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Sudan, nuovo massacro: almeno 15 morti. Cecchini sparano sui manifestanti

È stato un nuovo massacro. Come si temeva, come era inevitabile. Almeno 15 i morti in Sudan della repressione della manifestazione di oggi contro il golpe del 25 ottobre.
Il colpo di stato che  ha stroncato il processo democratico avviato dopo la firma della dichiarazione costituzionale nell’agosto del 2019,  che aveva sancito ed l’accordo  tra militari e civili, continua a fare vittime.
Prima fra tutte la transizione post-Bashir.
Quella di oggi è stata la giornata più sanguinosa degli ultimi 20 giorni.
I dimostranti uccisi sono stati tutti raggiunti da colpi di arma da fuoco sparati dalle forze di sicurezza per disperdere cortei organizzati a Khartoum nonostante un blocco totale delle comunicazioni.
Resta la periferia della capitale il punto caldo delle proteste, solo a Omdurman hanno perso la vita 11 persone.
Sale cosi a 34, 3 erano poco più che bambini, il numero dei  morti delle proteste che sono destinate a continuare.
La situazione è alquanto imperscrutabile dato che i militari, oltre a oscurare internet fin dal primo giorno, hanno anche criptato tutte le comunicazioni telefoniche. E sembra essere stato questo black-out in cui sono finiti 45 milioni di sudanesi  a ridurre il numero di manifestanti: dalle decine di migliaia dei cortei del 30 ottobre e 13 novembre, oggi per le strade sarebbero scesi solo in migliaia: coraggiosi affrontati peraltro da forze di sicurezza altrettanto numerose, le quali hanno bloccato i ponti che collegano Khartoum alla periferia. Oltre agli spari, la dispersione dei cortei è avvenuta col massiccio uso di gas lacrimogeni e granate assordanti. In serata comunque centinaia di manifestanti continuavano a presidiare barricate soprattutto nella periferia nord della capitale, mentre raduni in altre città  sono stati dispersi. Il generale Abdel Fattah al-Burhan, autore del golpe che ha esautorato il premier Abdallah Hamdok ancora agli arresti domiciliari, ha fatto incarcerare ministri civili e si è autoproclamato alla guida del Paese che fino al 2019 era stato per tre decenni sotto il controllo dall’autocrate islamico Omar al-Bashir. Al momento non sembra in vista alcuna soluzione politica, nonostante una pressione degli Stati uniti che ha intensificato i propri appelli e imposto sanzioni: il segretario di Stato Antony Blinken ha annunciato di essere pronto a sostenere nuovamente il Sudan solo se “l’esercito rimetterà in carreggiata il treno” della transizione.
Ma a leggere il bollettino del Comitato  dei medici sudanesi non sembra proprio che i militari abbiano intenzione di fermare le repressioni.
La maggior parte delle vittime, incluse le decine di feriti, sono stati colpiti “alla testa, al collo o al busto”, una circostanza che ha spinto l’Associazione dei professionisti sudanesi,  ad accusare le forze di sicurezza di “omicidi premeditati”.

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