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Uganda, campagna per salvare Marchinson Falls dalle attività petrolifere

Giovedì 28 ottobre il Parlamento ugandese ha aperto le prime discussioni del disegno di legge regolatore del East African Cured Oil Pipeline – EACOP (Oleodotto per il petrolio greggio dell’Africa orientale) che dovrebbe diventare operativo nel 2025. Avrà la capacità di trasportare fino al porto di Tanga in Tanzania a 216.000 barili al giorno di petrolio dal giacimento di Tilenga, gestito da TotalEnergies e dal giacimento Kingfisher, gestito dalla compagnia petrolifere cinese CNOOC.
I due giacimenti, scoperti nel 2006, contengono quasi 6,5 miliardi di barili di greggio di cui almeno 1,4 miliardi possono essere facilmente estratti. La TotalEnergies ha investito 5 miliardi di dollari nel progetto. Gli investimenti della CNOOC non sono mai stati chiaramente resi noti. La scoperta dei giacimenti petroliferi è stata interpretata dal Presidente Yoweri Kaguta Museveni (al potere dal 1986) come l’opportunità per costruire un nuovo motore di crescita economia per l’economia nazionale, per creare migliaia di nuovi posti di lavoro ed entrare nel club mondiale dei paesi produttori di petrolio. I giacimenti rappresentano anche un’ottima fonte di arricchimento per la Famiglia Museveni e i Generali delle Forze Armate (UPDF) che controllano i settori più importanti dell’economia e i traffici illegali di oro, coltan e diamanti dal vicino Congo.
I progetti iniziali prevedevano la realizzazione di una raffineria ad Hoima per la produzione di carburanti e derivati destinata al mercato nazionale e regionale, la realizzazione di un oleodotto fino alla Tanzania per l’esportazione e l’inizio delle attività estrattive per il 2014. Le datelines non sono state mai rispettate. Tra il governo ugandese e i principali partner internazionali, Total, CNOOC si è consumata una guerra segreta sulla gestione dei giacimenti petroliferi.
Il Presidente Museveni ha tentato di imporre la “politica indigena” che destinava all’esportazione solo il 40% della produzione. Le multinazionali si sono opposte boicottando ogni iniziativa tesa ad avviare l’industria petrolifera. Dopo minacce, litigi e ricerca di partner alternativi, nella primavera del 2020 il Vecchio Dittatore Illuminato ha ceduto invertendo le percentuali. Il 60% della produzione petrolifera sarà destinata all’esportazione e il rimanente 40% al mercato interno / regionale.
Ottenuta questa importante vittoria Total e CNOOC hanno messo immediatamente a disposizione i fondi necessari per la costruzione di un oleodotto regionale che dai giacimenti ugandesi giungerà in Tanzania per essere facilmente esportato in Occidente e Asia. L’economia coloniale ha finalmente prevalso sull’economia indigena. Nella primavera di quest’anno i governi ugandese e tanzaniano hanno raggiunto un accordo per la costruzione del imponente oleodotto destinato a trasportare il petrolio fino al porto tanzaniano di Tanga che si affaccia sull’oceano indiano.
La realizzazione di questo oleodotto è di primaria importanza per avviare le operazioni di estrazione petrolifera e la creazione della raffineria a Hoima. Se l’industria petrolifera non decollerà l’Uganda rimarrà dipendente dai prodotti petroliferi importati che devono essere consegnati via nave ai porti del Kenya e della Tanzania e poi trasportati via terra tramite camion, con alti costi e alta intensità di emissioni di gas serra.
Un unico dettaglio. I giacimenti di Tilenga e Kingfisher sono ubicati nel cuore del Parco Naturale Marchinson Falls, il più grande polmone verde dell’Uganda che ospita più di 500 specie di animali, alcune delle quali in via di estinzione. Le operazioni di estrazione e l’oleodotto creeranno un vero e proprio disastro ambientale con ripercussioni regionali. All’inizio di quest’anno 250 ONG ugandesi e internazionali hanno denunciato il folle progetto affermando che oltre alla distruzione del prezioso ecosistema si registrerà un aumento incontrollato di emissione gas serra che inciderà negativamente sul surriscaldamento del pianeta.
