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Giulio Regeni, l’italiano ucciso come un egiziano

Giulio Regeni era un dottorando italiano di Cambridge, trasferitosi al Cairo nel settembre 2015 per lavorare a una tesi di studi di sviluppo sui sindacati indipendenti.

Era un argomento delicato in un paese che aveva visto un enorme aumento della rappresentanza dei lavoratori durante la primavera araba, che ha portato al potere Mohamed Morsi, il leader dei Fratelli musulmani, nel 2012.

Dodici mesi dopo, Morsi fu rovesciato da un colpo di stato che alla fine installò l’ex generale, Sisi, come leader del paese, in un ritorno al governo militare.

Regeni, che in precedenza aveva studiato arabo e politica all’Università di Leeds, ha deciso di svolgere la sua tesi al Cairo da settembre 2015 a marzo 2016, con una pausa di due settimane a casa con la sua famiglia per Natale a Fiumicello, nel nord-est dell’Italia.

A ottobre, un mese dopo il suo arrivo, ha descritto i sindacati come “l’unica forza rimasta nella società civile”.

Si concentrò sui venditori ambulanti, circa 6 milioni, che avevano costituito un sindacato per combattere la repressione del governo.  Regeni ha affermato che la situazione al Cairo è “deprimente, ma non maniacale come nel 2013”.

“Non mi sembra che passeranno altri 30 anni”, ha aggiunto, riferendosi alla durata del governo del precedente capo dell’esercito, Hosni Mubarak.

Ma le cose hanno preso una piega preoccupante quando, a una riunione di attivisti sindacali, Regeni ha notato una giovane donna velata che gli scattava una foto sul telefono, cosa che gli ha fatto temere di essere sotto sorveglianza.

Era anche irritato dai venditori che lo infastidivano per i telefoni cellulari e il capo del loro sindacato che chiedeva soldi per le spese mediche della famiglia.  Quando lo studente ha detto che non poteva aiutare, Mohamed Abdallah lo ha denunciato alla polizia, affermando in seguito che pensava di essere una spia.

In uno dei suoi ultimi messaggi su Facebook, Regeni ha chiesto aiuto con il suo inglese in un documento che aveva scritto.

Cinque giorni dopo è stato rapito per strada mentre andava a una serata fuori.

Nove giorni dopo il suo corpo è stato ritrovato, scaricato sul ciglio dell’autostrada Cairo-Alessandria.
Era stato torturato; picchiato, bruciato e accoltellato prima che il suo collo fosse rotto dopo essere stato colpito da dietro con un oggetto pesante e contundente.
Ucciso come un egiziano, furono le parole di uno dei sopravvissuti ai servizi di sicurezza incontrato pochi mesi dopo al Cairo.
Un giovane la cui vita è stata calpestata, come quelle di tanti altri innocenti  
colpiti nella loro disarmata vulnerabilità. Torturati dalle mani del potere e dello Stato.
Sono trascorsi sei anni dall’omicidio di Stato del ricercatore italiano morto da egiziano e nulla è cambiato. Anzi. L’uso della tortura è ormai sistematico e non si contano quanti siano stati trascinati via con la forza senza far più ritorno. Amnesty International accusa la Procura antiterrorismo cairota di violare il diritto al giusto processo e di perseguire migliaia di persone: “da settembre ad oggi si è registrata l’ondata di arresti più ampia dall’ascesa al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Sono già finite in carcere 5 mila persone e i fermi continuano. Al ritmo di tre, quattro sparizioni forzate al giorno”. Il regime teme l’ampliarsi del malcontento ed è abituato a stroncare con violenza ogni forma di opposizione, i media sono imbavagliati. Una repressione che investe anche chi con le proteste nulla ha a che fare. Come Yassin Abdallah, uno studente universitario. È seduto sui gradini del portone di un palazzo e aspetta alcuni ragazzi più piccoli per dargli delle ripetizioni, quando vede passare un corteo e la polizia che rincorre i manifestanti.  Non sa che fare: “se scappi i poliziotti pensano tu faccia parte della manifestazione, se resti seduto ti fermano. E allora ho iniziato a camminare così magari capiscono che sono lì per caso”, spiega. Un’illusione. Lo arrestano comunque e viene accusato di terrorismo.
Un paese corrotto e soffocato dalla paranoia di un generale-presidente: «chiunque graviti intorno all’epicentro delle rivolte, attuali e passate, viene fermato, costretto a consegnare il telefono e spesso arrestato. E’ una repressione senza precedenti» denuncia Mohamed Lofty, direttore della Commissione egiziana per i diritti umani e le libertà e consulente della famiglia Regeni.

