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La rumba congolese nel patrimonio culturale immateriale dell’umanità

Martedì 14 dicembre 2021, l’Unesco ha ufficialmente inserito la rumba congolese nel Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, affiancandosi alla rumba cubana, che era entrata nel prestigioso elenco nel 2016.
Il dossier per la rumba congolese era stato presentato in maniera congiunta dal Congo-Kinshasa e dal Congo-Brazzaville, passando le varie selezioni previste dall’iter dell’Unesco, i cui vertici, infine, si sono riuniti in questa settimana a Parigi per esprimere le ultime decisioni su una sessantina di candidature.

Gli specialisti ritengono che le origini della rumba siano nell’antico regno del Kongo, dove si praticava una danza chiamata Nkumba, che significa “ombelico”, perché faceva ballare l’uomo e la donna ombelico contro ombelico. Con la tratta degli schiavi, gli africani portarono la loro cultura e la loro musica nelle Americhe, dando origine al jazz nel nord e la rumba nel sud. Successivamente, questa musica ritornò nei luoghi di origine africani, grazie ai commercianti, a partire degli anni ’30 del Novecento con un intenso scambio di merci e arte tra Caraibi e Africa. Dai porti sull’Atlantico, poi, la rumba risalì il grande fiume, arrivando fino a Léopoldville (l’attuale Kinshasa) e a Brazzaville. Si tratta, dunque, di un tipo di musica che affronta vari temi, è cantata soprattutto in lingua lingala e, incorporando influenze locali e caraibiche, vede tra i suoi maggiori esponenti artisti come Papa Wemba, JB Mpiana e Koffi Olomide. In altre parole, la rumba congolese è uno straordinario esempio di dinamismo culturale.
Uno dei primissimi successi di questo stile fu pubblicato nel 1948 per le edizioni Ngoma, composta da un meccanico di barche del fiume Congo, Antoine Wendo Kolosoy. Successivamente, anno dopo anno, quel suono e quel ritmo si intrisero sempre più di identità congolese, fino a quando negli anni ’70 Luambo Makiadi la rese moderna e contemporanea con il suo modo personale di suonare la chitarra. Oggi la rumba congolese è particolarmente variegata, perché ha dato origine ad ulteriori stili, come il soukous e il ndombolo, particolarmente diffusi tra i giovani per la loro cadenza che si presta molto bene al ballo, nonché il tchatcho, diffusosi dagli anni ’90.
Nella Repubblica Democratica del Congo e nella Repubblica del Congo, oggi l’entusiasmo è comprensibilmente molto alto. Il ministro delle Comunicazioni e portavoce del governo della RDC, Patrick Muyaya, ha twittato che “questa ricchezza proveniente dal Congo ed esportata in tutto il mondo è uno degli elementi del nostro orgoglio”, per cui “è dovere di tutti noi promuovere la rumba”.
L’inscrizione della rumba congolese nel patrimonio Unesco segue quella di altre musiche africane: le polifonie pigmee della Repubblica Centrafricana nel 2003 e i tamburi del Burundi nel 2014.
Per farvi compagnia con questa splendida musica, ecco a voi una compilation delle più celebri canzoni di Papa Wemba:

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