Le ONG sottolineano inoltre una amara verità fino ad ora tenuta nascosta dal governo ugandese. Solo il 22% del totale dei due giacimenti potrà essere estratto. Il restante 78% si trova a profondità tali che rendono non convenienti le operazioni di estrazione. Di conseguenza l’impatto sul progresso socio economico nazionale dell’industria petrolifera sarà limitato e di breve durata. Vale proprio la pena di distruggere il Marchinson Falls Park o sarebbe meglio puntare sullo sviluppo delle energie pulite?
Lunedì 18 ottobre i rappresentanti di varie congregazioni cattoliche, protestanti e mussulmane coordinati da GreenFaith International Network (Il Network Internazionale della Fede Ecologica) si sono riunite a Glasgow per organizzare efficaci iniziative tese a convincere i governi ugandese, tanzaniano e la Total ad abbandonare il folle e devastante progetto di oleodotto regionale e produzione petrolifera nel parco naturale per impegnarsi alla promozione di energia pulita e il suo accesso universale alla popolazione.
Il GreenFaith International Network raggruppa 500 associazioni di base cattoliche, protestanti e mussulmane del Brasile, Canada, Cile, Francia, Gran Bretagna, India, Indonesia, Kenya, Nigeria, Stati Uniti, Zambia, Zimbabwe, Uganda, creando una potente lobby tesa a convincere i leader politici, i governi e le multinazionali ad abbandonare gli idrocarburi per le energie pulite ed assicurare l’accesso energetico a tutta la popolazione del pianeta.
Le associazioni religiose di base hanno constatato che la costruzione del più grande oleodotto del continente, passerà attraverso due dei paesi africani più vulnerabili ai cambiamenti climatici (Tanzania e Uganda) solo per soddisfare la sete di profitto dei loro governi e di una multinazionale associata ad un’ex potenza coloniale.
“La natura fuorviante di questo progetto diventa ancora più chiara a un ulteriore esame. Se diventa operativo, l’oleodotto EACOP trasporterebbe 216.000 barili di petrolio al giorno. La combustione di questo petrolio produrrà più di 34 milioni di tonnellate di carbonio all’anno, più delle attuali emissioni combinate di Uganda e Tanzania.” Spiega il testo finale che raccoglie le riflessioni e i suggerimenti scaturiti dalla riunione di Glasgow.
“Appena il 25% degli ugandesi e meno del 35% dei tanzaniani hanno accesso a moderne fonti di energia. EACOP non migliorerà queste cifre, perché quasi tutto il petrolio che scorre attraverso l’oleodotto sarà esportato. L’oleodotto minaccia di allontanare migliaia di famiglie e agricoltori dalle loro terre. Metterebbe a rischio le fonti d’acqua vitali su cui fanno affidamento milioni di persone per bere e produrre cibo. Distruggerà la più importante riserva naturale di elefanti, leoni e scimpanzé del mondo – che è anche un’importante fonte di entrate e posti di lavoro dell’ecoturismo, esponendo delicati ecosistemi a un’estrazione ancora maggiore di petrolio”
L’intervento delle associazioni religiose di base, associato alle ONG internazionali sta mettendo in seria difficoltà sia la Total che il governo ugandese, mentre la multinazionale cinese CNOOC e il governo tanzaniano hanno deciso di ignorare quelli che in privato definiscono “posizioni ideologiche di attivisti occidentali e deliri di fanatici religiosi contrari al progresso”.
Il Presidente Museveni è particolarmente sensibile a queste iniziative in quanto teme un ritorno negativo della immagine costruita nel tempo di un rivoluzionario che ha liberato l’Uganda da orrende dittature e violazioni dei diritti umani, stabilizzando il paese, assicurando una forte crescita economica (anche se ancor lontana dall’essere inclusiva) e la democrazia (controllata).
