skip to Main Content

L’evoluzione della giustizia sociale in Namibia è Queer

Se c’è qualche dubbio sul fatto che l’evoluzione della giustizia sociale in Namibia sia queer, basta vedere l’onda di una bandiera arcobaleno sotto la statua del padre fondatore della Namibia a Windhoek, o dallo slogan di Ndiilokelwa Nthengwe che urla contro il pregiudizio:“My koekie, my keuse!” ( “La mia figa, la mia scelta!”), frase emblema dell’attivista intersezionale non binaria pronunciata mentre manifestanti innalzano grucce come segno di protesta alle ventennali politiche pubbliche della Namibia posizionate contro l’aborto

In questo Paese relativamente conservatore, dove si stima che il 90% della popolazione si consideri cristiano, la giustizia nell’ambito dei diritti sessuali e riproduttivi è una strada lunga e in salita

Nel 2020, Beauty Boois, attivista non binaria e co-fondatrice diVoices for Choices and Rights Coalition, ha ridato energia al movimento per la giustizia riproduttiva con una petizione per legalizzare l’aborto in Namibia che ha raccolto oltre 62 000 firme

Un anno dopo, Nthengwe, cofondatore dell’organizzazione che ha preso le redini di Voices for Choices and Rights Coalition a Windhoek, ha marciato con determinazione sotto gli alberi di jacaranda lungo la strada verso il parlamento nella capitale namibiana e ha manifestato per la riforma della legge sull’aborto in un paese in cui, salvo stupro, incesto o pericolo mortale per la madre o il bambino, l’aborto è illegale ai sensi dell’Abortion and Sterilization Act del 1975. Si stima che circa 7000 aborti non sicuri e illegali siano stati praticati in Namibia nel 2016 e 36 bambini siano stati abbandonati nel paese tra gennaio e agosto del 2019.

Nthengwe è stat* anche un* fort* attivist* nelle proteste di ShutItAllDown dello scorso anno, che hanno visto centinaia di namibiani scendere in piazza per manifestare contro la dilaganteviolenza sessuale e di genere nel Paese. Nel periodo tra settembre 2019 – settembre 2020, oltre 5000 casi di violenza di genere , 74 casi di femminicidio e 800 casi di stupro sono stati registrati dalla polizia locale. Nel trattare di violenza sessuale e di genere si assiste ad un vero e proprio silenzio– assenso” quando si parla di persone LGBTQ+ in uno spazio che dovrebbe essere progressista “, afferma Nthengwe. Si parla solo delle donne, si parla solo della gravidanza adolescenziale, ma non di come anche molte donne lesbiche subiscano violenza sessuale e di genere e abbianobisogno di accedere alla giustizia riproduttiva. Anche se le persone non lo dicono apertamente, è evidente nel modo in cui le esperienze LGBTQ+ sono trattate nel discorso pubblico di questo Paese”.

Lungo la strada dal parlamento all’Alta Corte di Windhoek, Mercedez von Cloete è la donna trans che ha guidato l’accusa contro la minaccia di brutalità della polizia

Nelle prime ore del 6 luglio 2017, Mercedez era in un KFC nel centro di Windhoek quando è stata avvicinata da due poliziotti in borghese, arrestata illegalmente e introdotta in un furgone della polizia dove un agente l’ha aggredita fisicamente, prendendola a pugni e calci e insultandola. Mercedez, vivace personalità dell’industria dell’intrattenimento e promotrice di musica dal vivo, ha recentemente ottenuto  $ 50.000 di danni dopo aver citato in giudizio il ministro della sicurezza quale responsabile delle forze dell’ordine locali. Il giudice dell’Alta Corte Esi Schimming-Chase si è pronunciato a favore di Mercedez, ponendo in evidenza la discriminazione e l’umiliazione della donna in quanto transessuale. Schimming-Chase ha considerato la condotta dell’ufficiale di polizia inaccettabile.

“Questo caso non riguardava solo una donna trans picchiata dalle forze dell’ordine ma il mancato riconoscimento dei diritti LGBTQ+, motivo per cui la polizia pensava di farla franca”, afferma Mercedez. “Sono una donna, prima di tutto, e le donne non hanno mai beneficiato delle varie protezioni sociali che ci sono”.

