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Omofobia, violazioni e persecuzioni: l’Africa non è un continente per gay

La pandemia da Covid-19 ha segnato e continua a segnare doppiamente le persone Lgbti+ africane. Un annus horribilis, il 2020, per gay, lesbiche, bisessuali, transgender, intersex e componenti delle altre minoranze sessuali: in molti Stati del continente le misure governative di prevenzione e contenimento del contagio sono infatti utilizzate come mezzo di ulteriori repressioni nei loro riguardi.

Il caso dell’Uganda è da considerarsi esemplificativo. In un paese, di cui ben l’82,4% della popolazione è cristiana (più dettagliatamente, il 39,3% è cattolica e il 32% è anglicana), 20 giovani Lgbti+ senzatetto (14 uomini gay, due uomini bisessuali e quattro donne transgender), ospiti della casa rifugio gestita da Children of the Sun Foundation di Kyengera, sono state arrestati, il 29 marzo scorso, per violazione del divieto governativo di assembramento e condotta rischiosa per la salute pubblica. Ma in Uganda, dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti con l’ergastolo –per non parlare dell’ennesimo tentativo da parte del ministro dell’Etica e dell’Integrità Simon Lokodo, che aveva annunciato, il 10 ottobre 2019, una progetto di legge per introdurre la pena di morte in caso di «atti omosessuali gravi» – il clima omotransfobico è da tempo particolarmente surriscaldato. Oltre ad attacchi di ogni tipo, nel 2019 ci sono stati tre omicidi di persone Lgbit+. Senza contare la condanna a morte di un attivista il 4 ottobre scorso. Nello stesso mese un rifugiato gay ruandese è stato picchiato a Kampala mentre una donna lesbica è stata violentata dal suo medico. Sempre nell’ottobre 2019 16 attivisti sono stati arrestati e accusati di aver avuto rapporti con persone dello stesso sesso dopo che la polizia aveva fatto irruzione nella loro sede associativa, costringendoli poi a sottoporsi a esami anali. 67, infine, le persone arrestate il 12 novembre presso il Ram Bar di Kampala, locale gay-friendly, con l’accusa capestro di disturbo alla pubblica quiete.

E dall’Uganda proveniva il rifugiato gay Aneste Mweru, 27 anni, trovato impiccato, il 13 aprile, a un albero davanti agli uffici dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) nel lussuoso sobborgo di Westlands a nord-ovest di Nairobi. Come spiegato da Mbazira Moses, componente di Refugee Flag Kenya, Aneste era depresso per mancanza di soldi e si era recato presso l’Unhcr per chiedere aiuto. La morte del giovane, che secondo il portavoce della polizia Charles Owino sembra essere stata per suicidio, ha messo ancora una volta in luce lo stato di precarietà ed estrema vulnerabilità in cui versano le persone richiedenti asilo e rifugiate Lgbti+ in Kenya. Nello Stato dell’Africa orientale, anche questo a maggioranza cristiana – dove i rapporti sessuali tra maschi sono punibili fino a 14 anni di reclusione sebbene la legge sia raramente applicata –, possono essere necessari più di cinque anni per ottenere lo status di rifugiato, durante i quali i soggetti richiedenti asilo non possono lavorare.

In Ghana, dove il 25 marzo si è osservata la Giornata nazionale di preghiera e digiuno indetta dal presidente Nana Akufo-Addo per domandare a «Dio di proteggere la nostra nazione e salvarci da questa pandemia», si è invece registrato il preoccupante posizionamento dello sceicco Amin Bonsu, presidente della Ghana Muslim Mission (la più importante organizzazione sunnita del Paese), attraverso un comunicato in cinque punti. Relativo alle misure comportamentali da tenersi il 25 marzo e nella seguente giornata aggiuntiva di preghiera e digiuno, esso recitava al quarto punto: «È importante per noi riconoscere i nostri peccati contro il mondo, in particolare gli atti più abominevoli come omosessualità, lesbismo, transgenderismo, distruzione di bacini idrici e foreste». Non senza sottendere un rapporto di causa-effetto tra osservanza complessiva delle cinque misure e fine della pandemia come rilevato nella conclusione: «Credo che queste misure ci porteranno misericordie di Allah e aiuti nella lotta contro la pandemia in Ghana e nel resto del mondo». Anche nel caso del Ghana si parla di un paese a maggioranza cristiana (oltre il 70%), dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti fino a tre anni di carcere.

Si tratta per lo più, qui come altrove, di retaggi di leggi coloniali, assunte nei diversi Codici penali vigenti, sulla base dei quali gli atti di “sodomia” o “contro natura” (termini dalle enormi ambiguità) sono puniti in 32 (33) dei 54 (55 se si considera anche il Sahara Occidentale) paesi del continente africano: Algeria, Burundi, Camerun, Ciad, Comore, Eritrea, eSwatini, Etiopia, Gambia, Ghana, Guinea, Kenya, Liberia, Libia, Malawi, Marocco, Mauritius, Namibia, Nigeria, Mauritania, Sahara Occidentale, Senegal, Sierra Leone, Somalia, Sudan, Sudan del Sud, Tanzania Togo, Tunisia, Tanzania, Uganda, Zambia, Zimbabwe. Essi sono puniti con la pena capitale in Mauritania (anche se di fatto non applicata da tempo) e in alcune province della Nigeria e della Somalia, dove vige la shari’a. Non più in Sudan, dove la condanna a morte è stata abolita il 10 luglio scorso nell’ambito del progetto di riforma avviato da Abdalla Hamdok, primo ministro del governo di unità nazionale: i rapporti anali tra maschi, in ogni caso, restano puniti col carcere fino all’ergastolo in caso di terza recidività.

