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Rwanda, intervista a Paul Rusasebagina, l’eroe reso celebre dal film “Hotel Rwanda”

“Focus on Africa” ha intervistato Paul Rusasebagina, il direttore dell’Hotel des Milles Collines di Kigali che, nel 1994, ha salvato da morte certa più di mille ruandesi (tutsi e hutu moderati). Nel 2005, il presidente americano George Bush gli ha conferito la medaglia presidenziale della libertà.

Signor Rusasebagina, ci può dire che cosa le è successo nell’agosto 2020?

Sono stato contattato da qualcuno che si definiva apostolo o vescovo, ma non lo era. Si trattava di un certo Constantin Niyomwungere, che mi è stato presentato da un avvocato che vive in Belgio, Innocent Twagiramungu. Questo pastore mi ha invitato ad andare in Burundi per parlare della riconciliazione di tutti i ruandesi, riconciliazione che può avvenire solo con il dialogo. Parlare di giustizia e di riconciliazione è infatti l’unica via per risolvere il conflitto che ancora esiste in Ruanda. Questo sedicente “uomo di Dio” era in realtà un agente del governo ruandese, che mi ha ingannato dicendo d’essere burundese (in Ruanda e in Burundi si parlano due lingue molto simili, il kinyarwanda e il kirundi). Mi ha dunque invitato a Bujumbura per parlare di riconciliazione ai fedeli della sua chiesa. Io ho accettato, ma avevo delle perplessità sul come arrivare in Burundi, senza passare dal Ruanda. Il vescovo mi ha risposto che era pronto a pagare un volo per Bujumbura in partenza da Nairobi, da Kampala o da Dar-es-Salam: io dovevo solo arrivare in uno di questi tre aeroporti e poi il pastore mi avrebbe inviato un aereo privato. Io ho risposto che non ero d’accordo, perché andare in uno dei Paesi che confinano col Ruanda era per me molto pericoloso. Ecco allora che è venuta fuori l’idea di andare prima a Dubai e poi da lì proseguire per Bujumbura con un jet privato. Quando sono arrivato a Dubai, il 27 agosto 2020, il vescovo era già in aeroporto e mi aspettava. Ho chiamato mia moglie e le ho detto che ero a Dubai e che l’avrei chiamata di nuovo non appena sarei arrivato in Burundi. Il pastore mi ha accompagnato al jet privato e mi ha presentato il pilota, che si chiamava Alexander Salek e che mi ha detto che stavamo per partire per Bujumbura. Ho incontrato anche una hostess di nome Alice, che mi ha confermato che l’aereo sarebbe andato in Burundi. Il pilota e la hostess erano dunque al corrente del piano ordito contro di me. Dopo aver ricevuto la conferma che andavamo a Bujumbura, mi sono sentito al sicuro e sono entrato nell’aereo, che però dopo alcune ore di volo è atterrato in Ruanda. Avendo riconosciuto che ci trovavamo all’aeroporto di Kigali, ho sentito una forte ansia, tanto che stavo per svenire. Dopo pochi minuti, il portellone dell’aereo si è aperto ed io ho cominciato a gridare: “Sono Paul Rusasebagina, sono stato rapito e portato in Ruanda contro la mia volontà”. Ho ripetuto più volte il mio nome, nella speranza che qualcuno sentisse la mia richiesta di aiuto. Subito sono arrivati gli agenti dei servizi segreti ruandesi (Rwanda Investigation Bureau e Directorate of Military Inteligence), che mi hanno legato mani e piedi e, dopo avermi bendato e messo un sacchetto di plastica in testa, mi hanno messo in una macchina e portato in un luogo segreto. In quella notte di agosto del 2020, sono stato ripetutamente picchiato e torturato e sono rimasto nelle mani dei miei carcerieri per alcuni giorni; il 31 agosto, quando sono stato mostrato al pubblico, i miei occhi, che erano rimasti a lungo bendati, facevano fatica ad abituarsi alla luce del sole.

Chi l’ha aiutata durante il suo periodo di detenzione arbitraria e illegale? È vero che gli Stati Uniti ed il Belgio hanno fatto pressione su Kagame, affinché le fosse concessa la grazia presidenziale?

È vero, c’è stata una forte pressione sul presidente ruandese Paul Kagame, che all’inizio non era affatto disposto a liberarmi. Nel dicembre 2020, egli disse che chi vuole liberare Paul Rusasebagina deve prima attaccarmi e sconfiggermi militarmente. Il segretario di stato americano Blinken andò a Kigali per chiedere a Kagame la mia liberazione, ma il presidente ruandese rifiutò. Tre mesi dopo, Kagame andò in Qatar e cambiò versione, dicendo che, poiché anche alcuni esecutori del genocidio erano stati liberati, anche Paul Rusasebagina poteva essere scarcerato. È stata la pressione internazionale, soprattutto quella degli Stati Uniti, che ha permesso la mia liberazione, avvenuta nel marzo 2023. Anche il Belgio ha cercato di farmi liberare, poiché io sono un cittadino belga, ma è stata la pressione americana ad essere determinante.

Adesso Lei dove vive? È protetto dalla polizia o almeno da un corpo di sicurezza privato?
Vivo negli Stati Uniti e non sono protetto da guardie del corpo private, perché noi crediamo che chiunque viva in America è protetto dallo Stato. In Belgio, invece, dove ho vissuto a partire dal 1996, anno in cui tentarono di assassinarmi a Kigali, non ero affatto protetto, tanto che la mia casa a Bruxelles è stata per quattro volte saccheggiata da agenti del governo ruandese. La polizia belga non è mai stata in grado di punire gli autori di questo reato. Per questo motivo, ad un certo punto ho deciso di andare a vivere negli Stati Uniti, dove in effetti mi sento abbastanza protetto.

(Traduzione dall’inglese di Giuseppe Liguori)

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