Sperando che la sua vittoria abbia stabilito un precedente che dissuaderà dall‘abuso di potere e l’uso eccessivo della forza da parte delle autorità namibiane, Mercedez riflette sul futuro pochi giorni dopo la sentenza. “Mi sento realizzata, affermata, accettatae abbracciata“, afferma Mercedez sopraffatta dall’affetto e sostegno dimostrato da parte di persone di ogni ceto sociale. “Non è solo una vittoria per la comunità queer ed è questo che mi apre il cuore”, dice. “Sono di nuovo così innamorata della Namibia. Voglio vederli uscire allo scoperto, vivere la loro verità ed essere cittadini assolutamente straordinari di questo Paese”.

Presso lo stesso tribunale, l’attivista queer per i diritti civili e riproduttivi, rappresentante legale di Equal Namibia, Omar van Reenen (25) è stat* una voce di primo piano, come suo marito Guillermo Delgado che ha combattuto instancabilmente per ottenere la cittadinanza namibiana, concessa ai loro tre figli nati attraverso maternità surrogata in Sudafrica.

In una sentenza rivoluzionaria nell’ottobre 2021 presso l’Alta Corte, il giudice Thomas Masuku, citando l’ articolo 10 della Costituzione, ha concesso la cittadinanza a Yona, figlio della coppia omosessuale. Il giudice Masuku ha osservato che la Namibia è uno stato laico e che la disposizione della Costituzione sulla “giustizia per tutti” si applica indipendentemente dall’orientamento sessuale. L‘avvocato della coppia Uno Katjipuka-Sibolile ha riconosciuto il giudizio di Masuku come una doppia vittoria per i namibiani e ha dichiarato: “Questo è un grande traguardo per le coppie dello stesso sesso e soprattutto una grande vittoria per i bambini namibiani nati tramite maternità surrogata”. Il Ministero degli Interni ha recentemente annunciato l’intenzione di presentare ricorso contro la cittadinanza di Yonapresso la Corte Suprema. Il 15 novembre si è svolta una protesta contro quella che Equal Namibia chiama “omofobia strutturale”.

Negli ultimi due anni, la Namibia è stata sottoposta a pressioni enormi per fare i conti con la sua endemica violenza sessuale e di genere (SGBV), le sue leggi obsolete e irrealistiche sull’aborto, la piaga della brutalità della polizia e la questione legata ai casi di maternità surrogata rispetto ai quali la legge namibiana tace.

In un paese che deve ancora abrogare una legge discriminatoria che criminalizza il sesso tra uomini e legittima la diffusa omofobia, transfobia e l’odio generalizzato verso le identità queer, è ironico che i giovani attivisti alla guida dei più importanti movimenti di giustizia sociale del paese siano queer.

Attivisti come Nthengwe, van Reenen e Mercedez vivono in un paese dove sei anni dopo l’indipendenza, quando la neonata repubblica ha iniziato a plasmare la sua identità nazionale, il presidente fondatore Sam Nujoma ha dichiarato che l’omosessualità dovrebbe essere condannata e respinta. Il padre fondatore ha continuato con questi commenti nel 2001,incoraggiando la polizia ad arrestare, deportare e imprigionare gli omosessuali.

“La discriminazione si manifesta nel non ricevere l’attenzione e le cure adeguate nelle cliniche sanitarie di questo paese”, dice van Reenen. si esprime a livello comunitario, nell’esser considerato di seconda classe e meno degno solo a causa di chi ami. Sembra che l’orientamento sessuale sia stato tolto dalla legge sul lavoro del 2007 come motivo di discriminazione proibito ed è stato rimosso dal ministro Kawana”.

Nel maggio di questo anno, il segretario della SWAPO Party Youth League (SPYL, l’ala giovanile del partito di governo inNamibia, )Efraim Nekongo ha rilasciato una dichiarazione in cui ha affermato: “SPYL è disgustato dalla discussione sugli omosessuali che mette in ombra questioni urgenti… L’omosessualità è una pratica satanica, demoniaca e non deve essere legalizzata“.

In qualità di nati liberi, le persone queer identificano il lavoro, la ricerca e l’attivismo dei namibiani come diritti umani da sostenerenel paese, non solo per donne e ragazze.

Il sostegno di attivisti come Nthengwe, van Reenen e Mercedez è condizionato e spesso esteso solo se i leader queer della Namibia rinunciano a enfatizzare il concetto di intersezionalità LGBTQ+nella comunità.

Per spiegare questo fenomeno, Nthengwe fa una distinzione tra supporto online e offline di questioni LGBTQ+ e riconoscimento dei diritti. “Il supporto è decisamente diverso. Avviene in modo differente quando è online o offline. Online c’è sicuramente molto supporto. Ci sono molti retweet e condivisioni nei gruppi WhatsApp”, afferma Nthengwe.

