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Speciale migranti / Il diritto alla vita e alla salute non può variare in funzione della nazionalità e della provenienza

L’avevamo promesso a noi stessi, alla città, a chi lo implorava, a chi era troppo stanco e disilluso per chiederlo, a chi -anche volendo- non avrebbe potuto chiederlo nè potrà più farlo. 6 ottobre, tardo pomeriggio, fiaccola nella mano, occhi lucidi, poche parole, enorme tristezza e peso nel cuore. E un vago, indistinto ma potente e irrefrenabile desiderio di giustizia.
Abou era morto poco prima, in un ospedale palermitano. Solo. La tutrice legale era stata nominata d’urgenza solo da qualche giorno, quando il ragazzino quindicenne ivoriano era già ricoverato in gravi condizioni e non poteva ricevere visite. E questo contravvenendo alle stesse leggi italiane, che impongono la nomina di un tutore già al momento dell’ingresso del MSNA (minore solo non accompagnato) nel territorio italiano. E le cosidette navi quarantena (Abou Diakite si trovava da oltre 10 giorni su una di queste, la nave GNV Allegra) sono a tutti gli effetti territorio italiano.
In quel momento, in mezzo ai Quattro Canti di Palermo, con pochi striscioni e poca voglia di parlare, l’avevamo promesso.
Avevamo promesso di non limitarci alla memoria, al ricordo, alle manifestazioni di piazza (che pure dovevano esserci), alle urla e all’indignazione.

No. Serviva e serve altro.
Serviva e serve capire cosa sia avvenuto ad Abou tra il 18 e il 28 settembre 2020 a bordo della nave quarantena, capire se davvero c’era un solo medico della CRI a bordo per tutte le persone migranti presenti, capire se davvero la prima visita ad Abou è stata, e solo su preghiera dei suoi compagni di viaggio, il 28 settembre (a 10 giorni dall’ingresso) e questo nonostante le indicazioni dei medici di Emergency presenti a bordo della Open Arms (che aveva salvato Abou il 10 settembre da un’imbarcazione in distress). Le indagini sulla morte di Abou (setticemia, si ipotizza, ma il referto dell’autopsia non è stato ancora depositato) sono in corso, dopo la denuncia avviata dalla tutrice Alessandra Puccio seguita dall’avvocato Michele Calantropo.
Ma Abou, la sua storia allora sconosciuta, la sua tragica e sconcertante morte, ha rappresentato una scossa. Una scossa forte. Ci ha costretti a prendere coscienza di un fenomeno, quello dell’uso quotidiano e abituale delle navi quarantena che pure si svolgeva già sotto i nostri occhi (quasi tutte le navi adibite a questo scopo sono in rada davanti le coste siciliane, la Allegra è stata quasi sempre davanti il porto di Palermo) e ci ha costretti a prendere coscienza anche, e soprattutto, del nostro ruolo che non poteva e non doveva continuare a rimanere quello di spettatori, più o meno distratti.
Dopo il momento delle lacrime e del dolore ci sarebbe dovuto essere quello dell’azione.
E allora, nell’alveo di un collettivo informale nato in modo spontaneo tra amici ed attivisti palermitani, si fa breccia l’idea di agire attraverso un’azione politica, uno studio, un documento, un’analisi, un qualcosa di chiaro, forte, inattaccabile, che mostrasse a noi e al mondo la realtà dei fatti e che potesse diventare strumento per avanzare proposte e richieste. Politiche, appunto. L’idea era una bozza, poi è cresciuta e si è fatta concreta e strutturata, rafforzandosi all’interno delle chat sempre più frequentate per il diradarsi dei momenti di incontro fisico a causa delle misure di contrasto al diffondersi della pandemia.
Così, in una realtà multiforme, un po’ utopica, poliedrica, sfaccettata, variopinta, aggregante, confusa ma ricca di vita, storie, passioni e contraddizioni, come il Forum Antirazzista di Palermo, prende forma un documento di analisi sull’uso delle navi quarantena. Un documento strutturato. Pensato. Costruito con l’aiuto di tante persone, tanti professionisti, tante associazioni.
Questo documento è quindi frutto di una precisa, coerente e cosciente volontà di agire sul piano politico: vogliamo far luce dove invece pare esserci una pervicace “consegna del silenzio”, dove tutto appare segreto, lontano, ovattato, nascosto e inaccessibile: poche notizie, informazioni, testimonianze, nessuna trasparenza. Perchè per molti è più comodo e tranquillizzante che tutto resti così: un paravento, un meccanismo che nasce da una cultura di negazione dei diritti, di chiusura, di soluzioni semplici a situazioni complesse, di banalizzazione, di propaganda che declina spesso il tema della sicurezza sociale (e di quella sanitaria) nell’ottica xenofoba che vede l’altro, il diverso, lo straniero, necessariamente come un ostacolo, una minaccia, un capro espiatorio, un “di più”, un untore.
Perchè l’assenza pressochè assoluta di informazioni è stato il primo ed enorme ostacolo che ci siamo trovati -tutti- davanti. E, come sappiamo, le situazioni di ombra e opacità sono quelle nelle quali si annidano spesso le ingiustizie e le discriminazioni. Le uniche informazioni, frammentarie, cui abbiamo avuto accesso sono quelle dei racconti, pazientemente raccolti da diversi attivisti, delle persone scese dalle navi.
L’uso delle navi quarantena rappresenta, nei fatti, una parte del Sarcofago Europa, una forma (mascherata da ragioni sanitarie) di controllo securitario delle frontiere: discriminatorio, inefficace e costoso.
Il documento, dal titolo “Criticità del sistema navi-quarantena per persone migranti: analisi e richieste”, si inserisce nel contesto del provvedimento adottato dal Dipartimento di Protezione Civile (12 aprile 2020) che delibera, a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza (31 gennaio 2020) e del successivo decreto interministeriale con cui le autorità italiane hanno di fatto chiuso i porti alle navi di soccorso (7 aprile 2020),

