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Migrazioni, quando l’arte scavalca i muri. Intervista ad Alessio Patalocco

Alessio Patalocco è un talentoso artista, formazione da architetto e professore presso l’Università per stranieri di Perugia.
Dalla collaborazione con Amnesty International Italia è nata l’idea di una straordinaria opera “Voyage à Calais” destinata a essere collocata nel porto di Calais, in Francia, considerata dai locali una “giungla” di migranti da contrastare ma nell’immaginario di chi si occupa di diritti è un luogo di interscambi culturali. Rifiutata nel 2017 dall’amministrazione francese, mostrando chiaramente l’indisponibilità a esporre un simbolo di accoglienza, è oggi ospitata dal Museo d’Arte del Bosco della Sila che accoglie oltre 35 opere site-specific, prodotte da artisti nazionali e internazionali. A raccontarci le fasi di questa storia esemplare di come l’arte possa scavalcare i muri dell’intolleranza é lo stesso Alessio Patalocco.

Perché l’opera Voyage à Calais è stata rifiutata dall’amministrazione locale di Calais?

«Ufficiosamente mi è stato detto: “Nous ne sommes pas “pro-migrants” “. A dirmelo è stato un dipendente dell’ufficio tecnico comunale di Calais quando, stufo del silenzio raggelante che dedicava alle mie mail, gli ho comunicato che sarei andato a trovarlo. Dopo quello scambio di battute mi ha proposto, in alternativa, la realizzazione un’opera celebrativa dell’arte del merletto: l’avrebbero ospitata in quanto attività tipica del luogo. È stato un rifiuto politico dettato dalla paura di essere stigmatizzati come “la città dei migranti” (cosa che io avrei considerato un complimento ma loro un’offesa) mascherato da strategia di marketing territoriale. Eppure all’inizio accolsero l’idea con entusiasmo e, col senno del poi, credo che Calais accolse il progetto perché non pensava prendesse corpo l’idea di un’opera donata da Amnesty International alla città; al contempo la politica sull’immigrazione si stava trasformando proprio in quei giorni, all’indomani dello smantellamento della “Giungla”, tra il 2016 e il 2017. Ad ogni modo, questo è quello che è accaduto: formalmente Calais non ha mai rifiutato l’opera, semplicemente ha smesso di confermare il suo appoggio interrompendo il dialogo con me».

Come si è sviluppata l’idea di portare l’opera esposta al Museo d’Arte del Bosco della Sila nel marzo del 2024?

« Dopo il rifiuto ufficioso mi ero messo in mente che l’opera aveva un motivo in più per essere collocata da qualche parte: doveva raccontarla questa storia e sempre col linguaggio metaforico dell’arte! In accordo con Fulvio Leoni (l’attivista di Amnesty che mi ha proposto di fare un’opera d’arte di strada) ho provato a parlare con i musei pubblici e privati presenti a Calais: nessuno di loro voleva mettere in programmazione qualcosa che non partisse da una propria iniziativa e l’impressione è che a nessuno interessasse parlare di migranti. Intanto il progetto faceva il giro dei musei: è stato esposto in tanti luoghi tra cui il M.A.C.RO.di Roma (2018) e il M.U.C.E.M.di Marsiglia (2020). In tutti questi luoghi ha ricevuto la solidarietà di un pubblico che comprendeva tutta la violenza che mal si cela dietro l’indifferenza, piuttosto marcata, da parte di una città che ha deciso “a tavolino” di ignorare i chilometri di filo spinato che essa stessa ha srotolato intorno al molo. Nel frattempo io proseguivo con la mia attività (che comprende anche fare mostre) finché, al vernissage di una bi-personale con Erminia Fioti organizzata dalla mia gallerista Giovanna Adamo, ho conosciuto i fondatori del M.A.BO.S. (Museo d’Arte del Bosco della Sila) di Catanzaro: i due fratelli Mario e Tonino Tallarico. Mi sono stati presentati da Antonella Bongarzone, art manager e curatrice che non finirò mai di ringraziare per la stima e l’amicizia che mi dimostra sempre: è stata lei a parlare loro di quest’opera e del rifiuto di Calais. Mario ed Elisa Longo (direttrice del museo) la hanno accolta a braccia aperte in virtù di uno spirito di accoglienza magno-greca e in ragione della grande sensibilità che possiedono. Nel M.A.BO.S.c’è un’area all’aperto dedicata a Gioacchino Da Fiore: proprio lì è stata posizionata l’opera. Le ginestre fioriscono tutto intorno e il bosco sembra celare l’uscita dei viandanti come se, di lì a poco, dovessero fare capolino attraversando i sentieri della Sila».

Ci illustra il significato simbolico dell’opera?

