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Ruanda, il mea culpa di Macron al memoriale del genocidio: Francia ebbe un ruolo

“Un genocidio non accade, ma viene da lontano, si prepara; un genocidio non si dimentica, è indelebile. In nome della vita, noi dobbiamo dire, ammettere, riconoscere. Gli assassini non avevano la faccia della Francia, ma la Francia ha un ruolo, una storia e una responsabilità politica in quel che è accaduto in Rwanda”.
Parole pesanti, seppur tardive, quelle pronunciate da Emmanuel Macron al Memoriale di Kigali.
Per la prima volta un presidente francese ammette esplicitamente le responsabilità della Francia nel genocidio del 1994.
Nei suoi 20 minuti di intervento, Macron ha ammesso che il suo Paese, pur non  essendo ‘complice’, ha fatto per troppo tempo “prevalere il silenzio sull’esame della verità”. Il suo mea culpa al termine di un discorso duro, fermo.
Ma per i familiari e le associazioni dei sopravvissuti e delle vittime non basta aver riconosciuto gli errori: Macron doveva scusarsi.
Eppure la visita in corso del capo di stato francese in Ruanda è molto diversa da quella precedente di Nicolas Sarkozy nel 2010, la prima di un leader francese dopo che il massacro del 1994 aveva incrinato i rapporti tra i Paesi.
Una visita che riguarda il futuro, non il passato, come ha sottolineato il presidente ruandese Paul Kagame, ringraziando il suo omologo e aggiungendo di avere discusso una serie di questioni, inclusi gli investimenti e il supporto alle imprese.
L’inquilino dell’Eliseo, dal canto suo, ha di fatto aperto un nuovo capitolo, annunciando anche un supporto importante al contrasto della pandemia di Covid 19 con l’invio di 100mila dosi di vaccini contro il coronavirus.
Analizzando l’intero discorso del presidente francese, pur dichiarando che la Francia aveva deluso le 800mila vittime del genocidio del 1994, è evidente che non si è trattato di vere e proprie scuse.
Il partito di opposizione ruandese Platform for Democracy le aveva anche sollecitate, chiedendo pubblicamente a Macron attraverso Twitter di scusarsi “in modo onesto” e promettendo “di risarcire” le vittime del genocidio.
Ma le intenzioni dell’Eliseo sono altre, seppur partendo dalla normalizzazione delle relazioni dopo la frattura del 1994, quando i militari francesi della missione Turqoise, operativa fra giugno e agosto del 1994, si erano sbilanciati in favore del governo hutu responsabile del genocidio in cui sono state massacrate 800mila persone, la maggioranza dei quali tutsi e hutu moderati.
Il presidente si è rivolto alle vittime del genocidio e ai sopravvissuti con parole giuste ma senza rispondere fino in fondo alle domande di chi chiedeva un gesto più concreto.
Il governo ruandese e le organizzazioni di sopravvissuti al genocidio hanno spesso accusato la Francia di aver addestrato e armato milizie ed ex truppe governative che hanno poi guidato il genocidio.
Ma questo accuse, nel discorso di Macron, non hanno trovato risposte.
“La Francia ha un dovere, quella di guardare la storia in faccia e di riconoscere che nel 1994 non aveva ascoltato, né compreso. Di fatto, restò accanto a un regime genocidario, ignorando gli allarmi degli osservatori più attenti. Vengo qui a riconoscere le nostre responsabilità. Troppo tempo è passato in cui il silenzio ha prevalso sull’esame della verità. Solo chi ha attraversato la notte può forse perdonarci. Darci il dono di perdonarci” le conclusioni di Macron che al Memoriale del genocidio dei Tutsi ha mosso solo il primo, timido, passo verso una reale riconciliazione con il popolo ruandese.

 

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