l’utilizzo di unità navali per lo svolgimento del periodo di sorveglianza sanitaria delle persone soccorse in mare o sbarcate autonomamente in Italia.
Il documento presentato analizza appunto gli aspetti sanitari, della violazione dei diritti ed economici legati a tale uso di unità navali.
Sugli aspetti sanitari si è osservato come sia profondamente “sbagliata la decisione di tenere numerose persone potenzialmente infette stipate a bordo di navi, dove è impossibile il distanziamento e l’isolamento completo dei casi positivi e dove non è chiaro se ci sia il necessario per curarle o per trasferirle rapidissimamente in ospedale nel caso ci fosse bisogno di ventilazione”. Claudia Lodesani, infettivologa e presidente di MSF Italia, precisa anche che, in aggiunta alle preoccupazioni squisitamente sanitarie in merito all’opportunità di talune scelte nell’ambito del contenimento dei contagi, ci siano quelle relative all’acuirsi delle “situazioni di salute pregresse e di disagio psicologico che le misure di quarantena a bordo possono provocare su individui che hanno spesso già subito eventi traumatici di varia natura, violenze, privazioni e torture”.
Peraltro sarebbe opportuno fermarsi un attimo a riflettere sull’intera situazione. Proviamoci, è un esercizio utile. Persone molto vulnerabili, con alta probabilità già vittime di torture e trattamenti inumani e degradanti in Libia, a volte donne e bambini, attraversano il mare (spesso visto per la prima volta) col terrore di annegare e, ancor più forte, straniante e straziante, col terrore di essere riportati nei centri (lager) libici. L’imbarcazione sulla quale sono stipati imbarca acqua, o ha il motore rotto, o ha perso l’orientamento. Minuti, ore, a volte giorni in balia delle onde e della paura. Tutti. Poi, i più fortunati, vengono individuati da una delle barche delle ONG che salvano persone lungo una delle rotte migratorie più mortali al mondo: il Mediterraneo centrale, appunto. Da una barca all’altra. Questa volta protetti, visitati, rifocillati. Ma pur sempre, ancora, in mare. E la situazione è di stallo, perchè i grandi, ricchi e potenti Stati europei hanno l’assoluta e indifferibile priorità di discutere tra loro (ogni volta, ad ogni evento) su dove debbano essere sbarcati i naufraghi. Che sbarco fa spesso rima con accoglienza e l’accoglienza, si sa, costa. In termini di consenso elettorale immediato assai più che economicamente, ovviamente. Ma c’è la pandemia. E quindi non si trova di meglio che costringere le persone, in mare da giorni, a un trasbordo su una nave quarantena. Trasbordo. In mare. Senza toccare terra, per carità. Da una nave ad un’altra. Ancora una volta. Questa volta, a quanto trapela, senza mediatori, senza informazioni, senza notizie, senza poter comunicare, senza un perchè, senza una data, senza speranza. E sì. Le parole di Claudia Lodesani suonano particolarmente significative.
Sulla violazione dei diritti, il documento riporta come l’uso delle navi quarantena sia, di fatto, “progettato per essere imposto esclusivamente alle persone non italiane in percorso migratorio comportando una limitazione delle libertà di movimento delle persone: una modalità fortemente discriminatoria”. In aggiunta all’isolamento delle persone, alla testimoniata assenza di cura, di informativa legale, di possibilità di contattare avvocati, medici di fiducia o associazioni sul territorio, si vuole sottolineare (perchè è particolarmente critico ed importante) che le navi quarantena sono usate, al di là delle motivazioni ufficiali e nominali legate alle operazioni sanitarie di quarantena, “come <hotspot galleggianti> per operare la selezione arbitraria e preventiva tra richiedenti asilo e migranti economici e come CPR nel predisporre rimpatri”.
Sugli aspetti economici, forse meno importanti dei precedenti per la vita delle persone ma di certo molto sentiti da una parte dell’opinione pubblica nazionale, l’analisi calcola un costo 4-5 volte più alto (per persona/giorno) rispetto un’analoga gestione in una struttura a terra. Si tratta comunque di un calcolo per difetto e assai spannometrico, dato che non è possibile accedere ad una valutazione degli oneri di sicurezza e di ulteriori oneri di assistenza sanitaria derivanti dalla necessità di operare in mare anziché a terra.
A questa analisi seguono, come naturale prosecuzione, le richieste avanzate al Ministero dell’Interno, al Ministero dei Trasporti, al Ministero della Salute e al Dipartimento della protezione civile.

