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RD Congo e Denis Mukwege, raccontare l’orrore con la potenza della speranza che si fa azione

Il grigio è capace di sfumare sino a sciogliersi nel bianco, nell’azzurro o a perdersi nel nero. Il ceppo di Grè, la pietra dell’edificio progettato da Yvonne Farrell e Shelly McNamara in via Roentgen, dialoga con i palazzi di Milano. Pietra locale, come la lava.
A Goma il grigio, che è muri di case e che scricchiola sotto i piedi, è nero. È il vulcano a dialogare con la città e a dare forma alle cose.

Gradazioni di colore che misurano la distanza tra la pace e la guerra, tra l’Aula magna dell’Università Bocconi e l’Est della Repubblica democratica del Congo. A colmarla, un uomo, che racconta l’orrore con la potenza della speranza che si fa azione.

“Non c’è fatalità, le soluzioni esistono”, ricorda il dottor  Denis Mukwege, il primo keynote speaker dell’ateneo dal continente africano, premio Nobel per la pace nel 2018.
Per trovarle, però, bisogna entrare nella complessità e non averne paura. Complessità è la parola che poco prima aveva evocato il rettore, Gianmario Verona, nella sua prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico. E complessità è la parola taboo, quella che non si può pronunciare quando si viene alla guerra, che vuole semplificazione, polarizzazione. La parola che dobbiamo invece abbracciare, se vogliamo colmare la distanza tra il mondo del ceppo di Grè e quello della lava.

“Complessità che azzera la nostra capacità predittiva”, dice Verona. Che si fatica a comprendere cosa accadrà, a decidere. “Non bisogna temere la complessità”, aggiunge.

E niente è complesso e pauroso come una guerra, come quella dimenticata del Congo, il “paese martire” di Mukwege, dove è morto Luca Attanasio, che alla Bocconi aveva studiato e alla cui memoria l’Università ha intitolato un programma di borse di studio.

“Un conflitto in cui il corpo delle donne è stato trasformato in campo di battaglia”. Conflitto dalla dimensione internazionale per il controllo delle risorse minerarie, senza le quali la nostra civiltà, ipertecnologica e iperconnessa, cesserebbe di esistere cosi come la conosciamo. L’abbiamo costruita però sulle spalle del dolore.

“Avvengono le atrocità peggiori in un’indifferenza quotidiana scioccante, da parte della comunità internazionale, dei grandi media, che ne fanno semplicemente un’astrazione di dramma”. Una indifferenza, spiega Mukwege, che è un “doppio standard”.

“La guerra in Ucraina ha messo in luce l’immenso fossato tra ciò che è possibile quando gli Stati si mobilitano per una crisi, e la realtà quotidiana dei milioni di persone che soffrono lontano dai riflettori”. Milioni sono morti in Congo, milioni le donne violate, che Muwkege, medico, cura nel suo ospedale di Bukavu, la città che Luca Attanasio descriveva come bellissima. L’Ospedale Panzi, dove si curano i corpi, l’anima e si restituisce futuro. Cure olistiche, reintegrazione, per le vittime di violenza sessulate che dovrebbero essere un “diritto umano”.

Ricorda la prima paziente: “Pensavamo un caso isolato”, ma non era cosi. “Una nuova malattia […} “strategia di dominio e di terrore e anche di sterminio ….. Stupro come arma di guerra. “Abbiamo visto villaggi con 200/300 donne violate”, ma anche bambini e anziane.

“Lo stupro e altre forme di violenza sono spesso commessi davanti ai membri della famiglia e della comunità: questo metodo di guerra è meno costoso rispetto alle armi convenzionali, ma molto efficace”. Stupri che avvengono in pubblico, “davanti ai mariti e davanti ai bambini” e che distruggono non solo i corpi, ma anche il tessuto sociale, e in modo definitivo.

“La sofferenza delle vittime è universale”, ci ricorda Mukwege. “In risposta alla crisi ucraina, abbiamo assistito a uno slancio di solidarietà eccezionale, senza precedenti. Gli stati e le organizzazioni si sono mobilitati rapidamente per adottare sanzioni, fornire un’assistenza umanitaria di qualità. I media hanno coperto la crisi 24 ore su 24, allo stesso tempo … ci sono milioni di persone toccate da una delle crisi che si svolgono nell’ombra. Questo umanitarismo a geometria variabile non può durare”. Un doppio standard che rafforza le ingiustizie e mina la credibilità delle forze della diplomazia internazionale”.

Quello di oggi, però, è un “invito ad agire”. Perché si può fare, si può fermare la “spirale infernale” e può iniziare nei luoghi, come le università, dove s’insegna ad abbracciare la complessità. Si può insegnare, si può studiare, studiare la scienza che serve a costruire la pace, affrontare conflitti e povertà “con strumenti scientifici”, come sottolinea Mario Monti.

Ma si deve agire, ognuno per la sua parte, prendendo esempio da quegli uomini e quelle donne, seduti in platea, congolesi in Italia, coraggiosi operatori di pace. Tra loro, l’Associazione Amici del Dott. Mukwege che tanto hanno fatto per rendere questa giornata possibile. Hanno le bandiere del loro Paese al collo e non smettono mai di raccontarlo, un pezzo di Congo qui da noi.

Non sono stata a Bukavu, ero più a Nord, a Goma e in Ituri, il dottor Mukwege l’ho incontrato qui, a Milano, in questa università chiamata a costruire il futuro e ad aprire il nostro sguardo sul mondo, ad affrontare con coraggio la sfida della complessità.

L’invito ad andare a vedere l’Ospedale Panzi è per me una promessa, quella di tornare e continuare a raccontare. Promessa che un piccolo pezzo di questa stampa occidentale smetterà di essere “a geometria variabile” perché la distanza tra il ceppo di Grè e la lava sia sempre meno distanza tra terra di pace e terra di guerra.

Grazie a Pierre Kabeza per il grande impegno nel costruire la pace. Felice di essere stata con voi, con Etienne Esube, a condividere questo momento di impegno e speranza.

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