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Sudan, 73 i morti nelle repressioni delle proteste contro il golpe. La dura condanna Ue

Ancora violenze, ancora sangue in Sudan. Tanti giovanissimi, come Alrayah (nella foto) membro attivo del Comitato giovanile di resistenza,  ucciso a 21 anni da un proiettile che lo ha raggiunto alla testa.
Tredici i morti a Khartoum, la capitale, solo nelle ultime 48 ore, settantatré dall’inizio delle proteste contro il colpo di stato del 25 ottobre.
Ma nonostante il numero crescente di vittime nelle repressioni, messe in atto dalle forze di sicurezza per contenere le manifestazioni, il popolo sudanese non si arrende.
Sia ieri che oggi polizia e Rapid support Forces sono intervenute violentemente nel tentativo di disperdere le migliaia di persone che si erano radunate nelle strade della capitale Khartoum e di altre città sudanesi, sparando gas lacrimogeni.
Come nelle volte precedenti sono stati utilizzati anche proiettili veri, creando panico nella folla.
I militari intervengono utilizzando  armi come mitragliatrici pesanti modello Ddhk o Dushka e veicoli blindati.
“Nelle ultime 48 ore sono state almeno 13 le vittime causate dalle  forze di sicurezza che usano artiglieria pesante fracassando crani e ossa. Ho visto cose che neanche su in fronte di guerra…” afferma Abdel Ibrahim, medico volontario del Comitato centrale dei medici sudanesi a favore della democrazia (Ccdd), che durante le manifestazioni posiziona squadre di emergenza lungo il percorso dei cortei. Il gruppo medico ha anche riportato il numero dei feriti di ieri: oltre un centinaio di persone.
Le proteste anti-golpe si sono concentrate in particolare a Khartoum e a Wad Madani ma sono stati organizzati cortei anche in altre città importanti del Paese.
Nelle scorse settimane, il Consiglio sovrano si era impegnato a indagare sull’uccisione di manifestanti, sugli attacchi agli ospedali e al personale medico, oltre che alle redazioni dei media dopo che lo scorso fine settimana anche l’emittente Al Jazeera è stata presa di mira dagli uomini al comando della giunta al potere. “A fronte della crescente brutalità nei confronti dei manifestanti fa ancora più rabbia l’esito della riunione di ieri  del Consiglio sovrano sulla situazione della sicurezza – afferma Adam Abdelgadir, portavoce del Sudan Liberation Movement – alla quale hanno partecipato tutti i membri dei gruppi firmatari che sono rimasti con i militari dopo il golpe. Al termine dell’incontro hanno avuto il coraggio di elogiare “l’astuzia delle forze di sicurezza” che avrebbero “mostrato moderazione e trattato con attenzione i manifestanti per garantire la protezione dei civili”, parlando poi di caos e di violenza dei manifestanti che violano il diritto a manifestazioni pacifiche. Noi abbiamo video che dimostrano chiaramente che a creare caos e a usare la violenza sono le Rapid support force, le milizie guidate dal vicepresidente del Consiglio Sovrano Mohamed Dagalo, meglio conosciuto come Hemeti” l’accusa di Abdelgadir.
Visto il numero crescente di vittime, l’Unione europea ha espresso una dura condanna per l’uso inusitato della forza da parte dei militari.
L’alto rappresentante per la politica estera Josep Borrell ha voluto ricordare che l’Ue ha sostenuto fin dall’inizio le aspirazioni democratiche del popolo sudanese e ha sottolineato “che continuerà a  farà in futuro con tutti i mezzi a sua disposizione”.
Borrell ha “invitato” le autorità militari a compiere i massimi sforzi per allentare le tensioni ed evitare ulteriori perdite di vite umane”.
Negli ultimi mesi, l’Unione europea e la comunità internazionale hanno ripetutamente invitato le autorità militari ad astenersi dalla violenza contro manifestanti pacifici. Appelli sono caduti nel vuoto.
“Non è accettabile che venga limitata la libertà di espressione e la libertà di associazione come sta avvenendo dal colpo di stato dell’anno scorso” aggiunge il rappresentante Ue ricordando, inoltre, che domenica in Sudan è stata ritirata la licenza di Al-Jazeera Mubashir.

“La libertà di espressione e di informazione sono diritti fondamentali che devono essere garantiti. La democrazia, che le autorità militari pretendono di costruire, non può esistere senza la libertà dei media. Attraverso l’uso sproporzionato della forza e la detenzione continua di attivisti e giornalisti, le autorità militari stanno dimostrando di non essere pronte a trovare una soluzione negoziata e pacifica alla crisi” la dura condanna Ue che con questa posizione chiarisce che la violenza contro i civili e la detenzione continua di attivisti e giornalisti “mettono il Sudan su un percorso pericoloso lontano dalla pace e dalla stabilità e compromettono l’opportunità di una soluzione pacifica”.
Insomma, per una volta l’Europa assume una posizione forte per denunciare quelli che sono veri e propri crimini contro l’umanità, contro un popolo intero che chiede 
solo libertà, cambiamento e democrazia.

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