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Etiopia, gli ultimi giorni dell’Imperatore. Quale futuro per il paese?

La guerra si sta avvicinando ad Addis a un ritmo impressionante. Appena 20 giorni fa il fronte era a 300 km da Addis. L’esercito federale era allo stremo delle forze ma cercava di resistere appoggiato da milizie paramilitari in Afar e Amhara. Il regime lanciava appelli alla difesa della “democrazia” mentre migliaia di patrioti si arruolavano entusiasti per sconfiggere i terroristi Tegaru. Dopo due giorni di sommario addestramento partivano al fronte per difendere l’Impero.
Il Premier Abiy Ahmed Ali acquistava altre armi e munizioni, forse raschiando il fondo delle casse statali, forse ottenendo crediti in cambio di futuri e vantaggiosi contratti per lo sfruttamento delle risore naturali etiopi. Canada, Cina, Emirati Arabi, Russia e Turchia gli offrivano ancora fiducia e sostegno.  Decine di droni turchi, iraniani e cinesi erano entrati in azione. Dovevano invertire le sorti della guerra a favore del regime. Nel frattempo si “ripuliva” la capitale Addis Ababa dai terroristi. I cittadini etiopi di origine tigrina venivano arrestati al ritmo di 500 persone al giorno. Molti di essi scomparsi nel nulla. Probabilmente uccisi.
La situazione è radicalmente cambiata. Le forze democratiche sono ora a meno di 120 km da Addis Ababa che, con il ripristino della democrazia, diventerà Finfinnee. Alcune divisioni Oromo sono a meno di 15 km dalla capitale, praticamente accerchiata. Le forze congiunte oromo tigrine puntano su Debra Sina, l’ultimo bastione difensivo prima della caduta della capitale. A difendere Debra Sina quello che resta dell’esercito federale ENDF. Soldati stanchi, demoralizzati, senza armi pesanti, senza artiglieria, senza un serio supporto aereo. L’ENDF è una forza esaurita.
Gli appelli da parte della comunità internazionale ad un cessate il fuoco e all’inizio dei negoziati si sono moltiplicati. Alcuni genuini, altri tesi ad aiutare il regime per permettergli di riorganizzare l’esercito e riprendere successivamente la guerra. Appelli rifiutati sia dalle forze democratiche che dal regime. Per il TPLF e il Oromo Liberation Army non ha alcun senso accettare una tregua quando la vittoria sembra a portata di mano. Il Premier Abiy continua ad essere fedele al suo folle piano. Continuare la sua retorica bellicosa, implorando il sacrificio di altri in nome di una visione incerta della rinasciata della Grande Etiopia Imperiale.
Cinque giorni fa il Premier ha annunciato al mondo intero la sua immediata partenza al fronte per prendere il comando dell’esercito (fantasma)  e giudarlo alla vittoria, sempre più virtuale che reale. Una trovata plateale che tenta di emulare le geste degli imperatori Amahra di quattrocento anni fa. L’ultimo di essi, il Negus Haille Selaisse, si recò sul fronte dell’Amhara per fermare l’avanzata delle truppe di invasione fasciste venute dall’Etritrea. Dopo qualche foto di rito, ritornò ad Addis Ababa per organizzare la sua fuga a Londra, forse terrorizzato che i fascisti italiani potessero fare con la sua barba una spazzola per lucidare i loro stivali, come recitava una famosa canzone di propaganda fascista dell’epoca.
Anche il Premier Nobel per la Pace sembra seguire le ombre dell’ultimo Imperatore Amhara. Dall’annuncio della sua partenza per il fronte sono passati 5 giorni. Nessuno l’ha visto. Nessuno sa dove è. Il governo e il paese è stato lasciato nelle mani del capo della milizia Amhara denominata FANO, responsabile di inauditi crimini contro l’umanità in Tigray: Demeke Mekonnen che ricopre anche le cariche di Vice Primo Ministro e Ministro degli Affari Esteri. Assieme al “Macellaio del Tigray” il capo della polizia politica NISS (The National Intelligence and Security Service), Temesgen Tiruneh, sta accelerando il massacro di cittadini etiopi di origine Tegaru e Oromo nella capitale.
