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Indagine del Senato su Facebook: tollera diffusione di odio etnico in Etiopia

Il Senato americano ha aperto un’indagine contro la famosa multinazionale dei social media: Facebook a seguito delle shoccanti rivelazioni di un ex dipendente che sottolineano una inspiegabile “tolleranza” dell’amministrazione Facebook verso i messaggi di odio etnico e fake news diffusi dai regimi di Myanmar e dell’Etiopia. A rivelarlo è Fances Haugen, ex Product Manger di Facebook, sottoposto ad una audizione presso il Comitato del Senato americana per il commercio, la scienza e i trasporti. La testimonianza di Haugen aprirà una inchiesta affidata alla sottocommissione del Senato per la protezione dei consumatori.

Haugen spiega nei dettagli come Facebook tolleri di essere utilizzato da regimi dittatoriali per diffondere e giustificare la violenza contro gli oppositori o interi gruppi etnici. Haugen spiega che la tolleranza dimostrata da Facebook dinnanzi a messaggi estremistici, di odio etnico e collegate fake news apra un pericolosa porta mediatica che se non chiusa avrebbe effetti devastanti su una parte della popolazione di Myanmar e dell’Etiopia e potrebbe essere emulata da altre dittature sparse nel pianeta.

Haugen definisce le campagne mediatiche portate avanti da questi due regimi dittatoriali su Facebook come una “Propaganda terroristica” di cui Facebook non sarebbe molto consapevole. Haugen è un testimone altamente qualificato avendo ricoperto come ultimo suo ruolo in Facebook la funzione di direttore del controspionaggio della multinazionale.

I contenuti eversivi diffusi dai due regimi e dai loro proxy e sostenitori anche tramite falsi account Facebook, vengono amplificati a livello planetario dagli algoritmi “Like”, dalle condivisioni e commenti che generano ulteriore visibilità agli incitamenti alla violenza in Myanmar dove i militari sequestrano persino i bambini per ricattare gli oppositori o in Etiopia, lacerata da profonde divisioni regionali ed etniche, sconvolta dalla guerra civile in Tigray, Afar, Amhara e Oromia e con un genocidio in atto nel Tigray. Sono proprio gli algoritmi utilizzati da Facebook ad amplificare queste campagne mediatiche.

Haugen individua due criticità che spiegano le falle di Facebook nel controllo e censura di messaggi genocidari e di odio etnico. La prima riguarda le carenze dei software di traduzione di lingue scritte con alfabeti diversi da quello latino, come la lingua birmana e l’Amarico.

La seconda criticità risiede la mancata implementazione dei sistemi di integrità e sicurezza che dovrebbero impedire il diffondersi della violenza etnica in rete. “Vi è una strutturale carenza di personale Facebook per le operazioni di monitoraggio dei messaggi, controspionaggio e antiterrorismo. Questo favorisce i diffusori di tali campagne mediatiche che, grazie alle carenze di Facebook riescono ad assicurarsi una proliferazione gratuita ed efficace delle minacce rivolte contro una parte della loro popolazione o contro l’opposizione.” Afferma Haugen.

L’ex dipendente fornisce importanti informazioni anche sull’utilizzo di Facebook da parte del governo cinese per sorvegliare la popolazione uigura (minoranza mussulmana cinese) e del governo iraniano per intercettare gli oppositori tra la diaspora. Vi è però da sottolineare che questi ultimi due aspetti non possono essere direttamente imputati a Facebook. Essendo la piattaforma social aperta e quindi visibile da chiunque, non si può impedire a governi autoritari di consultare i profili per individuare oppositori, giornalisti e attivisti dei diritti umani contrari alle politiche governative.

Una soluzione potrebbe essere quella di limitare le visioni dei profili. Purtroppo, informa Haugen, questa soluzione è impraticabile in quanto Facebook si basa proprio sulla visibilità dei profili dei propri utenti per aumentare il traffico di utilizzo della piattaforma social e quindi il volume d’affari proveniente dalla vendita dei dati dei singoli utilizzatori del social che viene offerto in forma gratuita.

La direzione di Facebook ha reagito cercando di screditare Haugen. “La testimonianza di Haugen presso il Senato ha un valore limitato. Haugen ha lavorato per la nostra azienda per meno di due anni. Non ha avuto rapporti diretti, non ha mai partecipato a riunioni decisionali con dirigenti di livello dirigenziale e non lavorava direttamente sull’argomento in questione. Non siamo d’accordo su tante questioni su cui ha testimoniato. Nonostante tutto ciò, siamo d’accordo su una cosa; è ora di iniziare a creare regole standard per Internet” dichiara il portavoce di Facebook Andy Stone. Difficile comprendere come un direttore del controspionaggio non partecipava alle riunioni decisionali e non aveva rapporti diretti a livello dirigenziale…

Lo scorso agosto, Mike Dvilyansky, capo delle indagini sullo spionaggio informatico di Facebook, ha dichiarato alla CNN che la società ha disabilitato solo 200 account che diffondevano odio etnico e politiche genocidarie promosse da regimi autoritari, informando che questi account rappresentano solo la punta dell’iceberg. Nel 2018 Facebook ha ammesso di non aver fatto abbastanza per impedire la diffusione di post che fomentano odio etnico o genocidio, promettendo di limitare la diffusione della “disinformazione” di queste nefaste ideologie.