Diritti umani violati e vite spezzate da un regime che l’Italia continua a considerare un partner affidabile e un elemento chiave per sbrogliare la crisi libica. I rapporti di collaborazione, dalla lotta al terrorismo alla gestione dei flussi dei migranti, si intensificano come gli affari, tra giacimenti di gas e armi. Al-Sisi ringrazia e con sorriso beffardo assicura amicizia e disponibilità: «Faremo luce, arriveremo alla verità» e ancora «da parte nostra c’è la forte volontà di conseguire risultati definitivi». Di più «Regeni è uno di noi». Una girandola di missioni ufficiali, voli di Stato e strette di mano e ogni volta un presidente del Consiglio e ministro degli Esteri che aspettano «risposte il prima possibile, risultati concreti» con tanto di ultimatum per avere verità e giustizia. Peccato non ci abbia mai restituito un documento, un’indicazione, un aiuto.  Nulla sulle rogatorie della Procura di Roma.  La collaborazione giudiziaria si è interrotta nel novembre del 2018 quando, dopo aver consegnato una relazione dettagliata di ben 75 pagine che inchiodava alle loro responsabilità quattro funzionari della National Security Agency e aver atteso ben un anno, i magistrati italiani hanno deciso di indagarli. Da allora. alla fine di
una lunga catena di bugie e orrori e una gerarchia di ferocia e omertà che ha messo in moto la macchina dei depistaggi, non è accaduto più nulla.
La lunga sequenza racconta un regime che non vuole fare i conti con quanto di tangibile gli investigatori italiani hanno ricostruito.
“Morte per emorragia cerebrale” sosteneva l’autopsia cairota. Utile ad accreditare un incidente stradale, mai avvenuto. Hanno persino denudato il cadavere per sostenere la pista del movente sessuale, con un testimone pronto a giurare di aver visto Regeni litigare con un uomo salvo poi dover ammettere di aver detto bugie su richiesta di Mustafa Maabad.  Lo stesso ufficiale dei servizi segreti che si infiltra nel team investigativo italo-egiziano delegato a cercare la verità. E quando non è bastato, pur di far sparire le tracce e indirizzare le indagini, non hanno esitato a uccidere a freddo cinque innocenti per addossargli la responsabilità.

Regeni ha cominciato a morire poco dopo il suo arrivo al Cairo, nonostante l’intelligence egiziana e l’allora ministro dell’Interno Magdi Abdel Ghaffar siano arrivati a negare con decisione di conoscere quel ragazzo di cui invece conoscevano ogni mossa. Seguito da mesi, soffocato da una ragnatela mortale, circondato e spiato da persone a lui vicine. L’amica e collega di studi Noura Wahby che riporta ogni conversazione a un informatore dei servizi e fa sparire la cartella di lavoro in comune con Regeni; il coinquilino, l’avvocato Mohamed El Sayyad, in continuo contatto con gli agenti ai quali apre più volte la porta di casa;  e poi il capo del sindacato indipendente degli ambulanti Mohamed Abdallah pronto a registrarlo di nascosto per conto del maggiore Magdi Abdelal Sharif pur di addossargli colpe che non aveva. Alcuni mesi fa un testimone kenyota ha rivelato di aver ascoltato il maggiore confessare la partecipazione al sequestro e la procura di Roma ha inviato l’ennesima rogatoria. Naturalmente nessuno ha risposto. Sharif che tra un depistaggio e l’altro da capitano viene promosso maggiore. Quanto agli altri indagati continuano una vita serena tenuti al riparo da ogni colpa, come il colonnello Ather Kamal che si gode la pensione a 49 anni. Una carriera di successi anche per l’allora ministro dell’interno Ghaffar nominato consulente speciale di Al-Sisi per la sicurezza e il controterrorismo e naturalmente per il primogenito di al-Sisi, Mahmoud: dai vertici dei servizi segreti è stato assegnato a una posizione prestigiosa presso la delegazione diplomatica egiziana in Russia. L’obiettivo? “Ricevere una formazione professionale che possa permettergli di gestire questioni importanti come quella libica” rivela un fonte interna al governo.

Anche la collega di Giulio, Noura, sfoggia un sorriso dopo aver ricevuto a Cambridge il prestigioso riconoscimento Malcom Kerr per la tesi di dottorato realizzata sotto la supervisione della professoressa Maha Abdelrahman. La stessa che aveva affidato la ricerca a Regeni e che, per i nostri magistrati, ha dimostrato: “totale assenza di volontà di collaborare e contribuire alle indagini”.

Regeni è entrato nel buco nero del regime di Al-Sisi e ne è divenuto ossessione. È stato tenuto sotto controllo fino alla sera di quel 25 gennaio in cui si perdono le sue tracce. Il suo telefonino aggancia la cella della metropolitana di Dokki, ma quei video di sorveglianza ce li hanno restituiti, dopo lunghe trattative, frammentati e inutili. E dire che pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo proprio gli agenti della National Security si erano precipitati ad assicurare: “abbiamo visionato i filmati, Regeni non c’è”.

I nostri investigatori dei carabinieri del Ros e del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato con i pochi elementi a disposizione hanno smascherato ogni bugia, inchiodando gli apparati egiziani alla loro falsità e reticenze, ma oramai è stallo. La magistratura ha fatto il suo lavoro e ora il destino dell’inchiesta è nelle mani del governo, della sua volontà di esigere verità. Una richiesta che non è solo di una famiglia, ma di tanti cittadini italiani ed egiziani.  Perché come mi ha raccontato Fatima, madre di un ragazzo scomparso sette anni fa “in Egitto possiamo fare poco per proteggere i nostri figli. Vengono e si portano via i nostri ragazzi. Nel quartiere dove viviamo ci sono spie del governo e se qualcuno critica la politica viene denunciato. Ma io non voglio più tacere. Come la mamma e il papà di Giulio Regeni che chiedono verità e giustizia e a cui è giunto il momento di dare una risposta”.

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