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Noi, l’Africa e la variante Omicron!

B.11.529 è il nome scientifico della variante scoperta dagli scienziati sudafricani e comunicato all’OMS che ha deciso di chiamarlo “Omicron”.
Il Sudafrica, in questi ultimi mesi e’ stato il paese africano maggiormente toccato dal virus in Africa Subsahariana. Circa la metà’ dei infettati dichiarati e dei decessi erano sudafricani, mentre l’altro polo di sviluppo della pandemia era il Maghreb. Bisogna anche dire che il Sudafrica e’ il paese che ha maggiori possibilità’ di effettuare i test e che ha laboratori diffusi e attrezzati per fare le analisi. Le strutture di ricerca e mediche del Sudafrica sono all’avanguardia da sempre. Non a caso si fece li il primo trapianto di cuore (C.N. Barnard nel 1967) al mondo.
Gli scienziati sudafricani hanno scoperta la variante e per questo il Sudafrica e’ punito con la chiusura delle frontiere. Punito per la sua trasparenza ed efficienza si e’ lamentato il ministro della Salute del Governo sudafricano. E, insieme al Sudafrica altri sei paesi dell’Africa australe (Lesotho, Botswana, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Eswatini). Misura punitiva per il governo sudafricano. Misura certamente tardiva perché’ la variante ha già’ viaggiato e sta dentro le mura dell’Europa e di altre regioni del mondo. Ancora una volta ha prevalso il riflesso dei muri che sta diventando per l’Europa la panacea di tutti i mali. Per qualsiasi minaccia reale o presunta si corre a chiudere ermeticamente la fortezza Europa.
In realtà’ l’Africa non va isolata ma va aiutata. Nessuna chiusura potra’ proteggersi da una minaccia globale che richiede una soluzione globale. E’ questa la principale lezione che dobbiamo imparare dalla pandemia di Covid-19. Essa ci sta insegnando sulla nostra pelle la
pedagogia delle interdipendenze e delle interconnessioni. Siamo in pieno nell’effetto farfalla dove un battito d’ala a Pretoria in Sudafrica può provocare una tempesta Londra, Roma, Parigi,
New-York.
Dobbiamo prendere la misura esatta di questo per evitare scorciatoie
che ci offrono solo una falsa sensazioni di protezione. In realtà’ noi siamo protetti solo se siamo tutti protetti in Europa, in Americanlatina, in Asia e soprattutto nell’Africa dove solo tra il 4 e il 6% della popolazione e’ vaccinata. Questa grave ingiustizia avviene mentre in Europa e’ gia’ in corso la corsa alla terza dosi. Miliardi di esseri umani restano senza vaccino e offrono il terreno ideale per il virus di mutare in terreno fertile senza nessuno contrasto; di moltiplicarsi e di viaggiare anche verso le zone dove abitano i privilegiati del vaccino.
Dobbiamo comprendere che se la barca del mondo globalizzato e’ unica ci salveremo tutti insieme o periremo tutti insieme. Ossia, con l’urto violento con gli scogli la barca e’ investita dall’acqua a partire dalle parti basse dei paesi poveri senza vaccino; ma presto o tardi l’acqua raggiungerà’ anche i livelli alti della barca dove ancora si continua a festeggiare con champagne e caviale. La barca della pandemia affonderà’ per forza se non vacciniamo il resto del mondo.
Per poterlo fare mancano le risorse ingenti e soprattutto risolvere
una volta per tutte l’annosa questione della sospensione dei brevetti
in caso di emergenza. Una vecchia battaglia del vecchio Mandela all’occasione della precedente epidemia di HIV ancora attuale; la battaglia morale e politica tra profitti delle multinazionali del farmaco e milioni di vita da salvare. Dentro questa contrapposizione sta il ruole degli Stati e della politica che si deve mettere in mezzo con risorse finanziarie e transazioni legali per assicurare il vaccino
a tutti. Non e’ piu’ tempo di declamazioni retoriche o di espressione di buoni sentimenti. E’ il tempo dell’azione per salvare la casa comune della salute globale che brucia e l’incendio non salvera’ nessuno se non lo affrontiamo in comune.
La vicenda della variante Omicron come prima quella della variante cosiddetta indiana ci mette di fronte alla complessità’ e all’urgenza delle risposte da dare allargando lo sguardo dal locale al globale; dal tornaconto elettoralistico che specula vergognosamente sulla stigmatizzazione di tutto un continente alla consapevolezza di un destino globale; dallo sguardo asfittico della breve scadenza alla visione di un futuro di sfide globali che esigono risposte globali.
Ancora una volta l’Africa ci provoca (nel senso litterale di chiamare in avanti) alla concretezza e alla politica che e’ nobilmente l’arte di prevedere e non solamente il piccolo cabotaggio ci navigare a vista.

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