 
“È sorprendente che Abiy, un ex ufficiale militare, non abbia un piano di guerra praticabile. Questo può aiutare a spiegare perchè, nonostante tutto l’aiuto e la disponibilità dell’Unione Africana, amici arabi, occidentali e asiatici, non riesca a vincere.” fa notare sul quotidiano sudafricano Daily Maverick, Greg Mills, della Fondazione Brenthurst e autore del recente saggio sugli aiuti umanitari: “Povertà costosa: perché l’assistenza umanitaria è fallita e come funziona”
Il sogno di Abiy, presentatosi nel 2018  come un giovane riformatore democratico, pacifista e attento alla difesa dei diritti umani, era quello di diventare Imperatore. Le sue riforme inziali hanno convinto sia il popolo etiope che la comunità internazionale. La pace con l’Eritrea gli ha valso il premio Nobel per la Pace senza che nessuno potesse immaginare che quella non era una pace vera ma una alleanza politica e militare con il dittatore Isaias Afwerki per muovere guerra contro il Tigray per annientare il principale avversario politico, il TPLF e il popolo tigrino in quanto partito e popolazione sono un corpo unico in Tigray.
Nel 2020 il vero volto di Abiy The King è uscito allo scoperto. Con un colpo di stato istituzionale ha sostituito la coalizione di governo che aveva guidato il paese per 30 anni con un partito nato dal nulla: il Prosperity Party, estromettendo il TPLF. Ha gettato nel cestino tutti gli accordi siglati con Sudan ed Egitto sulla mega diga GERD, avviando azioni unilaterali che mettevano in pericolo la soppravivenza dei milioni di contadini sudanesi ed egiziani tramite un drastico abbassamento delle acque del Nilo. Ha tradito il suo popolo: gli Oromo per allearsi con la dirigenza nazionalista ed estremista Amhara. Per stare nel sicuro ha perseguitato e ucciso i principali leader Oromo. I più fortunati languiscono ancora oggi nelle prigioni di Addis Ababa. Poi ha attaccato il Tigray con l’aiuto di un esercito straniero, quello eritreo.
Ora che la sorte si è rivoltata contro di lui è caduto in uno stato di schizzofrenia e delirio che lo porta a proclamare obiettivi irrealistici, a ricorrere ad una logora retorica belligerante e continue accuse contro le potenze occidentali, i media internazionali, le ONG, le associazioni internazionali in difesa dei diritti umani, le Nazioni Unite. Tutti, nell’immaginario della sua mente devastata, stanno complottando contro l’Etiopia a favore dei terroristi oromo e tigrini.
Dalla inaspettata vittoria del TPLF in Tigray lo scorso maggio alla altrettanta inaspettata offensiva tigrina in Amhara e Afar e oromo in Oromia, The King ha tentato di guadagnare tempo. Una tattica utile se fosse stata seguita da piani militari reali, che purtroppo o per fortuna, non sono mai esistiti.  Ora anche i suoi alleati hanno deciso di abbandonarlo, progressivamente e in silenzio. Solo alcune nazioni dal peso marginale sullo scacchiere del Corno d’Africa lo continuano ad appoggiare con estrema discrezione e pudore. Tra esse l’Italia.
La fine del regime è palese, tangibile e inevitabile. La domanda da porsi non è quale fine farà il giovane re etiope ma quale sarà il futuro dell’Etiopia. Greg Mills, profondo conoscitore dell’Etiopia individua quattro possibili scenari.