«Nelle cose che faccio, architetture o istallazioni artistiche, mi piace sempre lavorare con forme dal molteplice significato: una cosa che cambia a seconda di chi la vede e in base al contesto nel quale l’opera viene calata.“Voyage à Calais” parte da tre principali forme-significato: sembra un relitto di una barca metallica (la tecnologia utilizzata è molto simile) ma sembra anche un muro di metallo che poi si piega e rovina a terra; infine sembra un nastro che racconta una storia. La storia viene raccontata da una serie di figure ispirate direttamente all’arte rupestre realizzate con lo spray e il linguaggio tipico dell’arte di strada: parla di viandanti che partono da un deserto e, attraversando vari stati ambientali, arrivano in un altro posto in cui, però, trovano solo altre persone che li giudicano e li condannano ad essere dei reietti. Questa storia tragica è raccontata solo a metà: ho smesso di dipingerla quando Calais ha rifiutato l’opera ed è proprio la sua incompletezza a testimoniare l’improvviso rifiuto subìto».

In che modo gli artisti, oltre che l’intera comunità cultura e intellettuale del nostro paese, possono dare il loro contributo per frenare intolleranza e razzismo?
«Non lo so, credo che atteggiamenti razzisti e intolleranti dovrebbero essere naturalmente superati senza il bisogno di dirlo esplicitamente: dovrebbero far parte di una cultura diffusa in cui anche chi non ha letto Locke o Voltaire può comunque aprirsi alle alternative e capire che il vero nemico è chi aizza l’uno contro l’altro. Forse gli artisti dovrebbero aiutare le persone a riconoscere quei comportamenti “tossici” che destabilizzano gli animi mettendoci addosso la paura dell’altro, individuarne le responsabilità e comunicarle al pubblico in modo intuitivo, immediato, con una immagine, un suono o una emozione. Trovo le generazioni più giovani molto tolleranti rispetto alla diversità ma si concentrano molto sui temi che li toccano da vicino (soprattutto i diritti lgbtq+); ecco, il mainstream dovrebbe far sentire vicini a loro anche i temi legati alla migrazione: i grandi artisti, ad esempio, dovrebbero parlare di pace e di tolleranza e non dovrebbero mai schierarsi per una parte o per l’altra dovrebbero essere sinceri evitando di semplificare troppo i temi senza banalizzare l’intolleranza e il razzismo».

Ci racconta qualcosa del contesto in cui viene esposta l’opera?

«L’opera è stata posizionata in modo permanente nell’area “Gioacchino Da Fiore”: un piccolo pianoro a ridosso di un fiume che si apre in mezzo al bosco. L’ho trovato un contrasto molto singolare. “Voyage à Calais” era pensata per stare sul molo: una piattaforma in cemento che si protende sul mare, vicino alla spiaggia, la scultura avrebbe preso i riflessi azzurri del cielo e del mare. Ora si trova proprio in mezzo al bosco: il verde e il marrone fanno da sfondo e non si vede l’orizzonte, si accentua la funzione di “menhir orizzontale” che dà indicazione ai viandanti raccontando una storia. Di sicuro il contesto più importante è quello umano: i proprietari del museo curano anche il bosco e si preoccupano se c’è poca o troppa acqua, si preoccupano per te se sei stanco, se hai mangiato, ti dicono di chiamarli quando torni a casa, sono capaci di farti innamorare di loro. Vai via e ti ritrovi a pensare a quei luoghi così pieni di umanità, di sensibilità e di solidarietà e pensi che è proprio bello che almeno una delle porte d’Europa sappia leggere, negli occhi di chi arriva, la paura ma anche la speranza di trovare un nuovo abbraccio».

Sta già lavorando ad altre opere simili?

«In questi giorni sto organizzando un collettivo di artisti che unisca le due porte d’Europa (Sud e Nord) per fare qualche opera insieme: mi piacerebbe anche tornare a parlare almeno con una parte della popolazione di Calais o del Pas-De-Calais: quel territorio e i migranti che passano da lì non meritano di essere ignorati da una politica che ha soltanto paura di perdere consenso o, peggio, non ha intenzione di mettere le persone in connessione fra loro e, poi, non è detto che rappresenti ciò che pensa la società civile. Infine sto lavorando ad un progetto per una istallazione permanente a Davoli, sempre in Calabria, dove ho intenzione di parlare sia del territorio che di questi temi: ancora sono in fase di concept e sopralluoghi ma, come al solito, vorrei lavorare con forme stereotipate e flessibili nel significato in modo tale da rendere “personalizzabile” il contenuto dell’opera stessa. Probabilmente lavorerò con quattro figure femminili: un’immagine simbolica che va oltre l’ovvio e comprende molteplici significati. Vedremo cosa ne uscirà fuori».

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