Nel 2019 Facebook ha affermato di aver rimosso oltre 7 milioni di profili che incitavano all’odio, constatando un aumento del 59% dei casi rispetto al 2018. Facebook rese noto che il 80% dei post di odio etnico o incitanti alla violenza sono rilevati non da umani ma automaticamente dall’intelligenza artificiale.  Questa informazione era tesa a dimostrare l’impegno di Facebook e l’uso di infallibili sistemi nella lotta contro l’odio etnico.

Purtroppo a distanza di 3 anni non si è registrato un aumento nel monitoraggio di questi messaggi e la loro soppressione. Odio etnico, incitamenti alla pulizia etnica e al genocidio continuano a proliferare su Facebook senza grossi problemi. Non riguardano solo Myanmar e l’Etiopia ma molti altri paesi. Per esempio in Italia molti profili Facebook con chiaro indirizzo di estrema destra, incitamento all’odio e al razzismo sono attivi e indisturbati. In Africa la situazione è peggiore. Gli estremisti congolesi diffondono odio etnico contro la minoranza tutsi e contro il Ruanda.

Stesso dicasi per il gruppo terroristico ruandese FDLR (Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda) responsabile del genocidio del 1994. Anche il regime militare burundese tra il 2015 e il 2019 ha fatto largo uso di Facebook per la diffusione di odio etnico contro la minoranza tutsi e la diffusione di una valanga di fakenews. Attività mediatiche che tutt’ora gli esperti di comunicazione della giunta militare burundese continuano a promuovere su Facebook anche attraverso una moltitudine di falsi account.

In Cameroon molti profili Facebook ineggiano all’odio verso la minoranza anglofona con cui il regime dittatoriale del Presidente Paul Biya ha promosso 3 anni fa una spaventosa guerra civile occultata dai media internazionali. Anche sul fronte del terrorismo islamico in Africa la piattaforma social di Facebook viene largamente usata. Su soggetto vi è da notare un’astuzia degli uffici di propaganda di Al-Qaeda, DAESH, Al-Shabaab, Boko Haram e altri gruppi islamici. I profili (spesso falsi) pubblicano messaggi di odio “moderati” associati a fake news e propaganda anti occidentale. Non vengono pubblicati i video delle esecuzioni delle vittime, i video di propaganda per il reclutamento o contenuti “pesi” sulla guerra santa contro gli infedeli. Eppure molti spot “moderati” terminano con un link che riporta alle pagine di questi terroristi che sono posizionate spesso nel Dark Web.

Il controllo da parte di Facebook sui post fomentatori di odio etnico e genocidio pubblicati dal governo etiope o da suoi supporter estremisti è tutt’ora carente nonostante che l’Ambasciata degli Stati Uniti in Asmara, Eritrea, dopo un’operazione di intelligence cibernetica ha dimostrato che un gran numero di profili Facebook etiopi inneggianti la violenza contro Oromo e Tegaru sono in realtà dei fake account aperti dagli addetti alla propaganda del dittatore Isaias Afwerki che coordinerebbero anche gran parte della propaganda bellica e fakenews pubblicate su Facebook dal regime etiope e dai dirigenti nazionalisti Amhara.

La carenza di controllo e soppressione di questi messaggi da parte di Facebook è ancora più incomprensibile alla luce delle chiusure degli account dei Presidenti Donald Trump e Nicolás Maduro Moros. Per l’occasione Mark Zukerberg aveva giustificato la decisione di sospendere gli account dei due Presidenti affermando che essi utilizzavano Facebook per giustificare le loro politiche nefaste per le rispettive nazioni. “Il rischio di consentire a questi due Presidenti di continuare a usare il nostro servizio, in questo momento è semplicemente troppo grande” dichiarò Zukerberg lo scorso marzo.

Indipendentemente dalle osservazioni che si possono eventualmente fare sulle figure di Trump e Maduro, la decisione di limitare o sopprimere i loro profili apre una pericolosa finestra sul diritto di una ditta privata di decidere quali argomenti possono essere trattati sulla sua piattaforma social. Le azioni adottate contro i due Presidenti, oltre a rappresentare una minaccia verso la democrazia proveniente dal settore privato, risultano illogici dinnanzi alla discutibile tolleranza dimostrata da Mark Zukerberg verso messaggi ben peggiori trasmessi da governi di cui natura dittatoriale e crimini contro l’umanità sono una triste, palese e inconfutabile realtà.  

Mark Zukerberg dovrebbe essere maggiormente sensibile al problema, ricordandosi che proprio i messaggi di odio etnico e fakenews portarono alla morte di 6 milioni di ebrei trucidati dalla follia nazista negli anni Quaranta. Zukerberg difende giustamente le sue origini ebree. Nel dicembre del 2015 ha dichiarato: “In quanto ebreo, i miei genitori mi hanno insegnato che dobbiamo ribellarci agli attacchi rivolti a tutte le comunità. Anche se un attacco è rivolto solo a te, con il passare del tempo sarà rivolto alla libertà di tutti.
Sembra arrovato il momento per Zukerberg di mettere in pratica la giusta lotta contro l’odio etnico per evitare che i cittadini birmani ed etiopici subiscano la stessa sorte degli ebrei.

 

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