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Burkina Faso: tra golpe, armi e presenza russa da Sankara a Traorè

Il Burkina Faso vive da anni un equilibrio precario, passando da un Colpo di Stato soft all’altro. Missionari, analisti e testimoni ci raccontano cosa succede nel ‘Paese degli Uomini integri’ che fu di Thomas Sankara.

«Il 15 ottobre del 1987 venne ammazzato il capitano eroe, nonché presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara.

Sono passati 35 anni e la sua memoria continua ad inquietare e ad interrogare i giovani africani d’oggi, in cerca di testimoni autorevoli».

Testimoni talmente rari, se non inesistenti, da indurre i burkinabè a ritenere che la stabilità, la giustizia e la pace in questo Paese ingoiato dal deserto, praticamente non esistano.

Ce ne ha parlato di recente un missionario “storico” del Sahel, padre Mauro Armanino, della Società Missioni Africane, testimone delle continue tensioni ed arbitrarie alternanze ai vertici nella regione.

In effetti “il Paese degli uomini integri” (questo il significato del nome Burkina Faso) vive da alcuni anni una precarietà sociale e politica forte, tra colpi di Stato, attentati, rovesciamenti di potere e presenza di mercenari russi.

L’ennesimo golpe, quello del 30 settembre scorso, ha portato alla deposizione del tenente colonnello Damiba (filofrancese), che lo scorso gennaio aveva a sua volta deposto il presidente eletto Roch Kabore.

La peculiarità di queste azioni anti-democratiche non sempre violente (spesso chi è fatto fuori politicamente resta in vita, sebbene lontano dalle scene) è che vengono decise a tavolino dai vertici dell’esercito e poi negoziate, senza tenere conto della volontà popolare e soppiantando di volta in volta chi attribuisce a sé stesso troppo potere o troppo poco.

La logica attuale, dicono diversi analisti, non sembra più legata ai desiderata di Parigi, ma a quelli di Mosca.

Oggi il nuovo uomo forte è il capitano Ibrahim Traoré che ha motivato il nuovo cambio ai vertici con l’incapacità del predecessore di far fronte all’estremismo violento nel Paese.

«L’insicurezza, legata al più ampio contesto di attivismo di gruppi islamisti nel Sahel, è in impennata in Burkina Faso: ha causato due milioni di sfollati (circa il 10% della popolazione) e la morte di oltre 3mila persone da inizio anno (già un terzo in più rispetto al 2021).

Ma Damiba paga anche la sua scelta di alleati internazionali», scrive l’Ispi (Istituto di Politica Internazionale) in una analisi del 3 ottobre scorso.

E in effetti la presenza della Francia in tutto il Sahel non è più tollerata, e chi sposa troppo da vicino la causa di Parigi, viene ben presto soppiantato da leader che sono molto più vicini ad altri interlocutori

La parabola di Mali, Niger e Burkina Faso in Africa è sempre più strettamente legata a MoscaMa l’insicurezza montante, frutto decisamente di una contrapposizione tra Russia e Francia non fa che nuocere alla popolazione civile.

Questo ci racconta un altro missionario storico, padre Paolo Motta, che da Ouagadougou ha assistito da vicino alle ultime operazioni.

Il 30 settembre scorso padre Paolo ci inviava il suo primo sms dal Burkina (il primo dall’estate, ma non il primo in assoluto, poiché spesso ci contatta per raccontare i nuovi sconvolgimenti nel Paese): «Colpo di Stato in corso. Spari in città, si sconsiglia di uscire. Qui in periferia tutto normale».

E dopo qualche ora: «il presidente Damiba invita a mantenere la calma, ci sono trattative in corso. Probabilmente una frangia delle forze armate è in conflitto col resto».

Quando lo abbiamo sentito al telefono, a golpe oramai concluso, padre Paolo che appartiene alla Comunità missionaria di Villaregia, ci confermava che era tornata una calma surreale e che come sempre, il popolo, oramai avvezzo ai golpe soft, aveva digerito anche quest’ultimo.  

