skip to Main Content

Etiopia, le agenzie umanitarie sotto stretto controllo del regime Amhara

Questa indagine è il frutto di una serie di testimonianze raccolte tra operatori umanitari espatriati ed etiopi di etnia Amhara, Oromo e Tigrina. Le identità dei testimoni sono protette per impedire vendette e ritorsioni dirette o contro i loro familiari da parte del regime etiope.
Fin dall’inizio del conflitto le ONG internazionali e le agenzie umanitarie ONU sono rientrate nel mirino del regime fascista Amhara che le vede come lobby pro occidentali che interferiscono negli affari interni del paese e come covi di spie a favore del TPLF e dell’Oromo Liberation Army (OLA). Decine sono gli operatori umanitari arrestati, torturati, internati nei lager o uccisi. Tra essi ricordiamo Negasi Kidane operatore umanitario etiope di origine tigrina della ONG italiana CISP (Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli) ucciso da soldati eritrei nella serata del 28 maggio 2021.

María Hernandez, Yohannes Halefom Reda e Tedros Gebremariam di MSF uccisi in Tigray il 25 giugno 2021 da soldati eritrei o miliziani Amhara FANO. Gli autori dell’esecuzione extra giudiziaria e i motivi non sono mai stati chiariti in quanto il regime di Addis Ababa non ha mai avviato serie indagini.

Cesare Bullo direttore dei Salesiani Don Bosco Etiopia e Alberto Livoni rappresentante nel paese della ONG italiana VIS (Volontariato Internazionale per lo Sviluppo) arrestati e brutalmente interrogati dalla polizia politica lo scorso novembre dopo una irruzione e retata presso la sede centrale Don Bosco ad Addis Ababa. Assieme a loro furono arrestate altre 28 persone tra  preti, suore e dipendenti del Don Bosco. Bullo e Livoni furono accusati di essere sostenitori (anche finanziari) del “gruppo terroristico” TPLF.

Il 27 dicembre è stato ucciso nel nord dell’Etiopia un operatore umanitario di UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati. La notizia è stata divulgata tramite comunicato stampa UNHCR firmato da Clementine Nkweta-Salami, Direttrice regionale UNHCR per l’Est, il Corno d’Africa e la regione dei Grandi Laghi.

Dal novembre 2020 ad oggi sono stati uccisi 24 operatori umanitari di cui 11 della Società di Soccorso del Tigray (REST).
La violenza contro gli operatori umanitari è intollerabile. I nostri colleghi umanitari lavorano instancabilmente per fornire assistenza umanitaria e protezione ai civili colpiti da questo conflitto. Mantenere la loro sicurezza e il libero accesso alle persone bisognose, come stabilito dai diritti umani internazionali e dal diritto umanitario, è fondamentale per fornire assistenza salvavita. Ribadiamo la nostra richiesta di rispettare e proteggere gli operatori umanitari e di indagare a fondo sugli atti che hanno portato alla morte dei nostri colleghi. Occorre perseguire la responsabilità per scoraggiare gli attacchi contro il personale umanitario“. Questo il comunicato stampa emesso lo scorso settembre dal coordinatore umanitario ad interim delle Nazioni Unite per l’Etiopia, Grant Leaity.

La conflittualità tra il regime e le agenzie umanitarie si è aggravata con il blocco umanitario imposto sul Tigray e l’escalation dei crimini contro l’umanità commessi nella capitale Addis Abeba  contro cittadini di origine tigrina o oromo. Il regime sta censurando le agenzie umanitarie e le ONG internazionali tramite intimidazioni, minacce, violenze ed omicidi. L’obiettivo è quello di impedire ogni notizia e testimonianza neutrale e indipendente sui crimini commessi contro 47 milioni di  persone che vivono in Tigray e Oromia.

Il regime ha inasprito i già stretti parametri per concedere il permesso di lavoro ad operatori umanitari stranieri. Questi parametri furono (ironicamente) imposti a partire dal 2006 dalla coalizione di governo capeggiata dal TPLF con l’obiettivo di facilitare il lavoro qualificato per i giovani etiopi ed evitare che l’Etiopia diventasse un altro paese africano destinato ad assorbire giovani disoccupati occidentali con scarsa esperienza professionale. Il regime ha inoltre aumentato i controlli e lo spionaggio sul personale straniero e nazionale delle Agenzie ONU e ONG internazionali.

