagnato da molti anni insieme a quello nella Nobel Square di Città del Capo: la sua statua accanto a Nelson Mandela, F.W. de Klerk e Albert Lutuli celebra una vita al servizio della lotta anti-apartheid e dell’impegno civile nel suo Sudafrica, per decenni reietto a causa del regime segregazionista bianco ma anche unico Paese al mondo ad aver avuto quattro Premi Nobel per la Pace. Con Tutu, morto oggi a novant’anni, scompare l’ultimo dei grandi vecchi che hanno vissuto la lunga stagione che ha cambiato il volto del Sudafrica: da bianco e afrikaner a Rainbow Nation, definizione che in molti hanno hanno attribuito proprio al vescovo anglicano estroverso e sempre pronto alla risata ma instancabile fustigatore di élite corrotte e deviate, comprese quelle del post apartheid. La fama di Tutu varcò i confini del Sudafrica dopo il massacro di Soweto nel 1976, quando la protesta nel ghetto nero di Johannesburg fu repressa nel sangue e i morti, moltissimi ragazzi, furono centinaia. Il suo appoggio esplicito al boicottaggio economico del Sudafrica fu clamoroso e dal 1978, quando divenne segretario generale del Consiglio Sudafricano delle Chiese, la sua voce di lotta non violenta contro il regime razzista del National Party fu sempre più forte, consacrata infine dal Nobel per la pace nel 1984. D’altra parte la vita, nella Soweto di allora, Tutu conosceva bene: abitava a Vilakazi Street a poche decine di metri dal celeberrimo civico 8115, la casa rossa di Nelson Mandela. Due Nobel per la Pace nella stessa strada avrebbero, anni dopo, fatto la fortuna turistica di quel luogo. Un’opposizione che veniva però da lontano. Da quando abbandonò l’idea della carriera di insegnante, sulle orme del padre, a seguito dell’approvazione del Bantu Education Act che nel 1953 introdusse la segregazione razziale nelle scuole. Fino al grido di trionfo nello stadio di Soweto, nel 1993, prima delle storiche elezioni multirazziali dell’anno successivo: “Saremo liberi, tutti noi, bianchi e neri insieme, perché stiamo marciando verso la libertà”. “Ero arrivato a sessantadue anni prima di poter votare, Nelson Mandela a settantasei. Pensate che cosa ha significato per noi quel 27 aprile del 1994”, giorno del primo voto democratico in Sudafrica, ricorda l’arcivescovo nel libro ‘Non c’è futuro senza perdono’, racconto dell’esperienza a capo della Commissione per la verità e la riconciliazione voluta da Mandela. Lavoro complicato, una sorta di terza via, l’ha definita Tutu, tra processo di Norimberga e rimozione totale, che ha contribuito a quella transizione democratica, pure assai imperfetta, sulla quale nessuno avrebbe scommesso. Oggi, nel giorno della sua scomparsa, il tributo è unanime, come sempre quando muoiono i simboli. Ma  per Tutu  il ricordo non è probabilmente solo di circostanza. Il Papa, nel telegramma inviato a suo nome dal cardinale Pietro Parolin al nunzio in Sudafrica Peter Bryan Wells, parla di “servizio al Vangelo tramite la promozione dell’uguaglianza razziale e la riconciliazione”. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres l’ha ricordato come “una voce incrollabile per i senza voce”. Nelle parole dell’ex presidente americano Barack Obama, Tutu è stato “un mentore, un amico e una bussola morale per me e per molti altri”. Per il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa la scomparsa dell’arcivescovo, un “patriota senza pari”, “è un nuovo capitolo del dolore nell’addio della nostra nazione a una generazione di sudafricani straordinari che ci hanno consegnato in eredità un Sudafrica liberato”. Accanto a quello dei potenti del mondo il tributo dei sudafricani che in migliaia sono andati alla cattedrale di San Giorgio a Città del Capo per rendergli omaggio. “Ero scioccato stamattina quando ho sentito della sua morte. Ringrazio Dio che sia vissuto”, ha detto all’Afp Brent Goliath, un suo ex chierichetto. “È morto di una morte santa”, ha commentato padre Michael Weeder, decano della cattedrale. Nonostante la perdita, ha aggiunto, “è un sollievo per la famiglia perché padre Desmond ha sofferto molto nelle ultime settimane”. Il premio Nobel “è stato un eroe per noi, ha combattuto per noi. Siamo liberi grazie a lui”, ha riassunto Miriam  Mokwadi, infermiera in pensione.

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