Ai 32 (33) paesi citati è da aggiungersi l’Egitto, dove – come messo in luce dal 13° Rapporto sull’omofobia dell’International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association (Ilga), aggiornato al dicembre scorso – i rapporti tra persone dello stesso sesso sono criminalizzati de facto. La condizione delle persone Lgbti+, nel paese sotto il regime di Abdel Fattah al-Sisi, s’è progressivamente aggravata a partire dal 2017 quando Sarah Hijazi (morta suicida a Toronto il 14 giugno scorso) e Abanoub Elias furono arrestati per aver sventolato una bandiera arcobaleno nel corso del concerto della band libanese Mashrou’ Leila. Ne seguì subito una vasta campagna di repressione contro persone, anche semplicemente sospettate di essere omosessuali o transgender, che continua a tutt’oggi. Il caso di Patrick George Zaki, arrestato il 7 gennaio scorso all’aeroporto de Il Cairo e attualmente detenuto nel carcere di Tora con le accuse di incitamento a disordini, rovesciamento del governo e pubblicazione di notizie e dati falsi attraverso account social, è tristemente noto: il giornale ufficiale dello Stato egiziano, Akhbar Elyom (خبار اليوم‎,), e i media nazionali lo hanno spesso dipinto come studente di “immoralità”, venuto in Italia per imparare l’omosessualità. Questo per il semplice fatto che Patrick, al momento dell’arresto, stava frequentando il master Gemma (Studi di Genere e delle Donne) presso l’Università di Bologna ed era noto come attivista per i diritti umani e per la tutela delle persone Lgbti+.

Ma non mancano le buone notizie: il 7 luglio, con la firma della specifica legge da parte del presidente Ali Bongo Ondimba, il Gabon ha depenalizzato i rapporti tra persone dello stesso, aggiungendosi così a quanto precedentemente fatto in paesi come Costa d’Avorio, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Lesotho, Angola, Mozambico, Seychelles e Botswana (quest’ultimo, fra l’altro, l’11 giugno 2019).

Non si può infine non rilevare la situazione in cui versano le lesbiche africane: in molti dei paesi citati i rapporti tra donne non sono criminalizzati ma questo non equivale a minore violenza e discriminazione. Paola Guazzo osserva che «il lesbismo in Africa, come accade pur in modo meno esplicito in Europa o altrove nel mondo, è coperto da silenzio e repressione. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, è emersa una visibilità africana. Al di là della mentalità occidente-centrica che spesso emerge in chi, da altri lati del pianeta, guarda all’Africa  con occhi ancora, più o meno consapevolmente, conradiani è da notare che molte lesbiche africane si sono impegnate per declinare proprie dimensioni di sessualità e genere, politica e ricerca. C’è stata una densa produzione in Sud Africa, perché in quel paese ci sono precise norme antidiscriminatorie, almeno a livello costituzionale. Poi, nelle situazioni concrete del vivere, le lesbiche nere vivono al confine di varie situazioni pericolose che cercano di cambiare ogni giorno, dall’ emarginazione nella propria comunità allo stupro punitivo, al razzismo segregativo e violento dei maschi bianchi afrikaner. Voglio ricordare il lavoro di Zanele Muholi, lesbica nera sudafricana, fotografa che ha esposto varie volte anche in Italia».

Ci sono però tanti segnali positivi come ribadisce la stessa intellettuale lesbica ligure a Focus on Africa: «Tutto il continente, a dispetto di un patriarcato aggressivo, si muove. La Queer African Youth Networking (Qayn), ha pubblicato narrazioni di lesbiche  in  Burkina Faso, Nigeria, and Ghana (2012), poi un testo titolato Lesbians, Bisexual and Queer Women’s Organizing in Sub-Saharan Africa (2013) e una ricerca sulle pratiche sessuali tra donne a Yaoundé ( 2014). Ruth Morgan e Saskia Wieringa  hanno curato il volume Tommy Boys, Lesbian Men and Ancestral Wives: Female Same-Sex Practices in Africa (2005),  ricerca con fonti orali importanti. Sono state, inoltre pubblicate, nel 2013 e 2015, antologie di racconti anche lesbici in Queer Africa, a cura di Karen Martin and Makhosazana Xaba’s.  Ricordo, infine, un prezioso testo uscito in italiano: Lia Viola, Corpi fuori controllo. Violenza omofoba ed eteronormatività a Malindi (Mimesis, 2019). Il libro, pur avendo un focus non soltanto lesbico, chiarisce bene dinamiche e intrecci di sessismo, razzismo e omolesbotransfobia nel  contesto keniota».

 

 

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