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Sudan, la sconfitta di un mondo

Ciò che sta accadendo in Sudan, se solo ce ne importasse qualcosa, dovrebbe destare in noi una sincera indignazione. Dovremmo indignarci non tanto per il coinvolgimento della Wagner e per le sicure implicazioni geo-politiche, da sempre presenti nelle vicende africane, trattandosi di un Continente in bilico, conteso sul crinale della Guerra fredda e delle ambizioni espansionistiche di un’Europa che non ha mai davvero rinunciato alla sua propensione coloniale. Dovremmo indignarci per il nostro silenzio, per il nostro disinteresse, per il nostro esserci fatti scorrere davanti agli occhi la barbarie del mondo senza alzare un dito. Si parla tanto, infatti, di interventi umanitari, di missioni di pace, di sostegno al paese aggredito contro l’aggressore, ma tutto questo, a quanto pare, vale unicamente per il contesto a noi più vicino. Del Sud Sudan, ad esempio, non ce ne siamo mai davvero occupati. Della colonizzazione gentile della Cina in mezza Africa nemmeno. Delle milizie janjāwīd che straziavano interi villaggi nella regione del Darfur, compiendo stragi indicibili, men che meno. L’Africa ci interessa unicamente nella misura in cui entra in casa nostra senza chiedere permesso. Ci interessa, per rabbia e per sdegno, la questione migratoria. Ci appassioniamo, nei casi migliori, alle sorti dei migranti che muoiono nei naufragi. Ci preoccupiamo quando i nostro presunti “centri d’accoglienza” sono al collasso. Compiamo qualche flebile battaglia politica quando qualcuno, i soliti, speculano sul dolore e sulla sofferenza degli ultimi della Terra. Ma la vicenda sudanese, la sua guerra civile permanente, il suo essere una polveriera, le sue questioni tribali, il secessionismo straziante che pervade quel Paese, le divisioni religiose ed etniche che lo sconvolgono, di tutto questo ce ne occupiamo solo quando diventa impossibile non farlo. La verità è che abbiamo conservato una mentalità coloniale, pur essendoci fatti paladini e interpreti di chissà quale modernità e quali valori. Abbiamo seguito con sommo disinteresse, e profonda ipocrisia, persino la recente visita del Papa, cantore di un Dio d’Avvento, in netto contrasto con la grettezza di chi, al massimo, vuole esplorare quelle terre per vedere quali altre risorse sia possibile depredare.
L’orrore che sta sconvolgendo il Sudan, i morti gettati per le strade, la fuga di milioni di profughi, i paesi vicini al collasso, l’impossibilità di accogliere tutte e tutti gli sfollati, la destabilizzazione dell’intero Corno d’Africa e le conseguenze che ciò comporterà per il nostro fragile eco-sistema planetario, queste notizie sembrano non riguardarci, a meno che la tragedia non assuma dimensioni tali da non poter essere più ignorata.
Abbiamo letto tante testimonianze, tanti messaggi dall’inferno, ci siamo soffermati sugli occhi delle ragazze colmi di terrore e ci siamo convinti, come sempre, che basti un po’ di retorica sapientemente dispensata per mettere a posto le nostre coscienze. Ebbene, sappiatelo, così non è. Così non è perché la catastrofe umanitaria che sta squassando quel Paese è la sconfitta di un mondo, il nostro, che per troppo tempo è prosperato sull’ingiustizia e sulla disuguaglianza, che ha accettato l’inaccettabile, che ha tollerato la violenza, che ha taciuto sugli abusi sessuali e che ha permesso addirittura che una ragazza nuda, Mende Nazer, venisse tenuta in schiavitù nella civilissima Londra di inizio secolo, prima di riuscire miracolosamente a fuggire dai suoi carcerieri. Abbiamo chiuso gli occhi per decenni sulle vicende dell’Africa. Sappiamo poco o nulla dei monti della Nubia, del Sud Sudan, delle tensioni politiche che pervadono Karthoum, del ruolo strategico di quel Paese nel contesto africano e non solo; non conosciamo le storie dei villaggi razziati, della ferocia indicibile che attraversa quell’universo e di quante implicazioni quel dolore abbia sulle nostre vite.
Ora ci illudiamo di poter circoscrivere il dramma, riducendolo a uno scontro fra potenze rivali, all’ennesima dimostrazione della prepotenza di Putin, a un’ulteriore testimonianza del disimpegno occidentale, non più gendarme del mondo per necessità e per vocazione. Ebbene, non è così. Il Sudan in fiamme ci dice che abbiamo sbagliato tutto, che non siamo stati presenti nel momento in cui maggiormente avrebbero avuto bisogno di noi e che oggi paghiamo la nostra indifferenza, la nostra grettezza, la nostra incapacità di prenderci cura dell’altro, a cominciare dai più deboli. Oggi che è troppo tardi, che la carneficina ha assunto tratti che ricordano, in parte, il Ruanda che fu, oggi che non sappiamo nemmeno perché si stiano ammazzando come mosche ma vediamo con chiarezza che questo sta avvenendo, oggi restiamo attoniti di fronte a una realtà che, ancora una volta, bussa alla nostra porta e ci trova impreparati. Incompetenti, cinici, egoriferiti e incapaci di fornire qualsivoglia soluzione di fronte all’abisso.
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