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Guinea, 12 anni fa il massacro dello stadio di Conakry

Poco prima di mezzogiorno del 28 settembre 2009, centinaia di soldati aprirono il fuoco su decine di migliaia di persone che si erano radunate nello stadio di Conakry per iniziare da lì una marcia pacifica contro la candidatura alla presidenza della Guinea di Dadis Camara, all’epoca capo della giunta militare denominata Consiglio nazionale per la democrazia e lo sviluppo che governava il paese.
Fu un massacro: oltre 150 morti, centinaia di feriti e oltre 100 donne stuprate, alcune con manganelli e baionette. Le entrate dello stadio e degli obitori furono sigillate e i cadaveri vennero sepolti in fosse comuni, molte delle quali non sono state ancora individuate.
Le indagini, avviate nel febbraio 2010 e durate sette anni, coinvolsero 13 persone, 11 delle quali rinviate a processo: tra queste, lo stesso Dadis Camara, che sta trascorrendo un tranquillo esilio in Burkina Faso.
Nell’aprile 2018 l’allora ministro della Giustizia Cheick Sato istituì una commissione per organizzare il processo presso la corte d’appello di Conakry.
Il processo non si è mai svolto, nonostante nel gennaio 2020 un altro ministro della Giustizia, Mohammed Lamine Fofana, avesse dichiarato alle Nazioni Unite che il suo governo era “inequivocabilmente a favore della giustizia”. Il terzo ministro della Giustizia che va menzionato in questo post, Mory Doumbouya, nel giugno di quest’anno ha pronunciato le stesse parole. Vuote.
Resta da capire se le autorità salite al potere col colpo di stato del 5 settembre assumeranno un atteggiamento diverso. Il presidente del Comitato nazionale per la riconciliazione e lo sviluppo, Mamady Doumbouya, ha dichiarato che “la giustizia sarà il compasso che guiderà ogni cittadino guineano”. Ma il pessimismo è purtroppo lecito.
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