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Le torture, le sparizioni forzate, le testimonianze raccolte. Il buco nero egiziano

Giulio Regeni è e resta una ferita aperta che segna un popolo intero.

Non è una ‘questione di famiglia’. È un fatto che pesa sulla dignità di tutti noi.

E il nostro governo non può più cercare scappatoie.

Per dirla con le parole di Paola e Claudio, pur apprezzando la risoluta determinazione della Procura di Roma che ha concluso le indagini “senza farsi fiaccare né confondere dai numerosi tentativi di depistaggio, dalle interminabili dilazioni e dalle mancate risposte egiziane”, è iniveitabile la presa d’atto del fallimento della cooperazione  tra le due procure.

La mancanza di volontà di collaborazione da parte del regime, che non ha mai risposto alla rogatoria del 29 aprile 2019 e non ha fornito, come chiesto dagli inquirenti italiani, l’elezione di domicilio dei 4 funzionari della National Security oggi a processo, è plateale.
Anzi, il governo di Al Sisi ha rivolto ogni genere di affronto e offesa all’Italia dopo aver permesso il sequestro, la tortura e l’uccisione di un cittadino italiano.

A rendere ancora più grottesca questa vicenda, oltre alla ostinata negazione di quanto avvenuto, è il tentativo, rinnovato in queste ore, di  gettare discredito sul  ricercatore friulano.

E insistiamo. Non è solo un oltraggio alla famiglia ma un totale disprezzo della dignità di un intero Paese.

Lo Stato italiano oltre alla mancata collaborazione degli inquirenti e dei giudici egiziani, subisce anche l’umiliazione del giudizio negativo sul quadro probatorio delineato dalla nostra Procura, rispedito al mittente con la riproposizione oscena del più eclatante dei depistaggi messi in atto per deviare l’attenzione dai veri responsabili: a sequestrare Giulio Regeni, per i magistrati del Cairo, furono  5 rapinatori uccisi durante un blitz.

Innocenti spacciati per artefici dell’infausto destino del 28enne di Fiumicello.

Una assoluta mancanza di rispetto nei confronti non solo della nostra magistratura ma anche dell’intelligenza di tutti gli italiani.

La risposta ufficiale della procura generale d’Egitto, sostenendo che l’esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Regeni sia ancora ignoto, è dunque la chiusura delle indagini con l’impianto iniziale ampiamente contestato dai nostri inquirenti che non hanno potuto far altro che prenderne atto.

Eppure, leggendo i report sulle torture e le violazioni dei diritti umani perpetrate in Egitto, un colpo allo stomaco metaforico di inaudita violenza, che diventa quasi dolore fisico, è evidente che i sistemi utilizzati sui detenuti egiziani siano gli stessi che hanno lasciato segni sul corpo di Regeni.

Le testimonianze raccolte da un ricercatore al Cairo di Human Rights Watch, Mark Spencer (il nome è fittizio per tutelarne l’anonimato, fondamentale per la sua sicurezza), su decine e decine di episodi di tortura, non lasciano adito a dubbi.

Un dettagliato resoconto sulle pratiche adottate dai servizi segreti per costringere oppositori, attivisti, giornalisti, o come nel caso di Regeni cittadini stranieri sospettati di spionaggio o di atti che potessero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale, a confessare le proprie ‘colpe’.

In particolare la sua attenzione è stata focalizzata su una ventina di prigionieri sotto la custodia di uomini della National Security che, dopo la rivoluzione del 2011, ha cambiato denominazione ma ha mantenuto lo stesso modus operandi.

Anzi, sottolinea il report, la situazione è addirittura peggiorata rispetto ai tempi di Mubarak.

Dalle informazioni che il ricercatore ha potuto acquisire dai detenuti egiziani, confrontandole con quelle relative al caso Regeni, ha concluso che a perpetrare le sevizie sia sui primi che su Giulio siano stati gli stessi uomini dell’agenzia di sicurezza nazionale.

In Egitto esiste un unico ‘canale giudiziario diretto’ che va dall’arresto alla condanna, passando per le torture finalizzate a estorcere ammissioni di colpevolezza spesso a chi non ha nulla da confessare. Si passa dalle percosse all’applicazione di elettrodi per indurre scosse elettriche, alla minaccia di stupro, compiuto anche con spranghe di ferro.

Tali procedure per Human Rights Watch, sono interamente ed esclusivamente gestite dagli appartenenti a questo organo di Stato che sottopongono i malcapitati detenuti ai violenti e coercitivi interrogatori lunghi dai tre giorni a una o più settimane. Alcuni di loro scompaiono anche per mesi.

Tra i casi seguiti dalla ong ci sono persone che sono state tenute in isolamento, senza poter interagire o incontrare nessuno, per quasi un anno. Unica discriminante, la resistenza alle pratiche di tortura di cui sono stati vittime. Di tutti gli intervistati nessuno di loro è stato liberato senza un’ammissione di responsabilità di qualche tipo, se non fornendo nomi di ‘complici’.

A quasi sei anni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, il sospetto che il ricercatore italiano non sia sopravvissuto all’incessante dose di sevizie perché non abbia ceduto ai suoi inquisitori appare ormai una certezza.

I genitori di Giulio, il loro avvocato Alessandra Ballerini, l’opinione pubblica, la Commissione parlamentare per la verità sull’omicidio Regeni presieduta dall’onorevole Erasmo Palazzotto, tutti noi, siamo stati uniti, saldi, nel chiedere giustizia, chiarezza sulla fine del nostro connazionale e sul movente che l’abbia determinata.

Oggi, a fronte della reiterata negazione da parte dell’Egitto di una verità giudiziaria che ormai ha ben poco da svelare, dovremo essere ancor più risoluti seppur il realismo non può che portare a un’unica e amara considerazione finale.

Il governo italiano, consapevole che non otterrà mai nulla di concreto dall’Egitto, continuerà a trascinare la questione nel tempo, confidando nell’oblio, attendendo che l’opinione pubblica dimentichi, che la Commissione esaurisca il suo mandato e che i genitori si rassegnino.

Ma è questa l’unica vera ‘falla’ del ‘piano’ del governo.

Paola Deffendi e Claudio Regeni non smetteranno mai di reclamare verità e giustizia per il figlio, un ragazzo di 28 anni barbaramente ucciso senza un perché.

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