“Le persone hanno una relazione diversa con lo stigma quando supportano online rispetto all’ offline. Online, molte persone hanno account diversi, hanno libertà diverse e sono sicure di sé in modo differente“.

Van Reenen aggiunge che la differenza nel sostegno ai diritti LGBTQ+ online, nella vita reale e quando si viene contati per nome nelle petizioni è dovuta allo stigma sociale.

“C’è uno stigma sociale forte legato alla nostra comunità per cui chi supporta la causa è inquadrato automaticamente come parte della comunità stessa“, afferma van Reenen.

“Ma quello che voglio dire ai giovani namibiani ‘progressisti’ nati liberi, in particolare quelli che hanno partecipato alle proteste per le donne e la giustizia riproduttiva, è che sappiano che la lotta per i diritti LGBTQ+ rappresentano la lotta per i diritti civili della nostra generazione come per i nostri nonni è stata la giustizia razziale e l’uguaglianza”, afferma van Reenen.

“I giovani namibiani non possono normalizzare l‘omofobia distato e se lo fanno si dovranno chiedere poi se stessero dalla parte giusta della storia”

“I gruppi di supporto sono classificati”, continua Nthengwe. “Penso che se le persone LGBTQ+ non vengono a una protesta, magari invece partecipano ad un evento organizzato per una mostra, ad un Pride pop-up o ad un evento esclusivo solo su invito. Le persone decidono come esprimere il loro supporto in base al livello di sicurezza che percepiscono e al livello di visibilità che scelgono di esprimere”.

E’ una combinazione tra stigma e privilegio.

“Ciò che ho osservato nell’ultimo anno quando ho fattoformazione su questioni LGBTQ+ ai professionisti della salute e ai funzionari delle forze dell’ordine è che alcuni di loro, specialmente nelle aree settentrionali, hanno dichiarato di avere casi di crimini forse legati  alla questione LGBTQ+ ma alcuni ritengono di non poterli affrontare per uno stigma secondario”, afferma Nthengwe.

Lo stesso stigma cosiddetto secondario che denuncia la cantautrice eterosessuale cisgender Lize Ehlers, aperta sostenitrice dei diritti LGBTQ+ e direttrice di Drag Night Namibia – un evento di costruzione della comunità ospitato al Café Prestige ogni mese che afferma che la mancanza di supporto eterosessuale derivi dalla necessità di proteggere la propria condizione socio-economica.

“Le persone hanno ancora molta paura di essere arrestate o temono che le loro attività e il loro reddito siano colpiti se viste a eventi o marce LGBTQ+”, afferma Ehlers.

“Ricevo minacce nel mio WhatsApp quando scrivo su Drag Night Namibia”, dice.

Sebbene il sostegno alle proteste e alle petizioni sia cruciale, Ehlers sa che il lavoro di difesa e advocacy per la comunità queernamibiana va oltre la propria visibilità agli eventi.

“Assumi persone queer“, suggerisce. “Partecipa a spettacoli queer. Vai in tribunale quando una persona queer viene perseguitata. Includi persone queer in laboratori e campagne educative. Non intrattenere discorsi diffamatori. Difendi le persone queer nella conversazione.

La forza dei movimenti queer sta nell’immaginare un futuro egualitario e intersezionale.

“Non mi interessa se sarò solo in questa battaglia, perché questo è un paese democratico, questa è una democrazia costituzionale e riterrò responsabile lo stato finché ogni persona emarginata non sarà libera ed eguale, non solo le persone LGBTQ+ [ma] le donne, la comunità indigena, le persone con disabilità e le persone provenienti da contesti socio-economici inferiori” afferma van Reenen

Consapevole delle lotte di molti attivisti queer che negli anni si sono battuti per la causa Van Reenen prima di lui oggi con orgoglio riconosce che il 2021 in Namibia passerà alla storia come l’anno dei diritti civili e umani LGBTQ.

“Il futuro è ugualitario – conclude e la liberazione per la comunità LGBTQ+ è raggiungibile. Non è una questione di se, ma di quando”.


Questo articolo è stato prodotto con il sostegno finanziario dell’Unione Europea nell’ambito del progetto OUT&PROUD, coordinato da COSPE onlus. I suoi contenuti sono di esclusiva responsabilità di Martha Mukaiwa e non riflettono necessariamente le opinioni dell’Unione Europea

Back To Top