Come recita il comunicato stampa, emesso a valle della Conferenza stampa di presentazione ufficiale del documento, avvenuta lunedì 14 dicembre 2020: “Le realtà firmatarie chiedono che vengano dismesse le navi quarantena, che sembrano rispondere più a paure indotte che a criteri di una gestione sicura, ragionevole e umana dell’epidemia e dei flussi migratori e reinvestiti i finanziamenti previsti nell’adeguamento dei centri di accoglienza a terra; e che, nel mentre, vengano fornite comunicazioni pubbliche ed esaustive sulla situazione a bordo delle navi, rendendo trasparenti e pubbliche le procedure adottate in particolare nei confronti dei minori e di persone anche con gravi vulnerabilità. Il documento inoltre pone l’attenzione sulla necessità di garantire un’adeguata informazione legale e sanitaria a tutte le persone attualmente presenti sulle navi e l’impegno formale affinché non vengano più trasferite sulle navi anche persone già presenti sul territorio. Infine, chiedono che venga sospesa la prassi della consegna dei decreti di respingimento differito e delle espulsioni consegnate al momento dello sbarco”.
Il documento di analisi e richieste -con l’impegno di molti- è ad oggi stato sottoscritto da oltre 150 tra associazioni, ONG e ricercatori, locali, nazionali e internazionali.
Anche Focus On Africa ha scelto convintamente di aderire, da subito e senza perplessità, timori o valutazioni di opportunità, ritrovando infatti -nel contenuto e nelle richieste avanzate dal documento- i propri principi intrinsecamente, indiscutibilmente e indissolubilmente legati al rispetto dei diritti umani, sempre e senza discriminazioni, differenze, preferenze.
La stesura, la presentazione e la divulgazione del documento di analisi sull’uso delle navi quarantena rappresenta un passaggio importantissimo di un percorso però ancora lungo. Il raggiungimento degli obiettivi prefissi, ossia -sostanzialmente- lo smantellamento dell’intero sistema e la neutralizzazione del rischio che tale sistema (come pare oggi probabile) possa essere ritenuto replicabile in altri contesti europei, ha bisogno del supporto di tutte e tutti, ha bisogno di essere compreso e condiviso, ha bisogno di attenzione (e pressione) mediatica, di eventi di approfondimento e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

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