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Libano, quale strategia per uscire dallo stallo del confessionalismo?

Con questo importante lavoro di Lorenzo Somigli sul Libano, inauguriamo oggi la sezione “approfondimenti internazionali” per offrire ai nostri lettori resoconti e interventi di esperti anche su argomenti specifici non necessariamente legati all’Africa.
Spunti di riflessione, testimonianze, racconti di storie oscurate dal mainstream, nel solco dell’esperienza che da due anni e mezzo portiamo avanti con Focus on Africa.  

Antonella Napoli, direttrice di Focus on Africa

BEIRUT – Per raccontare i fatti bisogna esserci, bisogna essere attraversati dal tempo e compenetrati dalla storia, anche storditi, confusi nei sensi, trasportati. La meditazione sul
vissuto sta venendo da sé. Il tempo – affascinante parola correlata con il verbo greco
temno, tagliare e con il latino templum, luogo separato – è irripetibile. “Nello stesso
fiume siamo e non siamo” intuiva Eraclito. O si è lì o non si è lì ed ogni prospettiva si
distorce, l’errore insinua il pensiero.
Ogni segmento di tempo e, ancor più a livello molecolare, ogni accadimento è calato
in una complessità più ampia e sfuggente. “L’Origine ama nascondersi” vaticinava lo
stesso. Bisogna compiere uno sforzo di analisi e comprensione. Bisogna “guardar lontano, veder vicino” per citare il compianto Philippe Daverio: cogliere la complessità
come intreccio di tempi e di storie rilevando la salienza del dettaglio e la beffa delle
eccezioni. A maggior ragione oggi.
All’inizio del Secolo Breve ce lo ha insegnato un giornalista italiano, illustre padre di
tutti gli inviati ma ingiustamente misconosciuto per una sua, per altro tardiva, adesione al Fascismo. Luigi Barzini, pescato dal Fanfulla da Luigi Albertini, altro padre nobile
della stampa nostrana, parte per l’Estremo Oriente. Arriva in Cina e vede ovunque la
morte dopo la rivolta dei Boxers. Sbarca in Giappone. Dinnanzi ai suoi occhi si squaderna l’esito delle riforme dell’Imperatore Matsuhito Meiji, tratteggiato nel soavissimo
film, l’ultimo di una onorata carriera, “Si alza il vento” di Hayao Miyazaki dedicato a
Jirō Horikoshi, progettista del famigerato Zero. È il Giappone nato dopo lo sbarco del
Commodoro Perry e dalle ceneri del bombardamento di Shimonoseki. E dunque racconta la guerra russo-giapponese culminata nell’immane massacro di Mukden, una
guerra così lontana ma già di massa.
Quando Barzini analizza Giappone o la Cina, parla – ed è un altro tratto notevole – in
retrospettiva dell’Italia: siamo poco avvezzi alla tecnica e alla mercatura, non studiamo
l’inglese o il tedesco, studiamo troppo i Classici. Su quest’ultimo punto non gli diamo
ragione, perché nei Classici troviamo la nostra scuola di libertà e il medicamento ai
mali del mondo, ma del resto non si può concordare su tutto, nemmeno con Barzini.
“Guardar lontano, veder vicino”, una vita quella del nostro infiammata dall’intuito, dalla
sete di conoscenza, dall’inquietudine, dall’ansia di andare. Che tutti noi mediterranei
proviamo. Dovremo aspettare decenni per vedere, con la stessa voracità di vita, Kerouac partire per Des Moines, innamorarsi di Terry a Frisco ed esclamare “finalmente
New Orleans”. Questo è stato il nostro viaggio. L’amore che ci ha compenetrato. Per
riprendere la canzone “Beirut Set El Donia” che ha cadenzato i nostri passi libanesi:
“alan earafna ‘ana judhurak daribat fina”, “ora sappiamo che le tue radici sono in noi”.
Di seguito il mio dialogo con Amin Elias di Oasis Center.
Italia e Libano vantano solidi legami d’amicizia. Durante il Granducato di Toscana Cosimo II accoglie Faccardino. Possiamo far risalire all’emiro dru- so l’inizio di un clima di tolleranza tra le religioni in Libano?
“È proprio così. Solo con Fakhr el Din II il Levante conosce, per la prima volta dopo l’e- spansione islamica, un modello di convivenza tra due diverse comunità religiose: Drusi (comunità musulmana eterodossa) e Maroniti (cristiani cattolici siriaci). Nelle loro fonti storiche, i maroniti esprimono chiaramente il loro sentimento di orgoglio, di apparte- nenza, di uniformità di vedute rispetto al modello sociopolitico elaborato da Fakhr el Din II”.
Quali sono i crediti della Costituzione libanese rispetto alle esperienze ottomane e francesi?
“La Costituzione libanese, elaborata nel 1926 durante il mandato francese, è diretta- mente influenzata dalla Costituzione della Terza Repubblica francese. Tuttavia, è op- portuno riconoscere che una primigenia idea di Costituzione nel territorio del Levante si diffonde grazie all’Impero ottomano, quando fu adottata la prima Costituzione otto- mana nel 1776”.
Approfondiamo l’esperienza del Cenacolo, il cui lascito è sicuramente in- dispensabile per il Libano moderno.
“Lo stimolo che il Cenacolo libanese ha saputo donare al Libano moderno è stato prin- cipalmente culturale e intellettuale. L’obiettivo cardine del Cenacolo è stato fissato dal suo fondatore Michel
Asmar nel 1946. Per lui, l’indipendenza del Libano nel 1943 è un punto di partenza per costruire la Casa Liba- nese, come identità ed entità singolare e umanistica, come Stato moderno, come senti- mento di comunità e di solidarietà nazionale, come piattaform.

un dialogo internazionale e umanistico tra culture, lingue, religioni e civiltà”.
“Secondo me il modello di convivenza in Libano tra i due principali gruppi religiosi e culturali, ovvero cristiani e musulmani, sia fallito. La ragione principale di questo falli- mento è la differenza di obiettivi, aspirazioni e modo di vivere, che permane tra i due gruppi.
Di fronte a questa realtà, potremmo pensare a due “strategie di uscita”:
1. Una forma di laicità basata sul concetto di Persona (come elaborata dal filosofo francese Emmanuel Mounier) dove si conciliano: l’individuo, l’alterità (cioè la comu- nità) e la spiritualità;
2. Un sistema di federazione o confederazione in cui ogni comunità ha un proprio territorio dove può stabilire il proprio modo di vivere”.
È possibile trasformare il Libano in un paese più secolare? L’Islam può es- sere conciliato con la secolarizzazione?
“Sì, ad una condizione. I musulmani dovrebbero rinnovare il loro sistema di pensiero che è stato stabilito nell’XI secolo, e andare avanti nell’accettazione della modernità che significa: separazione tra lo Stato e la religione (Islam), accettando i valori moderni come uguaglianza, libertà di coscienza, espressione e religione, cittadinanza, primato della ragione e della razionalità sulla tradizione, separazione tra l’appartenenza spiri- tuale all’oumma e l’appartenenza socio-politica allo Stato nazionale e moderno, ecc…”

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