L’opposizione delle associazioni religiose di base e delle ONG ugandesi e internazionali sta avendo effetti devastanti. Oltre ad un ritorno negativo per l’immagine del “Grande Vecchio con il cappello” le principali banche commerciali occidentali si trovano ora in imbarazzo a finanziare il mega oleodotto temendo un impatto negativo sui loro stakeholders e clienti occidentali sempre più sensibili al surriscaldamento e alla crisi climatica mondiale. Tre grossi istituti bancari europei hanno deciso di non aderire al consorzio di istituti di credito che finanzieranno il oleodotto EACOP, creando un deficit finanziario che ora deve essere assolutamente colmato per rispettare il calendario previsto per l’inizio dei lavori.
N.J. Ayuk, presidente esecutivo del African Energy Chamber ha criticato le ONG occidentali e le associazioni religiose per i loro sforzi tesi a bloccare il mega oleodotto. “Hanno torto a sostenere che il EACOP non sia degno di essere realizzato perché metterà in ombra le energie rinnovabili, perché ignorerà gli interessi dei paesi coinvolti, o perché rappresenta un qualche tipo di neocolonialismo. La sua realizzazione è rallentata in quanto cerchiamo di bilanciare la protezione ambientale e la povertà energetica con il mercato del lavoro, l’imprenditorialità e le entrate del bilancio statale” afferma Ayuk.
Ernest Rubondo, direttore esecutivo della Petroleum Authority of Uganda e Proscovia Nabbanja, direttrice esecutiva del UNOC (Ugandan National Oil Company) hanno dichiarato che non sono tenuti a sottostare a nessuna forma di neocolonialismo, ascoltando il parere di esperti esterni su come gli ugandesi devono proteggere l’ambiente e ridurre al minimo le emissioni di gas serra. “Abbiamo e stiamo lavorando per raggiungere questi obiettivi. Vi chiediamo di fidarsi dell’Uganda perché siamo consapevoli della necessità di sviluppare le nostre risorse naturali senza compromettere il benessere delle future generazioni. Siamo persone responsabili così come lo sono i nostri partner e finanziatori” ha affermato Rubondo.
Sull’argomento è anche intervenuto il Presidente Museveni. “Conciliare la protezione dell’ambiente con le necessità di progresso è una mia preoccupazione primaria, ma voglio anche che il mio paese abbia la possibilità di prendere le proprie decisioni su come gestire questa sfida. Voglio che l’Uganda faccia le proprie scelte senza doversi sottomettere alle voci di critici esterni”, ha dichiarato Museveni ai media con tono assai contrariato.
Tutti sappiamo in Uganda che quando il Grande Vecchio è contrariato iniziano i guai. Venerdì 22 ottobre a Kampala sei membri del AFEIGO (Istituto Africano per la Governance dell’Energia), compreso il suo direttore: Dickens Kamugisha, sono stati arrestati e messi sotto custodia cautelare presso la stazione di polizia di Kira. Sono stati rilasciati il martedì 26 ottobre dopo aver pagato una esorbitante cauzione, senza che le accuse a loro carico fossero rese note.
Questo è il terzo arresto registrato da AFEIGO in tre settimane. In agosto AFEIGO è stata sospesa come associazione. Per il direttore di AFEIGO, il motivo addotto per la sospensione della sua Ong è infondato. “Il problema è l’attivismo di AFEIGO nella sensibilizzazione sui diritti alla terra nel Marchinson Falls Park, dove Total e CNOOC stanno sviluppando un progetto per il petrolio e il gas”, spiega Dickens Kamugisha.
Sempre in ottobre, i membri di altre due ONG contrarie al progetto petrolifero TotalEnergies hanno subito lo stesso trattamento. Si tratta di Navoda Association e dell’associazione comunitaria Orgha (Oil and Gas Human Rights Defenders Association). È dal 2019 che queste organizzazioni sono sottoposte a pressioni e intimidazioni incessanti da parte della polizia ugandese e persino di alcune strutture statali.
Fonti vicine al governo affermano che la pazienza del Grande Vecchio starebbe per terminare anche verso le associazioni religiose di base che si stanno opponendo al mega progetto del oleodotto. “Credo che tra poco Museveni farà loro comprendere i loro limiti. Tutti qui pensiamo che i religiosi e i fedeli devono curarsi della salvezza delle anime in quanto alla salvezza degli uomini ci stiamo già pensando noi” ha riferito la fonte con leggero ma ambiguo ghigno scolpito sul volto.

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