«La città è molto cambiata in questi anni – racconta il missionario –. Noi siamo arrivati nel 2017: la popolazione aumenta a un ritmo serrato».

Ouagadougou è in grande espansione: si parla del 5-7% di crescita annua. Gli sfollati dai villaggi di frontiera si riversano in città perché fuggono dal terrore.  

La popolazione civile è costantemente minacciata e gli attentati lungo le principali vie di comunicazione sono la normalità.

E’ accaduto a una regione dell’estremo Nord del Burkina, dove 35 civili, tra i quali diversi studenti, a bordo di un bus, sono rimasti uccisi a settembre scorso, in seguito all’esplosione di un improvised explosive device (IED), un ordigno realizzato con materiali non convenzionali.

Ne ha dato notizia lo stesso governatore, Rodolphe Sorgho, che ha spiegato subito dopo alla stampa: «uno dei veicoli del convoglio è stato colpito da un ordigno, i morti sono 35 e i feriti al momento 37».

Tra le vittime, «alcuni commercianti che andavano a comprare rifornimenti nella capitale, e studenti che tornavano in città per l’inizio del nuovo anno scolastico», ha raccontato uno dei residenti di Djibo all’Afp.

Ma cosa spinge esattamente i gruppi terroristici verso un tipo di violenza tanto diffusa e capillare?

«I gruppi armati hanno una matrice ben diversa gli uni dagli altri, non possiamo parlare genericamente di jihadismo», ci spiega l’analista Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies.

«Alla base di tutto c’è l’incapacità dello Stato di dare risposte serie al problema identitario (in particolare dei Tuareg) e a quello economico, legato per esempio al nomadismo e all’allevamento».

La crisi climatica, la siccità e la scarsità dei raccolti peggiorano le condizioni dei già poveri, accentuando i bisogni della gente.

Stesso destino condiviso peraltro anche dagli abitanti del vicino Niger: «Le strade di Niamey rendono visibili coloro che sovente non lo sono, vuoi per scelta oppure per dimenticanza.

I mendicanti emergono dal ‘sottosuolo’ specie di venerdì che poi è il giorno della preghiera nelle moschee più capienti», racconta padre Mauro Armanino.

«I mercanti e venditori, che lungo le strade hanno piazzato negozi, magazzini precari, laboratori, officine per riparare i pneumatici, meccanici per moto e cammellieri, cercano di rendersi prossimi i clienti che transitano.

Approfittano delle rotonde intasate all’ora di punta coi vigili protagonisti», racconta ancora Mauro.

Ma si può vivere una vita intera così, tra lavori precari e alla giornata? Senza una prospettiva di vita?

«In Burkina Faso ma anche in Niger la latitanza dei governi su questioni importanti come quella economica e una concentrazione esclusiva sulla dimensione securitaria – ci risponde ancora Nicola Pedde- lasciano spazio ai gruppi armati di diversa estrazione».

La presenza jihadista al confine col Mali è oramai dilagante; lo scorso anno ben 89 persone sono state uccise nel villaggio di Seytenga, al Nord del Burkina.

L’esercito burkinabè considera una priorità contrastare i gruppi armati (che avanzano da Nord-est) anche tramite un dialogo serrato con autorità religiose e leader locali.

Ma ciò di cui avrebbero realmente bisogno i giovani (e i meno giovani), ossia l’intera società civile di questo Paese, è di veder rispettata la volontà popolare alle urne: di godere di investimenti in sviluppo umano e non in armi. In istruzione e non in distruzione.

Di non dover continuamente avere a che fare con ingerenze estere, ora francesi ora russe, che per interessi particolari e molto vicini a logiche di espansione militare, si arrogano il diritto di decidere chi governa e come, per quanto tempo e con quale sostegno politico ed economico.

(Pezzo pubblicato su Popoli e Missione di dicembre 2022).

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