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Libia, rinnovo Memorandum fallimento del diritto internazionale e dell’umanità

Il tempo è scaduto. Nonostante le iniziative di denuncia che si sono svolte in numerose città d’Italia, nonostante l’impegno di parlamentari (pochi a dire il vero), l’interpellanza urgente presentata da Riccardo Magi, le prese di posizioni forti di chi in parlamento, grazie ad una legge ingiusta, non è riuscito ad entrare, come Unione Popolare, il Memorandum of Understanding con la Libia, sarà rinnovato, a partire del 2 febbraio prossimo, per altri 3 anni. Ne abbiamo già scritto recentemente, cercando di illustrare il testo di un patto scellerato, posto in essere in maniera tale da non aver nemmeno bisogno di un passaggio parlamentare, il 2 febbraio 2017. Il suo terzo rinnovo (2023-2026) non lascia prevedere nulla di buono e cerchiamo di capire le ragioni. Intanto la situazione in Libia è avvolta dall’incertezza e le tanto decantate elezioni per la pacificazione nazionale non sono state ancora programmate. Esistono ancora due governi, quello di “Unità Nazionale, presieduto da Abdul Hamid Dbeibah(Tripolitania) e quello di “Stabilità Nazionale, di Fathi Bashagha. Quest’ultimo, nello scorso agosto ha tentato di dare l’assalto al governo di Tripoli, da allora quello che era uno scontro che si fermava a dichiarazioni di ostilità si è ovviamente alzato di livello. Sono vari gli attori regionali interessati al conflitto ma il ruolo determinante lo sta giocando la Turchia. Ancora una volta, in assenza di fattori nuovi, il Paese rischia una spartizione. La strategia di Ankara è a lungo termine, Erdogan firmò alla fine del 2019, un Memorandum con le autorità libiche della Tripolitania, che mirava soprattutto a contrastare l’attacco dalla Cirenaica del maresciallo di campo Khalifa Haftar. L’allora governo di Tripoli di Fayez al – Serraj ricevette dalla Turchia droni e tecnici utili a far retrocedere le forze ostili sia a sud, nel Fezzan che ad est, liberando completamente la capitale. Nel giugno scorso la Turchia ha esteso la propria presenza militare nella cd Tripolitania, fornendo uomini e mezzi. Di pari passo Erdogan ha cercato di stabilire relazioni con chi governa i Cirenaica (nel cosiddetto Parlamento di Tobruk) anche in collaborazione con le altre potenze interessate (EAU, Arabia Saudita Egitto). C’è già l’ipotesi di aprire un consolato turco a Bengasi e quindi di far divenire Ankara come baluardo di garanzia dell’unità del paese. Erdoğan, così come sta giocando un ruolo geopolitico strategico nel conflitto in Ucraina (si pone come il solo vero mediatore), potrebbe divenire colui che, come nel proprio paese, determina il controllo dei flussi migratori verso l’Italia. Un ruolo preminente che potrebbe permettere al leader di Ankara di influire sulla gestione dell’esportazione di idrocarburi libici. Mentre da noi il nuovo governo lascia sognare un nuovo “Piano Mattei” è il “Piano Erdogan” che rischia di realizzarsi. Il potenziamento dell’aviazione libica e la fornitura di 250 milioni di dollari in droni turchi, sono le prime avvisaglie di come si stiano mettendo le mani sulla Libia. In merito alle modalità per fermare la fuga di richiedenti asilo la Turchia intende far valere la propria esperienza sul campo: dopo aver ottenuto (18/3/2016) 6 mld di euro dagli Stati membri dell’UE per fermare i profughi siriani e aver richiesto ulteriori fondi lo scorso anno, si pone come attore per svolgere il “lavoro sporco” anche in Libia. Già dallo scorso anno i finanziamenti erogati a luglio dall’Italia per addestrare la cd Guardia costiera libica, sono stati di fatto gestiti dagli ufficiali di Ankara che hanno in mano le linee di comunicazione con le autorità militare a Tripoli. Mentre l’attenzione italiana è concentrata, per ragioni di politica interna, sul sogno irrealizzabile dei blocchi navali, da Erdogan giunge un attacco formidabile a quelli che gli stessi attuali governanti dovrebbero considerare come “interessi nazionali”. Il Memorandum fra Turchia e Libia opera molto su energia, gas e idrocarburi, un settore in cui per l’Italia il ruolo di Eni è fondamentale ma che rischia di essere messo in discussione da queste astute manovre politiche. Nel testo si parla infatti anche di spartizione di “zone economiche esclusive” e ha creato almeno irritazione se non aperta opposizione di Egitto, Grecia e Francia. In un momento così critico dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, il governo italiano pensa unicamente a come fermare poche centinaia, al massimo migliaia di migranti. Ha perso qualsiasi ruolo politico in Libia eppure non recede. Stracciare il Memorandum italo libico poteva rappresentare un gesto per provare a porsi con un ruolo diverso. Invece, col silenzio quasi tacito delle sedicenti opposizioni, non si è fatto assolutamente nulla. La Turchia guadagnerà dai fondi UE e dell’Italia per fermare i migranti, potrà impossessarsi di un paese ancora in piena guerra a bassa intensità mentre chi tenterà di fuggire dall’inferno dei centri di detenzione (quelli si finanziati dall’Italia), continuerà a morire in mare o ad essere rimandato indietro grazie al combinato disposto delle segnalazioni di Frontex, il divieto sciagurato di intervento alle navi umanitarie, i mezzi forniti alla marina libica, magari anche con ufficiali turchi. Il presidente del Consiglio sogna di poter realizzare in terra libica anche hotspot dove poter selezionare “veri richiedenti asilo” da accogliere in Europa e persone non giudicate degne di protezione che resterebbero in Libia o, peggio ancora, con operazioni congiunte, sarebbero rimandate dai paesi da cui sono fuggiti, facendo svolgere ai libici il lavoro peggiore. Una idea fallimentare: da una parte si rinuncia ad operare per la ricostruzione di un paese distrutto dall’altra si cerca di utilizzarlo con una vena di nostalgia coloniale, come “quarta sponda” al solo scopo di esternalizzare le frontiere. Il fallimento del diritto internazionale, dell’umanità e persino della politica.

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