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Libia, “Siamo in trappola, l’Onu ci ignora”: la denuncia dei migranti bloccati nel Paese

“Noi migranti in Libia non abbiamo scelta: non possiamo scappare ma non possiamo neanche vivere, dato che subiamo torture, abusi e violazioni dei diritti. Non è un Paese in cui è possibile ricostruirsi una vita. Resteremo qui fino alla fine. L’Onu e gli altri Stati devono portarci via. Ai governi e alle istituzioni europee ricordiamo che chi commette crimini deve comparire davanti alla giustizia, mentre alle persone vanno garantiti i diritti”. Così racconta Yamyo David, migrante sud-sudanese di 24 anni in collegamento da Tripoli. Qui, dal 2 ottobre circa 3.000 migranti sono in sit-in davanti alla sede dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dopo che il giorno precedente il sobborgo di Gargarish popolato da famiglie di migranti è stato sgomberato dalla polizia. Oltre 4.000 gli arresti e due i morti. “Le persone arrestate- continua David- sono state portate in centri di detenzione sia ufficiali che non ufficiali”, ossia gestiti dalle milizie. “Molti di loro ci raccontano di abusi e torture e hanno iniziato un sciopero della fame”. A Tripoli, gli altri migranti invece chiedono di essere portati via, dato che la situazione nel Paese “è diventata insostenibile”. David accusa: “L’Unhcr non ci dà ascolto”. Il tema è al centro del documentario ‘Libya: No Escape from Hell’, proiettato per la prima volta in Italia nell’ambito del Sabir – Festival delle culture del Mediterraneo, che si è tenuto a Lecce, in Puglia, dal 28 al 30 ottobre.
“I gruppi armati non tollerano una società civile forte e consapevole, perché se perdono il controllo sulla popolazione, perdono anche potere e denaro. Siamo bersaglio dei loro attacchi, come dimostrano i continui arresti e uccisioni tra giornalisti e attivisti, soprattutto a Tripoli”. Aggiunge  J.Z., blogger e difensore dei diritti umani, che chiama in causa le responsabilità internazionali ma anche il popolo libico stesso.
“Se in Italia avete un problema non aspettate che i francesi vengano a risolverlo” dice: “Spetta a noi riportare pace e progresso nel nostro paese”.
Che le milizie e i gruppi armati abbiano preso il sopravvento è un dato inequivocabile e i rischi per i migranti e difensori dei diritti umani aumentati.
Lo dimostrano i pericoli a cui sono stati esposti durante l’offensiva che l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, sferrò nell’aprile del 2019 per conquistare Tripoli.
Grazie ai testimoni ascoltati e alle immagini realizzate è stato possibile documentare la condizione dei centri posti sulla linea del fronte, alcuni utilizzati come depositi di armi e carri armati e che i migranti erano incaricati di ripulire. Una condizione che li ha resi un bersaglio, come nel caso del centro di Tajoura, dove in un bombardamento persero la vita una cinquantina di persone.
“In Libia hanno delle responsabilità anche i Paesi europei, come l’Italia, che finanzia la Guardia costiera libica” prosegue l’attivista e blogger di origine sudanese la cui storia dimostra le violazioni a cui gli stranieri sono esposti: “Sono arrivato in Libia da bambino, era il 1993. Ho studiato e costruito la mia vita a Tripoli. Poi c’è stata la rivoluzione popolare del 2011 a cui è seguita subito la guerra civile e poi il caos”.
Da subito, J.Z. diventa un sostenitore delle rivolte popolari e sui blog e i social media si batte per i diritti civili, per costruire una Libia più democratica e giusta. Nel 2016 però finisce in una retata di migranti e resta in un centro di detenzione per due anni, per poi essere respinto verso il Sudan, sebbene l’uomo non avesse più legami col paese della sua famiglia.
“Sono certo che, con la scusa di scambiarmi per un migrante, abbiano voluto mettere a tacere chi come me rappresentava la dissidenza Noi parlavamo a voce alta delle nostre idee e organizzavamo iniziative e progetti per realizzarle e questo spaventa le milizie” la conclusione del blogger che ha rilancia la campagna per segnalare, ancora una volta, le violazioni dei diritti umani in Libia.

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