Le azioni repressive del regime hanno avuto gli effetti sperati in quanto hanno creato un comodo silenzio da parte delle ONG sui crimini di guerra, pulizie etniche e sul genocidio in atto nel Tigray.
Sono consapevole che il nostro silenzio rischia di divenire omertà ma è un atto forzato. Dobbiamo salvaguardare l’integrità fisica dei nostri dipendenti e restare nel Paese per poter offrire maggior aiuti possibili in un contesto difficile e antagonista all’assistenza umanitaria. Se portassimo testimonianza di tutte le violenze viste ci esporremmo a serie rappresaglie” ci spiega un rappresentante paese di una ONG europea.

Purtroppo la linea di confine tra silenzio imposto come misura di sicurezza per evitare violenze o assassinii e l’omertà è fin troppo labile. ONG come MSF e il Comitato Norvegese per i Rifugiati hanno scelto di rompere il silenzio denunciando i crimini commessi dall’esercito eritreo e dal regime fascista etiope e per questo sono state espulse dal paese. É opinione diffusa tra gli etiopi che il silenzio delle agenzie umanitarie e ONG sia anche dettato da una forte dose di opportunismo finanziario. Molte organizzazioni umanitarie preferiscono non irritare il regime per non essere espulse dal paese e, di conseguenza, estromesse dalla pioggia di milioni di aiuti umanitari quando (e se) il conflitto finirà.

Oltre al monitoraggio delle ONG e del loro personale al fine di evitare scomode testimonianze il regime sta attuando un pesante controllo e interferenze sull’operato delle agenzie umanitarie che lavorano in Tigray. I conti bancari nella regione “ribelle” sono bloccati, compresi quelli delle ONG. Presso l’aeroporto di Bole International, Addis Ababa, i rari voli autorizzati per il Tigray sono oggetto di attente perquisizioni degli operatori umanitari al fine di impedire che giungano contanti alle loro succursali tigrine per pagare i dipendenti e portare avanti le attività umanitarie.

I nostri uffici a Mekelle, Adigrat e Shire sono diventati uffici fantasma. Da ormai un anno non vediamo più i nostri colleghi espatriati che sono costretti a rimanere ad Addis Ababa. L’accesso ai conti bancari è stato bloccato. Non abbiamo corrente elettrica, connessione internet e l’acqua scarseggia. I nostri salari sono pagati solo quando si riesce per vie clandestine a portare in Tigray del contante. Ci rechiamo tutti i giorni in ufficio ma non possiamo fare alcuna attività” testimonia un operatore umanitario che vive e lavora a Mekelle.

Il governo etiope ha scatenato una vera e propria guerra contro le agenzie umanitarie. Nutro il timore che questa guerra, che ci impedisce di dare assistenza ai civili, sia inserita in un piano di sterminio o di repressione etnica rivolto contro il Tigray e l’Oromia. Ormai ci sono fin troppi indizi che portano a pensare che la negazione degli aiuti sia un’arma di guerra adottata dal governo etiope” afferma un responsabile di progetto di origine americana.

I bisogni umanitari rimangono elevati in diverse parti dell’Etiopia con quasi 23 milioni di persone che necessitano di una qualche forma di assistenza umanitaria fino alla fine dell’anno, afferma l’ultimo rapporto dell’UNOCHA. Nell’Etiopia settentrionale (regioni di Afar, Amhara, Tigray), il numero di persone che dipendono dall’assistenza alimentare di emergenza è aumentato da 8,1 milioni ad agosto, come indicato nella revisione di metà anno del piano di risposta umanitaria 2021, a circa 9,4 milioni a novembre secondo una valutazione del PAM (Programma Alimentare Mondiale).

A causa degli effetti del conflitto in corso, la regione di Amhara ha registrato l’aumento maggiore con 3,7 milioni di persone che necessitano urgentemente di assistenza. Si prevede che i bisogni umanitari in Etiopia rimarranno elevati fino al 2021 e fino al 2022 a causa di conflitti, siccità, inondazioni, epidemie e infestazioni di locuste del deserto.