Nel primo, la comunità internazionale sostiene un accordo di pace africano, reso possibile da Abiy che intraprende immediate misure simboliche di de-escalation della guerra, tra cui l’apertura dell’accesso umanitario al Tigray e il parlare pubblicamente contro occupazione eritrea. Questo potrebbe, a lungo andare, fermare la guerra, ma è improbabile che salvi Abiy. È difficile negoziare da una posizione di debolezza.
Nel secondo scenario, improvvisamente rafforzato da nuove armi internazionali, l’ENDF compie un miracolo, e resiste, impedendo alla TDF e ai suoi alleati di entrare ad Addis, allo stallo seguito, in un esito positivo, da un processo di pace e un soluzione definitiva attraverso un dialogo nazionale. Più probabilmente un tale stallo si collega a un terzo scenario, in cui gli eritrei distraggono l’avanzata della TDF invadendo nuovamente il Tigray, costringendo la ritirata della TDF a risalire la strada per difendere la loro patria nel nord dell’Etiopia. Questa reazione TDF non è certa, tuttavia. Piuttosto, l’ulteriore coinvolgimento di Asmara potrebbe indurli a lanciare un’offensiva senza esclusione di colpi su Addis, forse accelerata da una più stretta collaborazione con l’Esercito di Liberazione Oromo.
Gli ultimi avvenimenti bellici stanno dimostrando il tentativo del regime di far avverare il secondo e terzo scenario leggermente modificati. L’attuale contro offensiva del regime in Amhara e Afar è tesa a impedire alle forze democratiche di marciare sulla capitale, ormai indifesa. Fonti diplomatiche informano che l’Eritrea è intervenuta senza però invadere il Tigray. La contro offensiva non è attuata dall’esercito federale etiope, ormai inesistente, ma da divisioni eritree di cui soldati indossano le divise etiopi. La speranza del dittatore eritreo (di cui recentemente il governo italiano ha rinnovato amicizia e supporto) è quella di poter fermare le forze democratiche. Una contro offensiva tardiva che non cambierà le sorti della guerra civile.
Il quarto scenario appare il più reale. La liberazione di Addis Ababa, la caduta del regime e la fuga del Re Bambino, forse già avvenuta . La domanda che ci si pone è come sarà l’Etiopia liberata?
“I Tigrini, se sono intelligenti come professano di essere, non cercheranno di tornare al passato, salvo riprendersi le loro attività, ma si attiveranno per creare un dialogo nazionale che consentirà la condivisione del potere con l’Oromia e le altre regioni, assicurando una più equa distribuzione delle risorse. Qualsiasi fallimento nell’adottare questo approccio maturo può solo seminare un altro conflitto”, avverte Greg Mills.
É probabile la formazione di un governo di unità nazionale dominato dagli Oromo e la ristaurazione del sistema federale con un governo centrale più leggero rispetto a quello del TPLF e maggior poteri alle singole regioni. Probabili sono radicali cambiamenti. La capitale potrebbe cambiare nome adottando quello originale Oromo: Finfinnee. La lingua ufficiale Amarica declassata a lingua etnica e sostituita con il neutro inglese. La cultura Amarica rinnegata per dar spazio alle varie culture regionali, altrettando ricche e importanti.
Ma è il popolo Amarico che subirà maggiormente la vendetta dei vincitori. Vi sono forti probabilità che la regione Amhara venga cancellata. I suoi territori spartiti tra Tigray e Oromia. La sua popolazione dispersa nel paese. Gli etiopi di etnia Amhara, esclusi da ogni carica istituzionale, amministrativa, polizia ed esercito, costretti a vivere nell’ombra con l’eterno senso di colpa di appartenere ad una etnia di cui leader hanno tentato di attuare un genocidio in Tigray e di rifondare l’Impero in Etiopia schiacciando le altre etnie. Una sorte triste e deplorevole di cui, occorre sottolinearlo, la responsabilità ricade esclusivamente sul Re Bambino Abiy, sui fanatici nazionalisti Amhara e sul dittatore eritreo Isaias Afwerki.

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