skip to Main Content

Sud Sudan, padre Christian Carlassare: quelle al Paese le ferite che fanno più male

Sono trascorsi quasi sei mesi da quando padre Christian Carlassare, vescovo di Rumbek, ha rischiato la vita in un agguato appena arrivato in Sud Sudan.
Comboniano, 43 anni, era stato indicato lo scorso marzo da Papa Francesco quale guida dell’importante diocesi, a maggioranza dinka, l’etnia tra le più numerose del Paese.
Durante la sua permanenza in Italia per la convalescenza, gli abbiamo chiesto di raccontarci come procede la sua riabilitazione e quale sia il quadro generale in Sud Sudan.
Padre Christian, come sta?
“Sto recuperando bene. Dopo le prime cure a Nairobi ho ripreso a muovere i primi passi con le stampelle. Adesso sono già due mesi che cammina senza e vedo che le mie gambe stanno riprendendo bene. Ovviamente sarà una ripresa lenta per arrivare al 100%, ma sono sereno. Ma non solo le mie ferite quelle che mi spaventano o preoccupano di più ma le ferite del Sud Sudan”.
Sono stati individuati i responsabili della sua aggressione. Ci sono novità?
“Purtroppo i tempi della giustizia sud sudanese sono molto lenti. Non ho alcuna informazione al riguardo. Non c’è niente di ufficiale. Per ora circolano voci sul coinvolgimento di membri della diocesi ma è doveroso attendere che la giustizia faccia il suo corso. Le indagini continuano e alla fine sono certo che emergeranno le responsabilità. Di certo dietro non c’era nulla di personale”.
Potrebbe essere che a qualcuno abbia dato fastidio l’impressione che lei fosse molto attivo, pronto a prendere totalmente la guida della diocesi ridimensionando il ‘potere’ di chi aveva gestito le cose fino a quel momento?
“Effettivamente essendo per 10 anni la diocesi vacante si erano creati dei vuoti e delle dinamiche di potere che non potevano continuare. Ma a prescindere da me, qualunque persona fosse arrivata avrebbe sollevato il problema”.
Nell’attesa della verità giudiziaria sta riprendendo contatti con la Diocesi?
“Non si sono mai interrotti, si continua a lavorare anche a distanza. E tornerò presto, prima della fine dell’anno. Certo con un po’ di attenzione. In punta di piedi”.
Venendo al Sud Sudan, è in atto un percorso di pacificazione che si sta cercando di portare avanti anche con l’aiuto della Comunità di Sant’Egidio. Lei cosa pensa dell’attuale cessate il fuoco, pensa che questa tregua possa reggere?
“Questo lo dico a titolo personale, le esperienze di dialogo devono sempre continuare, tenendo ferma la proposta e soprattutto l’impegno dei politici a seguire l’accordo di pace che hanno firmato e includere anche quelle parti che purtroppo erano rimaste fuori quell’accordo di pace. Bisogna creare armonia fra le diverse parti. Questo mi pare importante. Ci sono i presupposti affinché qualcosa maturi in tal senso, cioè che si arrivi davvero a un accordo che possa portare a una pacificazione di lungo termine. Ovviamente le dinamiche del Sud Sudan sono molto particolari e non si può essere ingenui. Bisogna essere consapevoli che le parti in causa cercano di alzare la mira per ottenere di più dallo stato. Lo fanno spaventando o rompendo in parte gli accordi mostrando qualche sfiducia. Bisogna continuare a dialogare senza mai pensare che un punto di intesa sia valido permanentemente”.
Cosa dobbiamo dunque realisticamente aspettarci?
“Penso che bisogna guardare oltre l’aspetto negativo, avere speranza. L’accordo di pace non è tanto quello firmato dai leader politici. Questo è una parte della pace che ci deve essere in Sud Sudan ma deve esserci anche l’impegno per raggiungere le popolazioni nei loro territori. Come abbiamo visto l’accordo firmato nel 2019 per un governo di unità nazionale non rispecchia la situazione nel paese dove vediamo che la violenza nei territori continua. Le parti si sono accordati e si sono spartiti alcune posizioni al governo ma le problematiche nel territorio sono rimaste le stesse. I leader dei territori delle comunità locali hanno il grave compito di risolvere le loro problematiche alla base per poi dare una speranza a livello nazionale. Purtroppo ci sono troppo armi in mano a molti gruppi delle comunità locali, questo causa violenze gratuite e il governo ha serie difficoltà a portare avanti il disarmo. E allora sono le realtà locali a dover capire che devono fermare il ciclo di violenza”.
Ma cosa crea tensione tra le comunità locali?
“Nei territori tribali c’è una grande confusione data dal ‘federalismo’, inteso come ‘divisione tribale’ ognuno a casa propria. Ma in molti luoghi le tribù sono chiamate a lavorare insieme superando le tensioni che nascono a riguardo del controllo dei territori e l’accesso alle risorse”.
Quanto influiscono la poca disponibilità di aree fertili, le problematiche legate ai cambiamenti climatici?
“Tanto. Lo scorso anno lo abbiamo visto con le alluvioni e l’innalzamento del Nilo che ha portato allo spostamento di intere popolazioni. Ovviamente, i confini dei territori sono molto legati alla presenza delle risorse, da quelle più semplici come l’acqua e i pascoli, a problematiche più profonde legate all’accesso a risorse di un certo interesse. Negli stati di Unity e Alto Nilo, ad esempio, il petrolio gioca un grosso ruolo. Quel petrolio a chi appartiene, allo Stato federale o a tutto il Paese? Così nell’Equatoria, dove ci sono minerali e oro. Oppure lungo il confine con l’Uganda dove ci sono foreste di legni pregiati come il tek. Dove ci sono risorse, ci sono conflitti”.
Sotto l’aspetto umanitario qual è la situazione? La pandemia di Covid 19 quanto ha pesato nel peggioramento della crisi nel Paese?
“Attualmente gli sfollati sono 4 milioni, di cui quasi due milioni rifugiati nei Paesi vicini, in particolare Sudan e Uganda. La comunità internazionale sta cercando di dare aiuto alle popolazioni, anche dal punto di vista della sicurezza, ma lil livello di emergenza è elevatissimo perché c’è stata una carestia molto grave quest’anno tuttora in corso proprio a causa dei cambiamenti climatici di cui parlavamo prima. A causa dell’alluvione i terreni sono rimasti coperti d’acqua fino a marzo.
Quindi non coltivabili, con colture perse perché non sono riusciti a ripulire il terreno e ripartire con la nuova stagione. Quindi l’hanno persa l’anno scorso per un’alluvione anticipata e quest’anno per non avere avuto la possibilità di coltivare nulla. Inoltre l’epidemia di Covid 19, anche se non ha causato un elevato numero di vittime dal punto di vista economico ha inciso molto”.
Il Sud Sudan ha dunque bisogno di sostegno e aiuti. Quale appello sente di lanciare alla comunità internazionale?
“Innanzitutto credo che si debba sostenere le istituzioni. Non bisogna lasciare solo il Sud Sudan. La formazione di una nazione prende molto tempo. Da sempre penso che il percorso di un popolo sia la formazione delle giovani generazioni. La politica internazionale è cosciente di questo e deve continuare a garantire il suo supporto non solamente a livello economico”.

Back To Top