Il controllo degli operatori umanitari è reso possibile grazie ai meccanismi di sorveglianza instaurati dal TPLF al potere che vengono diligentemente utilizzati dall’attuale dirigenza Amhara. Il controllo cibernetico è facilitato dall’esistenza di una sola compagnia di telecomunicazioni: Ethio Telecom e dal servizio di sorveglianza internet Ethiopian Information Network Security Agency (INSA) fondato dal Premier Abyi nel 2006 quando collaborava attivamente con il governo a guida TPLF.

La Banca Centrale ha il controllo totale su tutti i conti correnti delle banche pubbliche e private e può ordinare monitoraggi non autorizzati o il congelamento dei conti con una semplice richiesta verbale da parte di autorità del regime. Il network di spie professionali adette alla sicurezza nazioanle, creato dal TPLF al potere, è stato sostituito dal Prosperity Party con un network di delatori (spesso semplici cittadini) che ne approfitta per regolare anche vari conti personali. É sufficiente accusare senza prove una persona di simpatizzare o, peggio ancora, di essere un membro del TPLF o dell’OLA, per farlo arrestare.

Questo impressionante apparato di sorveglianza e repressione non spiega però il pesante controllo esercitato dal regime sulle agenzie umanitarie. Vi è un’altra spiegazione.

Dal 2019 il Premier Abiy e la dirigenza nazionalista Amhara hanno attuato un silenzioso piano di infiltrazione delle agenzie umanitarie.
Dal 2019 il governo ha intensificato le richieste di sostituire personale espatriato con quello etiope per ricoprire posti chiave, sopratutto nella logistica, amministrazione e coordinamento progetti. Il personale assunto è stato per la maggioranza Amhara. Ad ogni annuncio di lavoro la polizia politica è intervenuta per scoraggiare i cittadini di altre etnie a presentare le loro candidature. All’interno delle ONG i dipartimenti Risorse Umane a maggior presenza di Amhara hanno facilitato le assunzioni della loro etnia o di persone ufficialmente riconosciute come membri fedelissimi del Prosperity Party. Si è successivamente assistito a forti pressioni da parte del governo affinché il personale tigrino delle ONG venisse sostituito con personale Amhara”.

Ci racconta un operatore umanitario Amhara che lavora in una ONG internazionale ad Addis Abeba.

Agli inizi del 2020 il governo etiope aveva infiltrato nelle ONG e agenzie ONU un alto numero di collaboratori che avevano il compito di spiare dall’interno e di far avere alla polizia politica tutti i documenti amministrativi e progettuali delle ONG per cui lavoravano” continua il nostro interlocutore.

I collaboratori Amhara del governo in meno di due anni hanno assunto il controllo delle sedi centrali delle ONG ad Addis Ababa influenzando le politiche umanitarie a favore del regime e impedendo ogni sostegno umanitario ai “nemici”.

“Molti tra il personale di etnia Amhara che occupano posti chiave all’interno delle ONG internazionali svolge funzioni di spionaggio e indirizzo politico. In vari casi questo personale nazionale ha eliminato espatriati scomodi tramite una semplice delazione alle autorità, provocando l’immediata revoca del permesso di lavoro e l’espulsione dal paese. In alcuni casi estremi la delazione ha provocato l’arresto degli espatriati accusati di terrorismo o di essere sostenitori del TPLF e OLA.

Anche nel caso della ONG italiana VIS, l’irruzione alla sede del Don Bosco ad Addis Abeba e l’arresto di Padre Cesare Bullo e del Rappresentante Paese Alberto Livoni sarebbe opera di collaboratori del governo che occupano posti chiave all’interno della ONG, secondo le varie informazioni raccolte da fonti credibili. Al momento dell’arresto di Livoni la polizia politica sapeva esattamente dove cercare la valigetta contenente 1 milione di birr che doveva essere portata a Mekelle il giorno successivo.

