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L’8 marzo che non c’è: quello delle donne africane imprigionate

Nell’aria mulinelli di parole e polline di mimose. In cella il profumo non arriva. E neanche le belle parole. Pensate, dette, scritte, cantate per la “festa”della donna…la chiamano festa…l’otto marzo…quella Giornata della donna che, a Copenaghen, nel 1910, l’Internazionale socialista istituí a difesa dei diritti delle donne, del rispetto di genere e, ancor prima, l’importanza delle donne nella società, lanciata dal PSI d’America. Fuori una turbolenza di eventi, appuntamenti e feste giallo outfit riempie agende, manifesti, tavole e serate. Dentro nel buio dei pensieri neri scorrono le ore delle donne d’Africa in carcere. Una concatenazione di immagini dalla fuga agli sbarchi. Una lunga pellicola con fotogrammi di vita che cadenzano giorni, ferite e segni per alcune sino al carcere. Detenute. Silenziate dalla solitudine. Approdate, lasciate, dimenticate, abbandonate. Usate. Violate. Abusate. Disturbate. Violentate. Stuprate. Deturpate. Sopravvissute con in cuore mari in tempesta e naufragi. Travolte dalle false promesse e dall’onda lunga degli espedienti per vivere, volontariamente o involontariamente, le donne d’Africa escono fuori strada e su strade del bisogno e del malaffare, sui marciapiedi del ricatto, sfruttate nel corpo e nell’anima. Illuse. Vendute. Prese. Promesse. Compromesse. Raggirate. Ricattate. Bruciate nei sogni. Piegate all’illecito e all’illegalità.Condannate per reati comuni, ristrette per brevi o lunghe pene, le donne d’Africa sono sole. In cella, sole o con altre, restano sole. Come merce abbandonata. Incomprese. Nei bisogni di aiuto, nelle difficoltà culturali e linguistiche, nelle necessità di cure specifiche, nei rapporti con i familiari vicini e lontani. É un tumultuoso sentire il silenzio assordante nella “Giornata internazionale della donna” come in altri giorni. Molte africane non riescono a vedere i figli lasciati al momento della detenzione. Quelle ristrette negli ICAM- Istituti a custodia attenuata per le detenute madri- sono poche perché solo quattro gli ICAM, a Torino, Milano, Venezia e Lauro in provincia di Avellino. Qui anche per le detenute mamme nero d’Africa, recupero con precise regole di comportamento, inserimento in attività lavorative e una sorta di privilegio nel poter scontare la pena insieme al proprio figlio sino al compimento del decimo anno di età. In queste frenetiche ore che impreziosiscono di giallo must-have la giornata che dicono di festa …un rametto di quel fiore… allora povero…pregno di senso e libertà…che i Partigiani donavano alle Staffette va alle donne ristrette. Alle donne nero d’Africa detenute in Italia.
Ketty Volpe

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