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“La Telemedicina Come Mezzo Per Acquisire Indipendenza Sanitaria”. Intervista Al Dottor Bartolo

“La telemedicina come mezzo per acquisire indipendenza sanitaria”. Intervista al dottor Bartolo

“Dove si trova? Il Cairo? Ok. Anche se si non si sente male, deve andare subito all’Elite Medical Service”.
Dal cuore di Trastevere Michelangelo (o Michele a seconda dei ruoli e degli umori) Bartolo parla al telefono con calma stringente. Non lascia margini a questo religioso copto che lo chiama dall’Egitto: subito in ospedale.
Il suo peacemaker ha segnalato un grave disordine e, senza un intervento immediato, le speranze di vita sono al lumicino. Funziona così, la telemedicina di cui questo medico romano è precursore-inventore.
Conclusa la conversazione, spiega: “a questo paziente è stato messo un peacemaker all’Ospedale San Giovanni, a Roma, e viene tracciato quotidianamente. Stamattina si sono accorti che era in fibrillazione e lo hanno chiamato. Però lui era in Egitto. E allora lo abbiamo indirizzato al centro Ght (Global Health Telemedicine). Da lì mi hanno inviato gli esami e a Roma abbiamo fatto la diagnosi e predisposto la terapia”.
Michelangelo Bartolo, 55 anni, viaggia in lungo e largo per l’Africa da vent’anni. Medico, “angiologo pentito” dice di sè, autore di libri nei quali raccoglie le sue esperienze di “dottore viaggiatore” tra Togo, Mozambico, Malawi, Centrafrica, Etiopia e altri stati dell’area. Con le sue mescolanze tra aneddoti talvolta paradossali agli occhi occidentali e racconti di imprese anche spericolate per portare la medicina in villaggi sperduti offre un punto di vista sull’Africa se non unico, davvero insolito.
Partito con la sua intuizione nel 2008, Bartolo fonda Ght nel 2013. “Eravamo i classici quattro gatti. Adesso la Onlus conta 220 specialisti medici refertanti, 43 centri in 18 paesi quasi tutti africani epossiamo offrire consulenza per almeno 25 specialità mediche. In questi anni abbiamo realizzato oltre 13 mila teleconsulti”, racconta entusiasta.
Come è cominciata?
“Tutto nasce nel 2008 in una piccola postazione per la cardiologia ad Aruscia in Tanzania, in un centro Dream. Arriva un bambino di 8 anni, Elia. Un ragazzino tutto storto e con una stampella di legno, accompagnato dalla nonna, sotto il braccio una tac arrotolata come un poster. Niente referto, solo una foto. Perché i referti costano, in aggiunta alla spesa della tac. Non tutti possono permetterseli. E poi, all’epoca non esistevano gli smartphone nè whatsapp. Così faccio una foto con il mio BlackBerry, e con il satellitare chiamo il medico in Italia per avere un consulto. La sua risposta fa modificare completamente l’atteggiamento terapeutico. Insomma, con tre righe di sms per quel bambino cambia tutto. Ero felice perché gli avevamo dato una asssitenza migliore, ma il medico locale mi gelò: ‘questo è stato possibile solo perché ora sei qui tu, con le tue conoscenze e il tuo BlackBerry’. Da quel momento, il mio chiodo fisso è stato riuscire a offrire cure e assistenza a distanza. Così nasce Ght. Passo dopo passo, infine nel 2013 con alcuni amici ‘hacker’, ingegneri e medici creiamo la piattaforma in grado di supportare i consulti medici a distanza. Arrivano i primi finanziamenti. E alla fine adesso abbiamo una piattaforma avanzata e flessibile che ci e stata di grande supporto anche in Italia con il covid”.
In che modo?
“Quando è scoppiata la pandemia, gli ospedali non-Covid si sono svuotati, le persone non si curavano più per il terrore del virus.
La nostra piattaforma flessibile, adattata alla circostanza, ci ha permesso di allestire teleconsulti in Italia e un link al quale rispondere via email, con poche semplici domande ai pazienti e rispettando la privacy, e offrendo risposte rapide e efficaci. La stessa procedura che usiamo per i pazienti africani con hiv”.
Torniamo all’Africa. Cosa succede lì con Sars Covid-19?
“Apparentemente l’Africa è poco illuminata dal covid. Sul perché ci sono alcune teorie, nessuna delle quali totalmente certificata. Sono solo ipotesi. Ve le elenco:
– Non ci sono dati ufficiali e la realtà è sottostimata. Tuttavia, avremmo avvertito nei nostri 46 centri se ci fosse stata emergenza respiratoria. Ma così non è stato, questa emergenza respiratoria non c’è.
– La popolazione è giovane e i malati sono per lo più asintomatici
– In Africa moltissimi fanno terapia antimalarica e questa forse contribuisce a bloccare il virus
– Milioni di persone in Africa seguono una terapia antiretrovirale per hiv e questa farebbe da scudo contro il virus
– Alcuni sostengono che i neri siano maggiormente protetti geneticamente”.
Covid a parte, cosa succede  adesso in Africa?
“L’epidemiologia dell’Africa sta cambiando, anno dopo anno. Mentre in passato erano soprattutto le malattie infettive a incidere sulla salute. Malaria, hiv, tubercolosi, in misura minore ebola erano i grandi nemici da sconfiggere. Con l’occidentalizzazione sono aumentate le patologie croniche: diabete, ipertensione, problemi cardiaci sono i nuovi killer degli africani. Perché sono malattie non percepite come tali. Manca totalmente il concetto di prevenzione. Il nostro obiettivo adesso è diffondere un sistema di telemedicina della prevenzione, con il monitoraggio a distanza delle malattie croniche”.
Cosa si può fare?
“Fondamentale per questo è sviluppare una telemedicina made in Africa, non più dipendente dall’Europa. Sta già succedendo: i pazienti africani mandano le notizie cliniche che li riguardano ai loro medici locali, che poi possono chiedere una second opinion agli specialisti europei. Ma l’idea è rendere sempre più autonoma la medicina  africana. Per questo, è importantissimo irrobustire la formazione locale, mandando dei medici italiani a tenere corsi in loco. Perché, come dico sempre, per fare telemedicina bisogna tornare al passato e visitare i pazienti, ‘mettere le mani addosso’ ai malati. L’esperienza sul campo permette poi di fare quelle buone domande che permettono di avere buone risposte. Nel campo della telemedicina una buona domanda può fare davvero la differenza.
In ogni teleconsulto c’è una piccola parte di formazione perché il medico richiedente ascoltando lo specialista, impara”.
E i paesi africani cominciano ad acquistare indipendenza medica.

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