Le autorità governative hanno successivamente compreso dai libri contabili visionati che questo contante serviva per pagare i dipendenti del VIS a Mekelle, affitto e utenze del loro ufficio in Tigray e finanziare alcune attività umanitarie. Nonostante ciò l’accusa di sospetto finanziamento al TPLF è rimasta. Come poteva sapere la polizia politica dell’esistenza di una valigetta di contanti se non tramite una soffiata all’intero della stessa ONG VIS? afferma un altro operatore umanitario di etnia Amhara che si trova in disaccordo con l’operato dei suoi leader etnici.

Il controllo delle ONG straniere è talmente forte che impedisce a queste organizzazioni umanitarie di assistere adeguatamente i loro dipendenti di origine tigrina che sono stati costretti a fuggire all’estero e diventare profughi. Un classico esempio è quello di due operatori umanitari tigrini rifugiati in Uganda che non hanno ricevuto assistenza dalla propria ONG operante in Etiopia. Questi due giovani sono stati assistiti grazie ad una campagna di solidarietà promossa in Italia dalla ONLUS Time For Africa.

Se il controllo delle ONG straniere è relativamente facile, quello della Agenzie umanitarie ONU è più complicato. Il personale espatriato gode di immunità diplomatica. Tutte le Agenzie ONU sono esenti dall’approvazione governative dei CV degli espatriati. I posti chiave vengono definiti dalle sedi centrali a Ginevra, Roma o New York e il permesso di lavoro in automatico rientra negli accordi quadro tra le Agenzie ONU e il governo etiope.

Visto queste difficoltà dettate dalla necessità delle Nazioni Unite di salvaguardare l’indipendenza di azione delle sue agenzie umanitarie, il regime si è limitato a infiltrare collaboratori Amhara nei posti intermedi privilegiando i dipartimenti della logistica, amministrazione, comunicazione e assistenza tecnologica. Questi infiltrati hanno il compito di controllare le attività delle agenzie e di passare al regime tutta la documentazione interna ritenuta di interesse politico oltre ad un quadro estremamente dettagliato di tutte le transazioni commerciali e finanziarie oltre ai CV del personale di origine tigrina o oromo al fine di avviare inchieste individuali sulla loro “lealtà al governo democratico di Abyi”.

Secondo quanto riportato dalle testimonianze il regime utilizza anche belle collaboratrici a lui fedeli che infiltra  nelle agenzie ONU con il compito di sedurre i quadri alti espatriati e trarre informazioni utili e di rilievo. Le Mata Hari etiopi sembrano riscontrare ottimo successo sui dirigenti di origine africana indicati come maggiormente propensi ad avere relazioni sentimentali o sessuali con il personale nazionale. Il regime è consapevole della facilità di ottenere informazioni riservate all’interno della camera da letto.

Il potere di controllo e influenza di questi infiltrati presso le agenzie umanitarie ONU viene sporadicamente alla luce tramite azioni illegali da loro compiute. Nella prima settimana di dicembre le milizie paramilitari FANO hanno sequestrato in Afar e in Amhara 8 camion appartenenti a UNHCR per usarli come trasporto truppe. Qualora fossero stati attaccati dalle forze democratiche TPLF o OLA quest’ultime sarebbero state accusate di atti ostili e terroristici contro convogli umanitari. I camion sono stati tranquillamente utilizzati nonostante che la sede UNHCR ad Addis Abeba abbia la possibilità di interrompere a distanza l’erogazione del carburante, l’afflusso di corrente dalla batteria e l’avviamento del motore di questi camion.

L’ultima prova del potere di infiltrazione nelle agenzie ONU,per cronologia temporale è il twitter al vetriolo indirizzato contro il giornalista sudafricano Martin Plaut inviato il 30 dicembre direttamente dal account ufficiale di OCHA Ethiopia, UN Humanitarian Response – Humanitarian Coordination. Qualche ora più tardi la direzione di @OCHA_Ethiopia ha ufficialmente inviato le scuse al giornalista sudafricano. “Ci scusiamo per un tweet precedente che non era autorizzato ed è stato rimosso. Non riflette le opinioni dell’OCHA Etiopia.

