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Sudan, l’ex presidente Bashir sarà consegnato al Tribunale penale internazionale

L’ex presidente del Sudan Omar al-Bashir, accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, sarà consegnato alla Corte penale internazionale (Cpi), segnando il suo tramonto definitivo dopo aver governato il Paese col pugno di ferro per 30 anni.
La decisione è stata approvata dal governo del premier Abdalla Hamdok come anticipato dalla nostra direttrice il me scorso in questo articolo.
Nato nel 1944 nel piccolo villaggio di Hosh Bannaga in una famiglia di agricoltori di etnia araba, al-Bashir è cresciuto a Khartoum, la capitale, arruolandosi giovanissimo nell’esercito sudanese. Dopo studi all’accademia militare del Cairo, è salito rapidamente di grado, diventando paracadutista. Durante la guerra del Kippur del 1973 in Israele, ha combattuto nei ranghi dell’esercito egiziano. Tornato in Sudan ha diretto le operazioni militari contro l’Esercito di Liberazione del Popolo del Sudan (Spla), nel parte meridionale del Paese. Diventato generale, ha preso il potere con un golpe il 30 giugno 1989, rovesciando il primo ministro democraticamente eletto, Sadiq al-Mahdi. Per 30 anni ha assunto il totale controllo della nazione, mettendo al bando ogni partito politico, censurando i media, sciogliendo anche il Parlamento: Bashir ha cumulato le massime cariche tra cui presidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario per la Salvezza Nazionale, capo dello Stato, primo ministro, capo di Stato maggiore e ministro della Difesa. Dal 1991 al 1999 è stato alleato con Hasan al-Turabi, capo del Fronte Islamico Nazionale, per uno stato fondamentalista islamico nel Nord del Paese, anche attraverso la promulgazione di un nuovo codice penale e l’entrata in vigore della Sharia. Tra i due leader è poi scoppiata una faida, soprattutto a causa dei legami di Turabi con i gruppi fondamentalisti islamici e il permesso accordato a Osama bin Laden di risiedere in Sudan. Nel dicembre 1999 Bashir ha spodestato con la forza il suo vecchio alleato, cercando di placare le critiche internazionali nei confronti del suo regime – sempre piu’ isolato e colpito da sanzioni Usa – con l’espulsione dei membri della Jihad islamica egiziana e incoraggiando bin Laden a lasciare il Sudan. Gli anni di dominio di Bashir sono in parte coincisi con lo scoppio della guerra civile nel Sud Sudan, che per 19 anni ha opposto il Nord – arabo e musulmano – al Sud – cristiano ed animista – con un bilancio di milioni di sud sudanesi uccisi, esiliati, senza cibo ne’ diritti e sanzioni internazionali al regime di Khartoum. Sotto la presidenza al-Bashir – riconfermato al potere con elezioni tenute nel 1996, 2000, 2010 e 2015 – nel 2003 si è aperto un altro scenario di guerra drammatico nel Darfur (Ovest). Nelle regioni occidentali sudanesi, ribelli armati – guerriglieri di etnie africane nilotiche, quindi autoctone – hanno preso le armi contro la sua dittatura, accusando il leader sudanese di essere succube dell’influenza dei Paesi arabi. Al-Bashir ha risposto armando un milizia conosciuta come Janjaweed, protagonista di scontri che hanno causato centinaia di migliaia di vittime. E’ proprio in relazione al conflitto nel Darfur che al-Bashir e’ accusato dalla Cpi, sin dal 2008, per crimini contro l’umanità e genocidio. Da allora ha potenzialmente rischiato piu’ volte l’arresto durante sue visite in vari Paesi africani – Kenya, Etiopia, Uganda, Egitto, Nigeria – mai avvenuto in quanto molti non riconoscono l’autorità della Corte penale internazionale. Il percorso politico ed istituzionale di al-Bashir e’ stato stroncato l’11 aprile 2019, quando in seguito a violente proteste e’ stato deposto da un colpo di stato militare e arrestato. In realta’ erano diversi anni che in Sudan crescevano i movimenti di protesta e il malcontento, non solo popolare, per l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessita, causa l’inflazione galoppante e l’emorragia di ricchezze successiva alla secessione del Sudan del Sud, nel 2011, con le sue ingenti riserve petrolifere. Dopo la sua caduta, una serie di indagini giudiziarie hanno fatto emergere l’immenso patrimonio personale di Bashir: un vero tesoretto nascosto in una delle sue dimore nella capitale sudanese per circa 115 milioni di euro e successivamente un conto del valore di 4 miliardi di dollari. Oltre alle accuse di corruzione e riciclaggio di denaro, l’ex dittatore è stato condannato a Khartoum per abuso di denaro pubblico a due anni di carcere che tuttavia, avendo piu’ di 70 anni, non puo’ fisicamente scontare, secondo la legge sudanese. Ora, con l’annuncio della sua consegna alla Corte internazionale dell’Aja, la carriera del sanguinoso dittatore appare del tutto giunta al termine, importante epilogo a una delle pagine più buie della storia del Sudan e dell’intero continente africano.

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