Il tweet aggressivo rivolto contro Martin Plaut ha provocato un’ondata di indignazione internazionale. Secondo vari esperti non sarebbe la prima volta che all’interno di OCHA e di altre agenzie ONU succedono fatti simili. Dinnanzi alle doverose scuse e rattifiche fatte dalla dirigenza di queste agenzie, ci si interroga sulla loro capacità di controllo del personale che con azioni inapropriate mette in serio repentaglio la neutralità politica necessaria per portare avanti l’assisenta umanitaria.

Sicuramente il tweet indirizzato a Martin Plaut non rispecchia le opinioni di OCHA. Putroppo l’autore lavora per voi visto che ha avuto accesso all’account ufficiale. Ispo facto la sua opione rischia di essere interpretata come l’opinione della vostra agenzia se l’autore non verrà rimosso dalle sue funzioni. Una eventuale impunità sarebbe un altro indicatore dell’assenza di resposabilità nelle agenzie delle Nazioni Unite” twitta D.A., un attivista etiope dei diritti umani

Ormai è diventato difficile operare in modo indipendente in Etiopia. L’intervento umanitario a favore dei civili in Tigray e Oromia viene automaticamente considerato dal governo come una prova di sostegno ai ribelli TPLF e OLA e, per questo, seriamente ostacolato. Gli infiltrati governativi hanno creato un velenoso clima di paure e sospetti. Molte ONG, tra le quali quella per cui lavoro, sono di fatto ostaggio di questi infiltrati. Un semplice autista può infliggere pesanti danni alla ONG con un semplice atto di delazione alle autorità governative.

É luogo comune pensare che questi infiltrati siano esclusivamente di etnia Amhara. Nella maggioranza dei casi è vero ma il governo agisce anche tramite collaboratori tigrini e oromo, probabilmente ricattando e minacciando loro e le loro famiglie. Questi controlli e attività di spionaggio stanno avvelenando il clima interno delle ONG. Sta nascendo una psicosi verso i nostri colleghi Amhara. Una psicosi ingiustificata, credetemi. Ho molti amici Amhara che sono in totale disaccordo con la politica del governo ma non possono esprimere liberamente le loro opinioni senza venire accusati di essere dei traditori e nemici della Grande Amhara.Spiega un operatore umanitario di origine Oromo.

Il progetto di infiltrazione, spionaggio e controllo delle ONG e Agenzie ONU, iniziato nel 2019, rientra nella politica del Premio Nobel per la Pace di sostituire la dirigenza tigrina in tutti i settori della società etiope. Nello stesso periodo sono state effettuate pesanti epurazioni degli ufficiali superiori dell’esercito e polizia sostituiti da comandanti totalmente incompetenti ma fedeli al Prosperity Party. Da qui l’origine della incapacità militare dell’esercito federale etiope che necessita di mercenari arabi o eritrei per aver la possibilità di ottenere vittorie sul campo.

 Il processo di “derattizzazione” (come viene chiamata l’epurazione dei Tegaru dalla leadership Amhara), ha coinvolto anche l’Amministrazione Pubblica, le banche, e il settore privato. Tutti i dirigenti originari del Tigray sono stati sostituiti da dirigenti Amhara. La “derattizzazione” ha subito una orribile svolta lo scorso settembre quando sono iniziati ad Addis Abeva i rastrellamenti e le deportazioni di massa nei lager di cittadini Tegaru. La maggioranza degli imprenditori del Tigray si sono visti congelare i loro conti bancari, revocare le licenze commerciali. Le loro aziende e negozi confiscate assieme al patrimonio immobiliare e letteralmente donate a fedeli del Prosperity Party o a membri delle famiglie dei dirigenti Amhara.

Con la creazione delle milizie paramilitari urbane composte da giovani disoccupati Amhara, anche i semplici cittadini Tegaru si vedono confiscare o rubare le loro scarne proprietà. Basta una semplice delazione. Ai detrattori viene permesso di entrare nelle residenze dei Tegaru arrestati per saccheggiare frigo, tv, mobili: il bottino di guerra come giusta ricompensa per la fedeltà dimostrata. Ora lo stesso trattamento viene riservato ai cittadini di origine Oroma. Ormai prende consistenza e credibilità il progetto di trasformare la capitale Addis Abeba in una metropoli mono etnica abitata solo da Amhara.

 

Back To Top